Ottantaquattresimo adattamento cinematografico negli ultimi 50 anni del romanzo omonimo di Alexandre Dumas padre, tutto quello che I Tre Moschettieri (2011) di Paul W. S. Anderson difetta in sceneggiatura — e, fidatevi, è davvero tanto — lo recupera con un a messa in scena magnifica, spettacolare, spaccona e coloratissima, un’autentica gioia per gli occhi condita alla consapevolezza che chi l’ha fatto si è divertito esattamente come chi lo sta vedendo.
Non ero al corrente del pregiudizio che perseguita Anderson — e qui mi riallaccio a un ottimo articolo dei 400 Calci — ma questo spiega in gran parte perché la critica si sia divertita tanto a MASSACRARE un onesto, innocuo swashbuckler (cappa e spada) fracassone che nulla ha da invidiare ad altri mille swashbuckler fracassoni. Il flop al botteghino, d’altra parte (costato 90 milioni, il film ne ha incassati solamente 80), si deve a una campagna pubblicitaria poco azzeccata (si sarebbe potuto fare di più, si sarebbe potuto fare meglio), nomi non abbastanza di grido (vedi più avanti) e, soprattutto, il fatto che troppa gente senza Johnny Depp a fare le smorfie non capisce quando bisogna ridere, prende tutto dannatamente sul serio e tra quello che si indispettisce perché nel libro i galeoni volanti non c’erano e quello che ti spiega perché è impossibile che Leonardo abbia inventato i galeoni volanti, arriva il sapientone che dice “americanata” con aria di sufficienza.
Non vedo veramente quale sia il problema. I Tre Moschettieri è un cugino povero e un po’ più etero degli Sherlock Holmes di Ritchie o dei Pirati di Verbinski/Bruckheimer. Stesso principio, fotografia più satura: period e action movie (che qui aspira alla spy story internazionale — LOL) legati assieme con compiaciuta cazzoneria, umorismo tongue-in-cheek e un anacronismo esibito orgogliosamente. Se non ti piace il genere stai semplicemente abbaiando all’albero sbagliato (e parliamone: come fa a non piacerti il genere?), ma se non hai problemi col cinema di intrattenimento più sguaiato hai davvero poco da fare il fighetto scontento: Anderson coreografa da dio i suoi moschettieri-ninja, fa combattere in cielo fottuti galeoni volanti e distrugge mezza Notre Dame per il puro gusto di farlo (a quel punto il livello di assurdità era tale che ero straconvinto che a metà del duello fra D’Artagnan e Rochefort sarebbe venuto fuori Quasimodo a dare il cambio a uno dei due).
L’unico rammarico è che per tenersi aperte tutte le strade, non ne imbocca nessuna. Nella speranza di tirarne fuori un film — o, più realisticamente, un franchise — per famiglie l’asticella della violenza è stata abbassata drasticamente (l’intero film scorre tra esplosioni, sparatorie e duelli mortali senza quasi una sola goccia di sangue), ma a differenza dei film per famiglie manca di qualsiasi cosa possa fare presa sul grande pubblico — tipo una storia o dei personaggi: monodimensionali, a dir poco, questi ultimi (come spesso accade si salvano solo i cattivi, e qui più per le facce di chi li interpreta che per altro) e imbarazzante la prima, ipersemplice eppure zeppa di spiegoni verbosissimi, sciocca e di una ingenuità che l’aderenza, se non alla trama allo spirito dell’opera di Dumas, giustifica solo fino a un certo punto.
E ancora, il cast, che in film come questi è nove volte su dieci l’ancora di salvezza, pare indovinato solo a metà. Bene i cattivi, pescati praticamente a caso i buoni (si salva forse Porthos, il Titus Pullo di RomeRay Stevenson). Mads Mikkelsen (cattivo in Casino Royale, vichingo di Valhalla Rising e qui capo della guardie con una benda alla Nick Fury: ormai fa solo personaggi con qualcosa di strano all’occhio sinistro) poteva essere usato meglio, Orlando Bloom se la sciala a fare il Bond villain perché ha capito che a questo giro è nel gruppo dei meno cani, e Christoph Waltz, un Cardinale Richelieu che più Cardinale Richelieu non si può, ha la faccia di chi sta decidendo se il ruolo più ridicolo che ha fatto quest’anno è questo o la roba con Pattz e con gli elefanti.
Rimane la signora W. S. Anderson, Milla Jovovich, padrona incontrastata della pellicola, che salta, corre, spara, scivola, si butta mezza nuda dai parapetti, schiva trappole alla Indiana Jones, guarda in macchina e respira forte, con quel paio di tette che sarà il corpetto, sarà lo schermo del cinema, ma– WOW. Nella gara delle bambole gonfiabili inestressive si mangia la Scarlett Johansson di Iron Man 2 in un solo boccone.
Quindi bella Paul W. S., bella Milla, bella i galeoni volanti.
Si poteva fare meglio di così, non c’è dubbio, ma anche chi se ne fotte. Dumas padre era un autore tuttaltro che perfetto e per nulla estraneo al concetto di “commerciale”, un cinque alto a un film come questo non lo avrebbe negato.
Il mambo degli orsi (Two Bear Mambo) — Joe R. Lansdale USA: 1995 / Ita: 2004, einaudi
Quando arrivai da Leonard, la sera della vigiglia di Natale, sullo stereo di casa sua c’erano i Kentucky Headhunters a tutto volume che cantavano The Ballad of Davy Crockett, e Leonard, come per una sorta di celebrazione natalizia, stava appiccando il fuoco ancora una volta alla casa accanto.
Mi auguravo che avesse smesso di farlo. La prima volta l’avevo aiutato, la seconda l’aveva fatto per conto suop, e ora eccomi presente alla terza, in macchina. Il tutto avrebbe avuto un’aria dannatamente sospetta, quando fossero arrivati gli sbirri. Qualcuno aveva già telefonato. Molto probabilmente erano stati gli stronzi da dentro la casa.
Poche cose mi mettono di buon umore come un bel racconto di Hap e Leonard, e questo è quanto.
Il cimitero senza lapidi e altre storie nere (M Is for Magic) — Neil Gaiman USA: 2007 / Ita: 2007, mondadori
Messe da parte le solite penose questioni di packaging — una brutta copertina ammiccante all’insopportabile estetica “burtoniana”, un titolo demmerda che non ce lo dobbiamo mai far mancare — quello che abbiamo qui è un Gaiman in formissima, che coniuga splendidamente il raro dono della sintesi a quello sterminato immaginario mitologico-folkloristico che è il suo marchio di fabbrica. Una raccolta di racconti brevi, tutti uniti dal filo conduttore del reale che entra in contatto col fantastico (e viceversa), che si apre con un estratto dal suo ultimo romanzo (un’anteprima all’epoca in cui usciva questo libro, praticamente un teaser trailer) e si chiude con un’esilarante parodia di Raymond Chandler, un hard boiled ambientato nel mondo delle filastrocche; in mezzo fantasy, horror e persino un po’ di sci-fy — genere poco frequentato da Gaiman e infatti sviluppato in modo alquanto particolare –, streghe, morti che parlano, un troll sensibile ai problemi dell’urbanistica, degustatori di animali leggendari, una vecchina importunata da ser Galahad alla ricerca del Sacro Graal e un racconto autobiografico su un gatto che combatte il diavolo.
Il libro si finisce in un attimo, ma quello che ti lascia, per fortuna, te lo porti dietro a lungo.
I Traditori — Giancarlo De Cataldo 2010, einaudi
Dalla fallimentare spedizione in Calabria del 1844 alla Breccia di Porta Pia nel ’70, Giancarlo De Cataldo ripercorre le tappe del Risorgimento italiano attraverso le vicende di una moltitudine di personaggi — alcuni veri, altri inventati, tutti o quasi estremamente probabili — le cui “piccole” storie, come già in Romanzo Criminale, definiscono la Storia.
Un’epopea lunghissima, ambiziosa e certo imperfetta, ma che ha il merito di levare un bel po’ di polvere da personaggi e circostanze che l’agiografia, più che la storiografia, ci ha abituati a immaginare molto migliori di quanto non fossero. C’è spazio per i veri patrioti, gli idealisti e i puri di spirito, anzi, le pagine dedicate a loro sono le più belle e toccanti di tutto il libro — ma quello che preme raccontare a De Cataldo è che se l’Italia è diventata qualcosa di più di “una mera espresisone geografica” come diceva il Metternich, è perché opportunisti e uomini senza scrupoli hanno fiutato l’affare e ci si sono buttati a capofitto. I “traditori” del titolo sono spie, voltagabbana, speculatori, mercenari, mafiosi e camorristi, nei confronti dei quali l’Italia unita ha un debito più grande di quanto sia piacevole ammettere e che, a 150 di distanza, stanno ancora riscuotendo gli interessi.
Dracula Cha Cha Cha (Dracula Cha Cha Cha/Judgment of Tears) — Kim Newman GB: 1998 / Ita: 2008, urania
Kim Newman non è pazzo come Alan Moore (anche se è sulla buona strada per iniziare a vestirsi uguale), misurato come Neil Gaiman e “commerciale” come Quentin Tarantino, eppure, per sua e nostra fortuna, ha un po’ del talento di tutti e tre. Anno Dracula è il suo lavoro più celebre nel campo della fiction (Newman è attivissimo anche come saggista e critico cinematografico; scrive, tra le altre cose, per Empire e Rotten Tomatoes), una saga iniziata nel 1992 che mischia horror, fantasy e ucronia, e racconta di un mondo in cui Dracula ha sconfitto Van Helsing e il vampirismo si è diffuso a macchia d’olio in Europa, diventando il tratto caratterizzante di una socità dove crossoverano amenamente personaggi storici (o, spesso, le loro controparti vampirizzate), della letteratura, del cinema e dei fumetti. Dracula Cha Cha Cha è il terzo e per ora ultimo romanzo della serie (in mezzo però ci sono stati una decina di racconti pubblicati un po’ dappertutto, compresa la rete, ma inediti in Italia), ambientato nella Roma dei primi anni 60, dove Dracula trascorre il suo esilio dorato dopo aver aiutato gli alleati a sconfiggere i nazisti, e segue i preparativi per il matrimonio del secolo tra il Conte e una principessa moldava e le indagini di una spia inglese di nome Bond, mentre sullo sfondo un serial killer mascherato fa strage di Antichi.
Di Newman mi ha sempre deliziato la fantasia sfrenata, il gusto per la strizzata d’occhio e la conoscenza enciclopedica, che lo portano a popolare i suoi romanzi con i personaggi più disparati, creando un pantheon della cultura pop da fare invida a Neil Gaiman (per la cronaca, i due sono SuperMiglioriAmici); in questo romanzo emerge poi tutto il suo amore per il cinema, che trasuda dalle suggestioni Felliniane e Pasoliniane, dalle citazioni a Godard, a Dario Argento e tutta la produzione italiana di genere degli anni 60-70, ma il vero colpo di genio è la sua riflessione sulla figura del vampiro: poco interessato alla sua psicologia, Newman ne analizza, in modo interessantissimo e originale, l’impatto sul piano politico (il primo ministro britannico è un vampiro che essendo immortale continua a ricandidarsi e vincere le elezioni da più di un secolo — riuscite a immaginere una cosa del genere? se sì è perché siete italiani e state pensando ad Andreotti), sociale e persino artistico.
Chiudendo con una nota di costume, ci tenevo a sottolineare che in un periodo in cui quello dei vampiri è stato il genere più inflazionato di tutta la fottuta industria libraria, l’unico libro sui vampiri che interessava a me era assolutamente introvabile, tanto che ho finito per prenderlo su ebay dopo averlo cercato inutilmente per librerie e bancarelle per due anni; è il destino degli Urania, assieme alle copertine di merda (no sul serio, cos’è quella roba, un’astronave..? perché c’è un’astronave in copertina?!) l’impaginazione a cazzo di cane e gli errori di battitura: stanno in edicola una settimana e poi scompaiono NEL NULLA.
La lunga strada della vendetta (Batman: Captured by the Engines) — Joe R. Lansdale USA: 1991 / Ita: 2007, edizioni BD
Altro libro virtualmente introvabile, altro giro dell’oca conclusosi fortuitamente in una libreria dell’usato di Novara, ma siamo onesti, con una premessa come “Lansadale scrive Batman” sarei andato a cercarlo anche in Indocina. E ne sarebbe valsa la pena. Niente Pulitzer all’orizzonte, purtroppo, ma un giochetto divertentissimo che dimostra ancora una volta come Lansdale sia capace di scrivere veramente su tutto — se gli permetti di andare a parare dove vuole lui: due mondi che si incontrano, quello dei suoi personaggi sempre a un passo dall’essere inghiottiti dall’oscurità e quello di un vigilante tormentato che l’oscurità l’ha scelta come proprio habitat; una linea immaginaria che collega il Texas a Gotham City e un’auto indemoniata che la percorre a tutta velocità.
Un divertissment per stessa ammissione dell’autore, splatteroso e ricco di colpi di scena come esige la letteratura pulp, folle come solo i romanzi di Lansadale sanno essere, e tenero e psicotico come ogni buona storia su Batman.
Tanto per cambiare, kudos per il titolo italiano e la copertina da galera.
Per quanto spesso mi imbatta in gente disposta a salvare almeno i primi due film (lasciando perdere chi definisce il secondo un capolavoro, lì è terreno di gioco di un analista) mai nella vita mi ha sfiorato l’idea di considerare la trilogia degli X-Men qualcosa di più di una spregevole baracconata messa in piedi da tizi talmente proni a (presunte) esigenze commerciali e, soprattutto, talmente preoccupati di non sembrare dei nerd da tirare fuori, a fronte di un fumetto enorme, intelligente, con un’infinità di personaggi e di situazioni sempre attualissime da sfruttare e approfondire, un trittico di film impersonali, banali e deficientissimi.
Pesa sicuramente in questo giudizio il fatto che chi scrive si è fatto negli anni una certa idea delle storie degli X-Men assimilabile al concetto di “racconto corale“, mentre quello che abbiamo visto nei cinema tra il 2000 e il 2009 è l’irritatissimo one-man-show dell’unico personaggio popolare, un Wolverine ingombrante e molestissimo che non è mai stato così antipatico — oltre al fatto che il franchise è stato messo nelle mani di pastafrolla di gente che molto candidamente si vergognava un casino di stare facendo un film sui supereroi.
Poteva forse X-Men: First Class (2011) essere peggio dei primi quattro? No, infatti. E lo sapevo prima ancora di vederlo, per tre motivi semplicissimi
non c’era Wolverine
nonostante il “ritorno” di Brian Singer (produce e abbozza la storia generale) dietro la macchina da presa ci sarebbe stato Matthew Vaughn (autore di Kick-Ass nel 2010), che al contrario di Singer, non si vergogna di fare film sui supereroi
X-Men: First Class avrebbe potuto permettersi qualsiasi strafalcione nei confronti della storia originale perché non avrebbe veramente parlato degli X-Men, ma della bellissima amicizia gay tra un giovane Xavier e un giovane Magneto, alla scoperta dei propri poteri e dei propri sentimenti, mentre radunano mutanti che non avranno mezza battuta in tutta la pellicola e risolvono la crisi missilistica di Cuba.
Le prime impressioni tendevano ad essere un po’ drastiche, si era insistito così tanto sulla povertà di questa pellicola che mi aspettavo una roba tipo il telefilm di Birds of Prey, con stunt imbarazzanti, cavi in bella vista, microfoni che pendono dal soffitto e brutte esplosioni fatte con un programma che gira solo su window 95 — e in effetti le quattro lire complessive con cui è stato girato il film si fanno sentire in ogni singola inquadratura (di sicuro la forma diamantina di Emma Frost occupa un posto tutto speciale nella classifica degli effetti che dai ragazzi ma anche no), cosa che fa legittimamente dubitare della sanità mentale di qualcuno (la Fox) che prima ha detto “ok facciamo il quinto film degli X-Men” e subito dopo “però ce la giochiamo al risparmio” — ma il peggio che si può dire di First Class è che si tratta di un film d’azione con pochissima azione, quasi che le preoccupazioni di chi l’ha sceneggiato (un totale di sei persone, compresi Singer e Vaughn) fossero altre.
e ci sono le vecchie uniformi giallo-blu, che mi stanno molto più simpatiche delle tutine di pelle da froci insicuri alla Matrix che c'erano negli altri film
Nelle sue due ore e qualcosa di durata, è praticamente due film messi uno di seguito all’altro, il fatto che ci siano gli stessi attori che interpretano gli stessi personaggi è praticamente l’unico punto di contatto: il primo film parla di questo gran figo di Erik Lehnsherr (Michael Fassbender) che se ne va in giro per il mondo ad ammazzare nazisti finché l’amicizia con Charles Xavier (James accento McAvoy) non compromette il suo stile; il secondo parla di una prima embrionale formazione degli X-Men (diversa da quella classica del fumetto) che affronta il Club Infernale di Sebastian Shaw (un Kevin Bacon gasatissimo) e salva il mondo da una guerra nucleare.
La sensazione di trovarsi di fronte a una serie di scene autonome montate una dopo l’altra poco più che a casaccio è accentuata dal fatto che si tratta effettivamente di una serie di scene autonome montate una dopo l’altra poco più che a casaccio, un tot di simpatici sketch a tema “non lasciare che l’odio ti consumi, amico mio” e “non è gay se è una threeway”. Gli unici due momenti cinematograficamente riusciti sono il Fassbender a caccia di nazisti che pare un director’s cut di Inglorious Basterds e la sequenza del reclutamento su Run degli Gnarls Barkley, mentre il resto funge più o meno da contorno/riempitivo, come l’inevitabile “scena dell’addestramento” (resa ancora più si vabbè da un uso improvviso e spropositato e ridicolo degli split-screen), l’anticlimatica pseudobattaglia finale e l’arcinoto METAFORONE (la paura del diverso, l’accetazione di sé stessi eccetera eccetera) sbrigato con qualche scambio di battute tra Mistica e Bestia a metà film e tra Erik e Shaw nel finale.
Sulla marea di cazzate, plot hole e “hand wave” (OH EHI MISTICA LE TUE CELLULE SONO COSI’ WHATEVER CHE SEMBRERAI GIOVANE ANCHE QUANDO AVRAI SESSANT’ANNI NEI PROSSIMI TRE FILM) non vale veramente la pena soffermarsi, cose “gravi” se vogliamo sono l’esubero imbarazzante di personaggi messi lì a non fare o dire un accidente che tu ti vedi tutto il film e alla fine dici “ma il tizio che faceva i tornadi, a che cazzo serviva?” e, uh, il fatto che siamo probabilmente di fronte al peggior period-movie mai girato, una roba che quando cazzo è ambientata questa storia sembra che se lo scordino ogni dieci minuti gli stessi sceneggiatori: sarà anche che quattro anni di Mad Men ci hanno viziati, ma buttarci in mezzo January Jones, i televisori quadrati e il filmatino di repertorio di JFK fa “anni 60″ esattamente come fa “vigilia di Natale” allestire un presepe il 24 di agosto. L’unica coordinata temporale ci viene offerta dai personaggi che ripetono a manetta AMERICA-RUSSIA che neanche nelle cutscene di Metal Gear Solid 3, ma nient’altro di usi e costumi, ambienti e mentalità riuscirebbe a farci sospettare che la pellicola non è ambientata l’altroieri.
Comunque, a costo di risultare ripetitivo, non è questo il punto. E’ come guardare il Re Leone e mettersi a discutere che non ci sono abbastanza scene sulla caccia all’antilope. First Class non vuole essere il grande film d’azione/spionaggio americano, né una nerdata ammiccante al popolo di trentenni con la maglietta del Dottor Destino, quello che paghi coi soldi del biglietto sono James McAvoy che rilascia interviste deficienti in cui insinua che lui e Fassbender sono una coppia e Fassbender che consolida il suo ruolo di attore che spacca i culi e fa esplodere le ovaie, Jennifer Lawrence e Nicholas Hoult che sono molto pucci e la scena in cui buttano Banshee giù dalla finestra che fa riderissimo: con le sue paccate di sottotesti bromosessuali e materiale per farci i meme fino alla fine dei tempi First Class è il primo tentativo veramente riuscito di fanfiction movie.
Possibili sequel?
Si è parlato di uno spin-off tutto su Magneto, una specie di commedia-action ambientata a Chicago negli anni 80 con lui che chiude i conti una volta per tutte coi soldati nazisti che hanno sterminato la sua famiglia. Si intitolerà “X-Men origins: Magneto — Io li odio i nazisti dell’Illinois”.
Erano solo due settimane che volevo fare questa battuta orribile.
Consigli per gli acquisti:
vedere in lingua originale (non avere idea di che minchia stia dicendo McAvoy è il 50% del divertimento)
hanno detto le stesse cose molto prima: i 400 calci (1 e 2), kekkoz, doc. Manhattan, roberto recchioni, vb (e probabilmente moltissima altra gente, ma io questi leggo, oh).