Frank Miller, meet Kill Killer

24 novembre 2011 file under: ciccionerd gentemanga

E’ finalmente disponibile, per tutti coloro che riterranno opportuno pagarlo 30 dollari, Holy Terror, un fumetto che era universalmente considerato una merda illeggibile prima ancora di uscire perché partiva dal surreale presupposto che per il decennale del crollo delle Torri Gemelle Frank Miller aveva una voglia matta di disegnare una storia in cui Batman ammazza un sacco di arabi.
La vicenda editoriale che c’è dietro questo inno a uccidere i tuoi idoli finché sono ancora padroni delle proprie facoltà mentali e prima che mettano la loro arte a servizio della campagna reclutamenti del Tea Party, è che la DC ha preso Miller in disparte e gli ha detto “sai che c’è, Frank, questa è una cosa veramente da deficienti e ti saremmo grati se non ci trascinassi a fondo con te”, al che Miller, con l’eleganza di un Rob Liefeld (uno che nel 97 disegnava Captain America per la Marvel e contemporaneamente portava avanti un suo fumetto-fotocopia per la sua casa editrice) e in ritardo di vent’anni, ha traslocato alla Legendary Comics, neonata divisone della casa cinematografica omonima, e ha riproposto la stessa identica idea levando le corna alla maschera di Batman e chiamando questo nuovo, sensazionale personaggio “the Fixer“.

Chi l’ha letto riferisce che il risultato è un’opera ributtante di propaganda antiaraba e anti-islamica, razzista, iperviolenta, ignorante, grottesca e superficiale — in perfetta linea con un Frank Miller che in questi giorni scrive post deliranti sul suo blog in cui si scaglia contro il movimento Occupy, chiama i suoi partecipanti “zotici”, “ladri” e, senza entrare nello specifico di come sia giunto a questa conclusione, “stupratori”, li accusa di essere dei rammolliti viziati coi loro iPhne e i loro iPad che danno fastidio ALLA GENTE CHE LAVORA e suggerisce loro di arruolarsi, dato che l’unico vero nemico che l’America abbia mai avuto è al-Qaida e la guerra è ancora in corso.

Wake up, pond scum. America is at war against a ruthless enemy.
Maybe, between bouts of self-pity and all the other tasty tidbits of narcissism you’ve been served up in your sheltered, comfy little worlds, you’ve heard terms like al-Qaeda and Islamicism.
And this enemy of mine — not of yours, apparently – must be getting a dark chuckle, if not an outright horselaugh – out of your vain, childish, self-destructive spectacle.
In the name of decency, go home to your parents, you losers. Go back to your mommas’ basements and play with your Lords Of Warcraft.
Or better yet, enlist for the real thing. Maybe our military could whip some of you into shape.

Inutile commentare ulteriormente, stiamo pensando tutti la stessa cosa: Lords Of Warcraft, Frank? Veramente?

Miller farnetica, e non ha la minima idea di cosa stia succedendo nel mondo reale. Ignora completamente cosa sia il movimento Occupy, chi na faccia parte (non solo studenti e fan di Star Trek, ma anche ex soldati, per esempio), cosa sostenga, o, per dire, che la guerra al terrore è finita (ha vinto il terrore). Dopo l’11 settembre qualcosa in lui si è rotto, e ha deciso che la cosa più sicura da fare era infilare la testa nel proprio buco del culo tirandola fuori nei successivi dieci anni solo per andare alla radio e rilasciare dichiarazioni come

Let’s finally talk about the enemy. Somebody — for some reason, nobody seems to be talking about who we’re up against, and the sixth-century barbarism they actually represent. These people saw peoples’ heads off. They enslave women, they genetically mutilate their daughters. Um, they, they, they do not behave by any cultural norms that are sensible to us.

A questo punto, non credo leggerò mai Holy Terror. Miller è stato un fumettista eccezionale e voglio ricordarmelo così, fingendo che questa parentesi della sua vita e della sua carriera non sia mai esistita. Il problema è che Holy Terror pare essere così brutto e così fuori di testa, così clamorosamente sbilanciato a destra da legittimare riletture di tutta l’opera milleriana alla luce di un fascismo sempre latente che fan adoranti (o conniventi) avrebbero fatto finta di non notare.

Il problema è che adesso internet è pieno di gente che gongola — perché avere ragione è molto più importante del fatto che negli anni 80 Miller abbia cambiato il modo di leggere e di scrivere i fumetti — come se avesse capito con 3 stagioni di anticipo come andava a finire Lost; dicono “io l’avevo detto che era un fascista” tutti soddisfatti. Sono gli stessi che quarant’anni fa volevano proibire i film di John Wayne perché i western erano fascisti, e non sono invecchiati di un giorno.

Poco importa se la stragrande maggioranza delle storie di Miller parlano di un eroe solitario e di solidi principi che combatte un sistema corrotto in una lotta che è destinato a perdere, o se quasi ogni volta si ripete lo schema in cui personaggi palesemente sgradevoli (gli eugenetisti spartani, lo psicopatico Marv, il Batman severo e paranoico…) risolvono una situazione che solo loro potevano risolvere E POI MUOIONO (o si ritirano) perché il mondo è diventato un po’ meno sgradevole e non c’è più bisogno di loro. Ma no. Batman chiama Robin “soldato” e i guerrieri di Sparta cercano la bella morte, tutto ciò DEVE essere di destra.

C’è una tavola in Batman: Year One — lo dico a beneficio di chi non l’avesse mai letto perché, vi assicuro, è la prima cosa che è venuta in mente a tutti gli altri — scritta nel 1987 che è praticamente il manifesto del movimento Occupy: politici corrotti e capi della malavita, quello che oggi per comodità chiamiamo “1%” o “governo del fare”, cenano assieme amabilmente a casa del sindaco; salta la luce, la stanza è inondata di fumo, Batman irrompe sfondando un muro e annuncia che la sua personale guerra al crimine comincia da loro. “Avete finito di banchettare. Nessuno di voi è più al sicuro”.

Tutto si può dire di Miller tranne che la sue matefore siano criptiche. C’è un’altra scena, in DK2 (il seguito, scritto a 15 anni di distanza, del Ritorno del Cavaliere Oscuro), in cui Batman guida un attacco contro Lex Luthor, presidente degli Stati Uniti e simbolo di tutto quello che non va di una classe politica che è ormai tutt’uno col mondo criminale: i suoi sgherri si chiamano Ruger-Exxon e Starbucks.

Potrei fare molti altri esempi, da Sin City (i cattivi sono ancora politici corrotti, poliziotti che abusano del loro potere e persino preti cannibali) a Daredevil (in Born Again Devil affronta “Nuke“, un soldato imbottito di steroidi e con la bandiera degli Stati Uniti tatuata in faccia, che spara sulla folla e parla come se fosse ancora in Vietnam): non mi sembrano questi indicatori di reazionarismo e xenofobia, quanto la dimostrazione che l’11 settembre ha spazzato via una serie di idee ben diverse, lasciandolo con un paesaggio emozionale che sembra un episodio in loop di Ken il guerriero, in cui l’unica cosa che conta è difendersi dai culturisti sui chopper con le creste viola.

Boicottare Miller, in questo momento, è cosa buona e giusta. Non voler dare un centesimo ad un autore artisticamente bollito e sceso al livello culturale di Borghezio, che sostiene tesi indifendibili e no nsa come si chiama World of Warcraft mi sembra la reazione più normale, ma gettare fango suoi lavori precedenti e farne un rogo — pur metaforico — ecco, quello è qualcosa farebbero dei fascisti.


Una nota a margine — Cosa penserebbe il Frank Miller pre-9/11 di un fumetto come Holy Terror? Questo è quello che nel 1998 scriveva in risposta a un lettore che dopo aver letto 300 lo accusava di essere omofobo: “If I allowed my characters to express only my own attitudes and beliefs, my work would be pretty darn boring. If I wrote to please grievance groups, my work would be propaganda.” Pazzesco, vero?

Libri letti tra Fruttidoro e Brumaio (yeah that’s accurate)

27 ottobre 2011 file under: club del libro

Il mambo degli orsi (Two Bear Mambo) — Joe R. Lansdale
USA: 1995 / Ita: 2004, einaudi

Quando arrivai da Leonard, la sera della vigiglia di Natale, sullo stereo di casa sua c’erano i Kentucky Headhunters a tutto volume che cantavano The Ballad of Davy Crockett, e Leonard, come per una sorta di celebrazione natalizia, stava appiccando il fuoco ancora una volta alla casa accanto.
Mi auguravo che avesse smesso di farlo. La prima volta l’avevo aiutato, la seconda l’aveva fatto per conto suop, e ora eccomi presente alla terza, in macchina. Il tutto avrebbe avuto un’aria dannatamente sospetta, quando fossero arrivati gli sbirri. Qualcuno aveva già telefonato. Molto probabilmente erano stati gli stronzi da dentro la casa.

Poche cose mi mettono di buon umore come un bel racconto di Hap e Leonard, e questo è quanto.


Il cimitero senza lapidi e altre storie nere (M Is for Magic) — Neil Gaiman
USA: 2007 / Ita: 2007, mondadori

Messe da parte le solite penose questioni di packaging — una brutta copertina ammiccante all’insopportabile estetica “burtoniana”, un titolo demmerda che non ce lo dobbiamo mai far mancare — quello che abbiamo qui è un Gaiman in formissima, che coniuga splendidamente il raro dono della sintesi a quello sterminato immaginario mitologico-folkloristico che è il suo marchio di fabbrica. Una raccolta di racconti brevi, tutti uniti dal filo conduttore del reale che entra in contatto col fantastico (e viceversa), che si apre con un estratto dal suo ultimo romanzo (un’anteprima all’epoca in cui usciva questo libro, praticamente un teaser trailer) e si chiude con un’esilarante parodia di Raymond Chandler, un hard boiled ambientato nel mondo delle filastrocche; in mezzo fantasy, horror e persino un po’ di sci-fy — genere poco frequentato da Gaiman e infatti sviluppato in modo alquanto particolare –, streghe, morti che parlano, un troll sensibile ai problemi dell’urbanistica, degustatori di animali leggendari, una vecchina importunata da ser Galahad alla ricerca del Sacro Graal e un racconto autobiografico su un gatto che combatte il diavolo.
Il libro si finisce in un attimo, ma quello che ti lascia, per fortuna, te lo porti dietro a lungo.


I Traditori — Giancarlo De Cataldo
2010, einaudi

Dalla fallimentare spedizione in Calabria del 1844 alla Breccia di Porta Pia nel ’70, Giancarlo De Cataldo ripercorre le tappe del Risorgimento italiano attraverso le vicende di una moltitudine di personaggi — alcuni veri, altri inventati, tutti o quasi estremamente probabili — le cui “piccole” storie, come già in Romanzo Criminale, definiscono la Storia.
Un’epopea lunghissima, ambiziosa e certo imperfetta, ma che ha il merito di levare un bel po’ di polvere da personaggi e circostanze che l’agiografia, più che la storiografia, ci ha abituati a immaginare molto migliori di quanto non fossero. C’è spazio per i veri patrioti, gli idealisti e i puri di spirito, anzi, le pagine dedicate a loro sono le più belle e toccanti di tutto il libro — ma quello che preme raccontare a De Cataldo è che se l’Italia è diventata qualcosa di più di “una mera espresisone geografica” come diceva il Metternich, è perché opportunisti e uomini senza scrupoli hanno fiutato l’affare e ci si sono buttati a capofitto. I “traditori” del titolo sono spie, voltagabbana, speculatori, mercenari, mafiosi e camorristi, nei confronti dei quali l’Italia unita ha un debito più grande di quanto sia piacevole ammettere e che, a 150 di distanza, stanno ancora riscuotendo gli interessi.


Dracula Cha Cha Cha (Dracula Cha Cha Cha/Judgment of Tears) — Kim Newman
GB: 1998 / Ita: 2008, urania

Kim Newman non è pazzo come Alan Moore (anche se è sulla buona strada per iniziare a vestirsi uguale), misurato come Neil Gaiman e “commerciale” come Quentin Tarantino, eppure, per sua e nostra fortuna, ha un po’ del talento di tutti e tre. Anno Dracula è il suo lavoro più celebre nel campo della fiction (Newman è attivissimo anche come saggista e critico cinematografico; scrive, tra le altre cose, per Empire e Rotten Tomatoes), una saga iniziata nel 1992 che mischia horror, fantasy e ucronia, e racconta di un mondo in cui Dracula ha sconfitto Van Helsing e il vampirismo si è diffuso a macchia d’olio in Europa, diventando il tratto caratterizzante di una socità dove crossoverano amenamente personaggi storici (o, spesso, le loro controparti vampirizzate), della letteratura, del cinema e dei fumetti.
Dracula Cha Cha Cha è il terzo e per ora ultimo romanzo della serie (in mezzo però ci sono stati una decina di racconti pubblicati un po’ dappertutto, compresa la rete, ma inediti in Italia), ambientato nella Roma dei primi anni 60, dove Dracula trascorre il suo esilio dorato dopo aver aiutato gli alleati a sconfiggere i nazisti, e segue i preparativi per il matrimonio del secolo tra il Conte e una principessa moldava e le indagini di una spia inglese di nome Bond, mentre sullo sfondo un serial killer mascherato fa strage di Antichi.

Di Newman mi ha sempre deliziato la fantasia sfrenata, il gusto per la strizzata d’occhio e la conoscenza enciclopedica, che lo portano a popolare i suoi romanzi con i personaggi più disparati, creando un pantheon della cultura pop da fare invida a Neil Gaiman (per la cronaca, i due sono SuperMiglioriAmici); in questo romanzo emerge poi tutto il suo amore per il cinema, che trasuda dalle suggestioni Felliniane e Pasoliniane, dalle citazioni a Godard, a Dario Argento e tutta la produzione italiana di genere degli anni 60-70, ma il vero colpo di genio è la sua riflessione sulla figura del vampiro: poco interessato alla sua psicologia, Newman ne analizza, in modo interessantissimo e originale, l’impatto sul piano politico (il primo ministro britannico è un vampiro che essendo immortale continua a ricandidarsi e vincere le elezioni da più di un secolo — riuscite a immaginere una cosa  del genere? se sì è perché siete italiani e state pensando ad Andreotti), sociale e persino artistico.

Chiudendo con una nota di costume, ci tenevo a sottolineare che in un periodo in cui quello dei vampiri è stato il genere più inflazionato di tutta la fottuta industria libraria, l’unico libro sui vampiri che interessava a me era assolutamente introvabile, tanto che ho finito per prenderlo su ebay dopo averlo cercato inutilmente per librerie e bancarelle per due anni; è il destino degli Urania, assieme alle copertine di merda (no sul serio, cos’è quella roba, un’astronave..? perché c’è un’astronave in copertina?!) l’impaginazione a cazzo di cane e gli errori di battitura: stanno in edicola una settimana e poi scompaiono NEL NULLA.


La lunga strada della vendetta (Batman: Captured by the Engines) — Joe R. Lansdale
USA: 1991 / Ita: 2007, edizioni BD

Altro libro virtualmente introvabile, altro giro dell’oca conclusosi fortuitamente in una libreria dell’usato di Novara, ma siamo onesti, con una premessa come “Lansadale scrive Batman” sarei andato a cercarlo anche in Indocina. E ne sarebbe valsa la pena. Niente Pulitzer all’orizzonte, purtroppo, ma un giochetto divertentissimo che dimostra ancora una volta come Lansdale sia capace di scrivere veramente su tutto — se gli permetti di andare a parare dove vuole lui: due mondi che si incontrano, quello dei suoi personaggi sempre a un passo dall’essere inghiottiti dall’oscurità e quello di un vigilante tormentato che l’oscurità l’ha scelta come proprio habitat; una linea immaginaria che collega il Texas a Gotham City e un’auto indemoniata che la percorre a tutta velocità.
Un divertissment per stessa ammissione dell’autore, splatteroso e ricco di colpi di scena come esige la letteratura pulp, folle come solo i romanzi di Lansadale sanno essere, e tenero e psicotico come ogni buona storia su Batman.

Tanto per cambiare, kudos per il titolo italiano e la copertina da galera.

Libri letti nel mese di Marzo, o anche “le misere armi del tuo Dio Verme non possono nulla contro il mio imbattibile kung fu natalizio”

13 aprile 2010 file under: club del libro

Shakespeare scriveva per soldi (Shakespeare Wrote for Money) — Nick Hornby, 2009, Guanda

Quanto è contorto e metareferenziale inaugurare una rubrica sui libri letti ogni mese con un libro che raccoglie una serie di articoli tratti da una rubrica sui libri letti ogni mese? Spero molto, perché riguardo a Shakespeare scriveva per soldi (che è un seguito, nel senso che altri suoi articoli provenienti dalla stessa rubrica erano già stati pubblicati su un altro libro, Una vita da lettore aka The Polysyllabic Spree), nello specifico, non c’è molto da dire.
Nick Hornby è divertente. Punto.
Niente vieta di ricavarci qualche prezioso consiglio su possibili letture future (Hornby recensisce solo quello che gli è piaciuto, ma attenzione: più della metà dei libri citati non sono stati pubblicati in Italia — il che getta un’ombra di perplessità su chi definisce il libro una bieca operazione commerciale per vendere di più), ma credo che il motivo principale per cui si compra un libro come questo è che Hornby sarebbe uno spasso da leggere anche se parlasse di punto croce o delle economie fondate sull’esportazione dei datteri.


Fuoco nella polvere (Zeppelins West) — Joe R. Lansdale, 2001, Fanucci

Non c’è un modo breve per descrivere la trama di questo libro a parte “LA FOLLIA”, quindi ecco la versione lunga: Buffalo Bill, o quello che ne rimane, cioè una testa mozzata tenuta in vita artificialmente in un vaso pieno whisky e urina di maiale, porta il suo Wild West Show in tournée in giro per il mondo a bordo di una flotta di zeppelin; recatosi in Giappone con la scusa di una missione diplomatica (capite, bisogna rinsaldare un po’ i rapporti tra le due nazioni dopo che tutti quei samurai sono morti inutilmente nella battaglia di Little Big Horn), coinvolge Toro Seduto, Wild Bill Hickock e Annie Oakley nel salvataggio del mostro di Frankenstein, tenuto prigioniero dallo shogun che si è convinto la sua carne sia un potente afrodisiaco. L’impresa riesce ma Bill e il suo eterogeneo party precipitano nel Pacifico, vengono raccolti dallo zombie del capitano Nemo e condotti loro malgrado sull’isola del dottor Moreau, dove faranno la conoscenza dell’uomo di latta del mondo di Oz e mancheranno di poco il conte Dracula.

Insomma, quel genere di roba lì.

Ora, premesso che se Joe Lansdale entra in casa mia e dice “fanfiction crossover western steampunk” l’unica cosa che voglio sapere è dove devo firmare, non è che il prodotto finito non mi abbia fatto impazzire. Quello che poteva essere un racconto breve di tutto rispetto, un’irresistibile minchionata sulla cinquantina di pagine, si trascina per più del doppio e alla lunga rompe il cazzo: l’effetto è quello di una barzelletta divertente che continua per 40 minuti dopo la punchline.

Che poi l’abbia fatto per il lulz è fuor di dubbio, ma quando in un romanzo diventa troppo evidente che si è divertito molto più l’autore a scriverlo che gli altri a leggerlo, l’impianto inizia a scricchiolare. E’ anche il primo capitolo di una trilogia, quindi chissà, ma credo che stavolta salterò il giro.


Tutta colpa dell’angelo – Un’allegra favola di Natale (The Stupidest Angel – A Heartwarming Tale of Christmas Terror) — Christopher Moore, 2005, Sperling & Kupfer

Chirstopher Moore deve sicuramente essere tenuto in qualche conto a casa sua, qui in Italia invece l’unico motivo per cui è noto è che le case editrici decidono quali dei suoi romanzi pubblicare tirando i dadi: emblemtaico il caso di Suck – una storia d’amore, tradotto ed edito nella più totale disinvoltura da Elliot pur essendo il seguito di un libro che non era mai uscito. L’angelo ci va vicino, è praticamente l’episodio di Natale di una serie di racconti che in Italia non hanno mai visto la luce, ma proprio per le qualità insite nel genere “Episodio Di Natale” si lascia leggere senza bisogno di preamboli.

Il genere di Moore è l’horror bonaccione comico e paradossale, il suo stile ricorda Neil Gaiman nei suoi momenti più cazzoni (tipo Anansi Boys o Good Omens, non le cose epiche e struggenti alla Sandman) e Tutta colpa dell’angelo è una edificante favola natalizia a base di morti, mutilazioni, sesso (niente di particolarmente grafico), marjuana, arti marziali, una principessa guerriera con personalità multipla e un angelo bellissimo ma ritardato.
Letteratura puramente ricreativa, intrattenimento pulp di qualità per grandi e piccini. Il classico libro, per dire, “che avvicina i ragazzi alla lettura” –  cosa che probabilmente succede nel mondo civilizzato; in Italia, dove la lettura continua a essere proposta ai giovanissimi unicamente sotto forma di punizione, Moore resta ignorato e tradotto a cazzo di cane.


Il giornalista quasi perfetto (The Universal Journalist) — David Randall, 2009, Laterza

Quello di David Randall è un interessantissimo saggio (più che un manuale) sul giornalismo, simpatico, brillante e scorrevole, ma che ho dovuto interrompere dopo poche pagine a causa di un difetto purtoppo insormontabile: l’intero libro è ambientato in una specie di universo alternativo, un mondo fantasy (“Il Regno Unito”, sentite come pulsa la matrice Tolkieniana) abitato da persone che leggono i giornali e in cui il lavoro del giornalista esercita degli effetti tangibili sulla società che lo circonda. Al terzo esempio di politico disonesto costretto a dimettersi perché sputtanato da un’inchiesta giornalistica mi sono detto che per tanto così Batman ha anche le figure.


All-Star Batman & Robin, the boy wonder — Frank Miller (storia) e Jim Lee (matite), 2005, DC Comics
(…che non è un libro ma era un po’ che volevo scriverci due righe)

L’opera più criticata di Frank Miller e in generale il fumetto più sbeffeggiato e deprecato degli anni 2000, è naturalmente uno dei lavori su Batman che preferisco e che rileggo più volentieri. La storia, che la DC tiene a precisare è completamente slegata dalla continuity canonica, mostra un Batman ancora agli inizi della propia carriera, instabile ed esaltato, che “accoglie” nella bat-caverna un giovanissimo Dick Grayson. Con la scusa delle origini di Robin, il “boy wonder”, Miller passa in rassegna il mito di Batman da un punto di vista molto personale, e le critiche che si è tirato dietro sono talmente tante e unanimi che è impossibile non tenerne conto nel valutarlo: la colpa di Miller sarebbe quella di rappresentare Batman come un mitomane psicotico violento e borderline, cosa che in effetti non verrebbe mai da pensare di un tizio che si veste da pipistrello e picchia i criminali di notte, e di aver riscritto l’idilliaco rapporto padre-e-figlio tra Batman e Robin come una più contorta e problematica relazione tra il sergente di ferro e la sua recluta, condita di inconfessabili sospetti di omosessualità latente e pederastia. Tutta roba evidente da, tipo, SEMPRE, che Miller si limita a indicare e dire “ah-ahaa”.

Certo, la scrittura di Miller ha dei problemi, questo è un fatto: di compensazione, per cominciare, come dimostra il fatto che tutti, TUTTI i personaggi maschili, compreso Alfred il maggiordomo, sono cazzutissimi e muscolosi, e con le donne, come dimostra il fatto che sono tutte troie. Ma l’iperrealismo che degenera in barzelletta mi sembra una pura questione di gusti, semplicemente a certa gente piace porsi domande triviali come “ma se il punto debole di lanterna verde è il colore giallo, non basterebbe dipingere tutto di giallo per sconfiggerlo?” mentre altri lo trovano oltraggioso (verso i fumetti in generale? verso Lanterna Verde?) e inammissibile.
L’intento parodistico mi sembra lampante, chiunque non rida ha qualcosa da nascondere.

[poi c'è tutta la questione delle parolacce che ha suscitato un ridicolo polverone negli States, che credo derivi dallo strano rapporto che hanno gli americani con qualsiasi tipo di imprecazione: non avendolo mai completamente afferrato non riesco a capire né cosa ci trovino di tanto sbagliato i lettori né posso ipotizzare cosa volesse dimsotrare Miller mettendocele; a me ovviamente non danno alcun fastidio e anzi sono grato a Miller per aver coniato uno dei migliori meme di sempre – I'm the goddam batman]