Galeoni volanti, galeoni volanti everywhere

7 novembre 2011 file under: cineocchio

Ottantaquattresimo adattamento cinematografico negli ultimi 50 anni del romanzo omonimo di Alexandre Dumas padre, tutto quello che I Tre Moschettieri (2011) di Paul W. S. Anderson difetta in sceneggiatura — e, fidatevi, è davvero tanto — lo recupera con un a messa in scena magnifica, spettacolare, spaccona e coloratissima, un’autentica gioia per gli occhi condita alla consapevolezza che chi l’ha fatto si è divertito esattamente come chi lo sta vedendo.

Non ero al corrente del pregiudizio che perseguita Anderson — e qui mi riallaccio a un ottimo articolo dei 400 Calci — ma questo spiega in gran parte perché la critica si sia divertita tanto a MASSACRARE un onesto, innocuo swashbuckler (cappa e spada) fracassone che nulla ha da invidiare ad altri mille swashbuckler fracassoni. Il flop al botteghino, d’altra parte (costato 90 milioni, il film ne ha incassati solamente 80), si deve a una campagna pubblicitaria poco azzeccata (si sarebbe potuto fare di più, si sarebbe potuto fare meglio), nomi non abbastanza di grido (vedi più avanti) e, soprattutto, il fatto che troppa gente senza Johnny Depp a fare le smorfie non capisce quando bisogna ridere, prende tutto dannatamente sul serio e tra quello che si indispettisce perché nel libro i galeoni volanti non c’erano e quello che ti spiega perché è impossibile che Leonardo abbia inventato i galeoni volanti, arriva il sapientone che dice “americanata” con aria di sufficienza.

Non vedo veramente quale sia il problema. I Tre Moschettieri è un cugino povero e un po’ più etero degli Sherlock Holmes di Ritchie o dei Pirati di Verbinski/Bruckheimer. Stesso principio, fotografia più satura: period e action movie (che qui aspira alla spy story internazionale — LOL) legati assieme con compiaciuta cazzoneria, umorismo tongue-in-cheek e un anacronismo esibito orgogliosamente. Se non ti piace il genere stai semplicemente abbaiando all’albero sbagliato (e parliamone: come fa a non piacerti il genere?), ma se non hai problemi col cinema di intrattenimento più sguaiato hai davvero poco da fare il fighetto scontento: Anderson coreografa da dio i suoi moschettieri-ninja, fa combattere in cielo fottuti galeoni volanti e distrugge mezza Notre Dame per il puro gusto di farlo (a quel punto il livello di assurdità era tale che ero straconvinto che a metà del duello fra D’Artagnan e Rochefort sarebbe venuto fuori Quasimodo a dare il cambio a uno dei due).

L’unico rammarico è che per tenersi aperte tutte le strade, non ne imbocca nessuna. Nella speranza di tirarne fuori un film — o, più realisticamente, un franchise — per famiglie l’asticella della violenza è stata abbassata drasticamente (l’intero film scorre tra esplosioni, sparatorie e duelli mortali senza quasi una sola goccia di sangue), ma a differenza dei film per famiglie manca di qualsiasi cosa possa fare presa sul grande pubblico — tipo una storia o dei personaggi: monodimensionali, a dir poco, questi ultimi (come spesso accade si salvano solo i cattivi, e qui più per le facce di chi li interpreta che per altro) e imbarazzante la prima, ipersemplice eppure zeppa di spiegoni verbosissimi, sciocca e di una ingenuità che l’aderenza, se non alla trama allo spirito dell’opera di Dumas, giustifica solo fino a un certo punto.

E ancora, il cast, che in film come questi è nove volte su dieci l’ancora di salvezza, pare indovinato solo a metà. Bene i cattivi, pescati praticamente a caso i buoni (si salva forse Porthos, il Titus Pullo di Rome Ray Stevenson).
Mads Mikkelsen (cattivo in Casino Royale, vichingo di Valhalla Rising e qui capo della guardie con una benda alla Nick Fury: ormai fa solo personaggi con qualcosa di strano all’occhio sinistro) poteva essere usato meglio, Orlando Bloom se la sciala a fare il Bond villain perché ha capito che a questo giro è nel gruppo dei meno cani, e Christoph Waltz, un Cardinale Richelieu che più Cardinale Richelieu non si può, ha la faccia di chi sta decidendo se il ruolo più ridicolo che ha fatto quest’anno è questo o la roba con Pattz e con gli elefanti.
Rimane la signora W. S. Anderson, Milla Jovovich, padrona incontrastata della pellicola, che salta, corre, spara, scivola, si butta mezza nuda dai parapetti, schiva trappole alla Indiana Jones, guarda in macchina e respira forte, con quel paio di tette che sarà il corpetto, sarà lo schermo del cinema, ma– WOW. Nella gara delle bambole gonfiabili inestressive si mangia la Scarlett Johansson di Iron Man 2 in un solo boccone.

Quindi bella Paul W. S., bella Milla, bella i galeoni volanti.
Si poteva fare meglio di così, non c’è dubbio, ma anche chi se ne fotte. Dumas padre era un autore tuttaltro che perfetto e per nulla estraneo al concetto di “commerciale”, un cinque alto a un film come questo non lo avrebbe negato.

Le parti con i flashmob non le ho proprio capite, ma parliamo di Friends with Benefits

25 ottobre 2011 file under: cineocchio

Nell’anno in cui escono due film e una serie tv sullo stesso fottuto tema degli scopamici è legittimo approcciarsi al prodotto — uno qualunque dei tre — con un po’ di scazzo, scetticismo e, considerato il tema trattato, pretese molto basse. Friends with Benefits (2011) di Will Gluck è il migliore del mazzo, il che non ne fa automaticamente La Miglior Commedia Che Vedrete Quest’Anno, ma è quello dei tre che promette 110 minuti di divertimento e ne maniene più della metà, il che è già qualcosa.

Motivi per preferirlo sulla carta alle altre due robe sono che questo l’ha fatto il regista di Easy A (che è stata, quella sì, una delle migliori commedie del 2010), che ci sono Mila Kunis e JUSTIN BRING SEXY BACK (sono al corrente che nell’altro c’è Natalie Portman ma, andiamo, il suo partner è Ashton Kutcher — praticamente è come vedere un film in cui la tua attrice preferita viene stuprata da un cinghiale, e, no, non voglio vedere la mia attrice preferita stuprata da un cinghiale!), e un confortante 71% di pomodorometro (contro il 49 dell’altro film e la cancellazione della serie dopo 12 episodi che nessuno ha visto). Non è un film perfetto, anzi, da metà in poi prende una piega incongrua e abbastanza disastrosa, ma azzecca nella prima parte quelle due-tre cose che bastano a dire “beh si ok”.

Innanzitutto, ci troviamo di fronte alla storia di due persone implausibilmente belle che fanno lavori che non esistono (art director? head hunter? oh, Hollywood, me l’hai fatta ancora una volta!) e che li rendono ricchi pur non tenendoli occupati più di quattro ore al giorno in modo da poter passare il resto del loro tempo a bere, scopare e giocare con la wii: come faccia Gluck (che scrive e dirige) a non rendere questa cosa sgradevolissima è un mistero, ma ci riesce. Tutto è così scintillante e naturale e spontaneo che anche lo spettatore più menoso (io) non ha problemi ad accettarlo: non è semplice trasporto, è la consapevolezza di stare vedendo un film di fantascienza. Secondo, e questo davvero non è da poco, senza mostrare un solo capezzolo (qui subentra il solito gioco improbabile di lenzuola disposte nella maniere più assurde) riesce a parlare di sesso in modo piuttosto esplicito, cosa per niente scontata e che arriva come un’autentica liberazione — per non parlare del sollievo nello scoprire che Mila Kunis ingoia.

Sull’altra metà, onestamente, non voglio neanche infierire, infilare il DRAMA FAMIGLIARE in un contesto che già di suo non è dei più emozionanti — siamo all’inevitabile parte in cui i protagonisti si rendono conto di avere sentimenti l’uno per l’altra e sentono il bisogno di parlarne –, è una scelta audace che viene prontamente punita con il generale “embeh?!” del pubblico, e con tutto l’affetto per chi decide di cambiare genere e registro in media res, il risultato è che sembra di stare guardando un altro film, infinitamente meno interessante, con un finale che si rimangia tutte le promesse di originalità fatte all’inizio mentre infila uno dietro l’altro tutti i cliché possibili (con tanto che prendere in giro i cliché ormai è un cliché anche quello).
Si ride, eh, non è uno di quei casi che esci in strada urlando UN’ORA DELLA MIA VITA CHE NON RIAVRO’ MAI — ma mi sa che se il film finiva al minuto 51, quando Bryan Greenberg scarica Mila (frocio), mi divertivo uguale.

Rediming quality da non sottovalutare è il casting, azzeccatissimo come in Easy A, e forse vero marchio di fabbrica di Gluck, che ancora una volta imbastisce una parata di facce note che gigioneggiano sullo schermo per il sollazzo di noi deficienti fissati coi telefilm: dalla sequenza iniziale in cui i due protagonisti vengono piantati rispettivamente da Emma Stone e Andy Samberg (dei Lonely Island, amicissimi con Justin Timberlake), al film nel film con Jason Segel e Rashida Jones, passando per Patricia Clarkson (che in Easy A era la madre di Emma Stone, mentre nei video dei Lonely Island fa la madre di Justin Timberlake), Bryan Greenberg, il bambino di Modern Family (quello magro) e giusto per non farci mancare niente Hiro di Heroes e Shaun White nel ruolo di sé stesso. C’è anche Woody Harrelson (a proposito, ma Zombieland 2?) che ha fatto ridere tutti perché qui fa il gay: a me ha fatto molto più ridere il fatto che il suo personaggio è fissato coi font, ma dev’essere quello che succede quando i tuoi amici sono tutti grafici o Ted Mosby.

X-Men: First Love

16 luglio 2011 file under: ciccionerd gentemanga, cineocchio

Per quanto spesso mi imbatta in gente disposta a salvare almeno i primi due film (lasciando perdere chi definisce il secondo un capolavoro, lì è terreno di gioco di un analista) mai nella vita mi ha sfiorato l’idea di considerare la trilogia degli X-Men qualcosa di più di una spregevole baracconata messa in piedi da tizi talmente proni a (presunte) esigenze commerciali e, soprattutto, talmente preoccupati di non sembrare dei nerd da tirare fuori, a fronte di un fumetto enorme, intelligente, con un’infinità di personaggi e di situazioni sempre attualissime da sfruttare e approfondire, un trittico di film impersonali, banali e deficientissimi.

Pesa sicuramente in questo giudizio il fatto che chi scrive si è fatto negli anni una certa idea delle storie degli X-Men assimilabile al concetto di “racconto corale“, mentre quello che abbiamo visto nei cinema tra il 2000 e il 2009 è l’irritatissimo one-man-show dell’unico personaggio popolare, un Wolverine ingombrante e molestissimo che non è mai stato così antipatico — oltre al fatto che il franchise è stato messo nelle mani di pastafrolla di gente che molto candidamente si vergognava un casino di stare facendo un film sui supereroi.

Poteva forse X-Men: First Class (2011) essere peggio dei primi quattro? No, infatti. E lo sapevo prima ancora di vederlo, per tre motivi semplicissimi

  • non c’era Wolverine
  • nonostante il “ritorno” di Brian Singer (produce e abbozza la storia generale) dietro la macchina da presa ci sarebbe stato Matthew Vaughn (autore di Kick-Ass nel 2010), che al contrario di Singer, non si vergogna di fare film sui supereroi
  • X-Men: First Class avrebbe potuto permettersi qualsiasi strafalcione nei confronti della storia originale perché non avrebbe veramente parlato degli X-Men, ma della bellissima amicizia gay tra un giovane Xavier e un giovane Magneto, alla scoperta dei propri poteri e dei propri sentimenti, mentre radunano mutanti che non avranno mezza battuta in tutta la pellicola e risolvono la crisi missilistica di Cuba.

Le prime impressioni tendevano ad essere un po’ drastiche, si era insistito così tanto sulla povertà di questa pellicola che mi aspettavo una roba tipo il telefilm di Birds of Prey, con stunt imbarazzanti, cavi in bella vista, microfoni che pendono dal soffitto e brutte esplosioni fatte con un programma che gira solo su window 95 — e in effetti le quattro lire complessive con cui è stato girato il film si fanno sentire in ogni singola inquadratura (di sicuro la forma diamantina di Emma Frost occupa un posto tutto speciale nella classifica degli effetti che dai ragazzi ma anche no), cosa che fa legittimamente dubitare della sanità mentale di qualcuno (la Fox) che prima ha detto “ok facciamo il quinto film degli X-Men” e subito dopo “però ce la giochiamo al risparmio” — ma il peggio che si può dire di First Class è che si tratta di un film d’azione con pochissima azione, quasi che le preoccupazioni di chi l’ha sceneggiato (un totale di sei persone, compresi Singer e Vaughn) fossero altre.

e ci sono le vecchie uniformi giallo-blu, che mi stanno molto più simpatiche delle tutine di pelle da froci insicuri alla Matrix che c'erano negli altri film

Nelle sue due ore e qualcosa di durata, è praticamente due film messi uno di seguito all’altro, il fatto che ci siano gli stessi attori che interpretano gli stessi personaggi è praticamente l’unico punto di contatto: il primo film parla di questo gran figo di Erik Lehnsherr (Michael Fassbender) che se ne va in giro per il mondo ad ammazzare nazisti finché l’amicizia con Charles Xavier (James accento McAvoy) non compromette il suo stile; il secondo parla di una prima embrionale formazione degli X-Men (diversa da quella classica del fumetto) che affronta il Club Infernale di Sebastian Shaw (un Kevin Bacon gasatissimo) e salva il mondo da una guerra nucleare.
La sensazione di trovarsi di fronte a una serie di scene autonome montate una dopo l’altra poco più che a casaccio è accentuata dal fatto che si tratta effettivamente di una serie di scene autonome montate una dopo l’altra poco più che a casaccio, un tot di simpatici sketch a tema “non lasciare che l’odio ti consumi, amico mio” e “non è gay se è una threeway”. Gli unici due momenti cinematograficamente riusciti sono il Fassbender a caccia di nazisti che pare un director’s cut di Inglorious Basterds e la sequenza del reclutamento su Run degli Gnarls Barkley, mentre il resto funge più o meno da contorno/riempitivo, come l’inevitabile “scena dell’addestramento” (resa ancora più si vabbè da un uso improvviso e spropositato e ridicolo degli split-screen), l’anticlimatica pseudobattaglia finale e l’arcinoto METAFORONE (la paura del diverso, l’accetazione di sé stessi eccetera eccetera) sbrigato con qualche scambio di battute tra Mistica e Bestia a metà film e tra Erik e Shaw nel finale.

Sulla marea di cazzate, plot hole e “hand wave” (OH EHI MISTICA LE TUE CELLULE SONO COSI’ WHATEVER CHE SEMBRERAI GIOVANE ANCHE QUANDO AVRAI SESSANT’ANNI NEI PROSSIMI TRE FILM) non vale veramente la pena soffermarsi, cose “gravi” se vogliamo sono l’esubero imbarazzante di personaggi messi lì a non fare o dire un accidente che tu ti vedi tutto il film e alla fine dici “ma il tizio che faceva i tornadi, a che cazzo serviva?” e, uh, il fatto che siamo probabilmente di fronte al peggior period-movie mai girato, una roba che quando cazzo è ambientata questa storia sembra che se lo scordino ogni dieci minuti gli stessi sceneggiatori: sarà anche che quattro anni di Mad Men ci hanno viziati, ma buttarci in mezzo January Jones, i televisori quadrati e il filmatino di repertorio di JFK fa “anni 60″ esattamente come fa “vigilia di Natale” allestire un presepe il 24 di agosto. L’unica coordinata temporale ci viene offerta dai personaggi che ripetono a manetta AMERICA-RUSSIA che neanche nelle cutscene di Metal Gear Solid 3, ma nient’altro di usi e costumi, ambienti e mentalità riuscirebbe a farci sospettare che la pellicola non è ambientata l’altroieri.

Comunque, a costo di risultare ripetitivo, non è questo il punto. E’ come guardare il Re Leone e mettersi a discutere che non ci sono abbastanza scene sulla caccia all’antilope. First Class non vuole essere il grande film d’azione/spionaggio americano, né una nerdata ammiccante al popolo di trentenni con la maglietta del Dottor Destino, quello che paghi coi soldi del biglietto sono James McAvoy che rilascia interviste deficienti in cui insinua che lui e Fassbender sono una coppia e Fassbender che consolida il suo ruolo di attore che spacca i culi e fa esplodere le ovaie, Jennifer Lawrence e Nicholas Hoult che sono molto pucci e la scena in cui buttano Banshee giù dalla finestra che fa riderissimo: con le sue paccate di sottotesti bromosessuali e materiale per farci i meme fino alla fine dei tempi First Class è il primo tentativo veramente riuscito di fanfiction movie.

Possibili sequel?
Si è parlato di uno spin-off tutto su Magneto, una specie di commedia-action ambientata a Chicago negli anni 80 con lui che chiude i conti una volta per tutte coi soldati nazisti che hanno sterminato la sua famiglia. Si intitolerà “X-Men origins: Magneto — Io li odio i nazisti dell’Illinois”.
Erano solo due settimane che volevo fare questa battuta orribile.

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