Per quanto spesso mi imbatta in gente disposta a salvare almeno i primi due film (lasciando perdere chi definisce il secondo un capolavoro, lì è terreno di gioco di un analista) mai nella vita mi ha sfiorato l’idea di considerare la trilogia degli X-Men qualcosa di più di una spregevole baracconata messa in piedi da tizi talmente proni a (presunte) esigenze commerciali e, soprattutto, talmente preoccupati di non sembrare dei nerd da tirare fuori, a fronte di un fumetto enorme, intelligente, con un’infinità di personaggi e di situazioni sempre attualissime da sfruttare e approfondire, un trittico di film impersonali, banali e deficientissimi.
Pesa sicuramente in questo giudizio il fatto che chi scrive si è fatto negli anni una certa idea delle storie degli X-Men assimilabile al concetto di “racconto corale“, mentre quello che abbiamo visto nei cinema tra il 2000 e il 2009 è l’irritatissimo one-man-show dell’unico personaggio popolare, un Wolverine ingombrante e molestissimo che non è mai stato così antipatico — oltre al fatto che il franchise è stato messo nelle mani di pastafrolla di gente che molto candidamente si vergognava un casino di stare facendo un film sui supereroi.
Poteva forse X-Men: First Class (2011) essere peggio dei primi quattro? No, infatti. E lo sapevo prima ancora di vederlo, per tre motivi semplicissimi
non c’era Wolverine
nonostante il “ritorno” di Brian Singer (produce e abbozza la storia generale) dietro la macchina da presa ci sarebbe stato Matthew Vaughn (autore di Kick-Ass nel 2010), che al contrario di Singer, non si vergogna di fare film sui supereroi
X-Men: First Class avrebbe potuto permettersi qualsiasi strafalcione nei confronti della storia originale perché non avrebbe veramente parlato degli X-Men, ma della bellissima amicizia gay tra un giovane Xavier e un giovane Magneto, alla scoperta dei propri poteri e dei propri sentimenti, mentre radunano mutanti che non avranno mezza battuta in tutta la pellicola e risolvono la crisi missilistica di Cuba.
Le prime impressioni tendevano ad essere un po’ drastiche, si era insistito così tanto sulla povertà di questa pellicola che mi aspettavo una roba tipo il telefilm di Birds of Prey, con stunt imbarazzanti, cavi in bella vista, microfoni che pendono dal soffitto e brutte esplosioni fatte con un programma che gira solo su window 95 — e in effetti le quattro lire complessive con cui è stato girato il film si fanno sentire in ogni singola inquadratura (di sicuro la forma diamantina di Emma Frost occupa un posto tutto speciale nella classifica degli effetti che dai ragazzi ma anche no), cosa che fa legittimamente dubitare della sanità mentale di qualcuno (la Fox) che prima ha detto “ok facciamo il quinto film degli X-Men” e subito dopo “però ce la giochiamo al risparmio” — ma il peggio che si può dire di First Class è che si tratta di un film d’azione con pochissima azione, quasi che le preoccupazioni di chi l’ha sceneggiato (un totale di sei persone, compresi Singer e Vaughn) fossero altre.
e ci sono le vecchie uniformi giallo-blu, che mi stanno molto più simpatiche delle tutine di pelle da froci insicuri alla Matrix che c'erano negli altri film
Nelle sue due ore e qualcosa di durata, è praticamente due film messi uno di seguito all’altro, il fatto che ci siano gli stessi attori che interpretano gli stessi personaggi è praticamente l’unico punto di contatto: il primo film parla di questo gran figo di Erik Lehnsherr (Michael Fassbender) che se ne va in giro per il mondo ad ammazzare nazisti finché l’amicizia con Charles Xavier (James accento McAvoy) non compromette il suo stile; il secondo parla di una prima embrionale formazione degli X-Men (diversa da quella classica del fumetto) che affronta il Club Infernale di Sebastian Shaw (un Kevin Bacon gasatissimo) e salva il mondo da una guerra nucleare.
La sensazione di trovarsi di fronte a una serie di scene autonome montate una dopo l’altra poco più che a casaccio è accentuata dal fatto che si tratta effettivamente di una serie di scene autonome montate una dopo l’altra poco più che a casaccio, un tot di simpatici sketch a tema “non lasciare che l’odio ti consumi, amico mio” e “non è gay se è una threeway”. Gli unici due momenti cinematograficamente riusciti sono il Fassbender a caccia di nazisti che pare un director’s cut di Inglorious Basterds e la sequenza del reclutamento su Run degli Gnarls Barkley, mentre il resto funge più o meno da contorno/riempitivo, come l’inevitabile “scena dell’addestramento” (resa ancora più si vabbè da un uso improvviso e spropositato e ridicolo degli split-screen), l’anticlimatica pseudobattaglia finale e l’arcinoto METAFORONE (la paura del diverso, l’accetazione di sé stessi eccetera eccetera) sbrigato con qualche scambio di battute tra Mistica e Bestia a metà film e tra Erik e Shaw nel finale.
Sulla marea di cazzate, plot hole e “hand wave” (OH EHI MISTICA LE TUE CELLULE SONO COSI’ WHATEVER CHE SEMBRERAI GIOVANE ANCHE QUANDO AVRAI SESSANT’ANNI NEI PROSSIMI TRE FILM) non vale veramente la pena soffermarsi, cose “gravi” se vogliamo sono l’esubero imbarazzante di personaggi messi lì a non fare o dire un accidente che tu ti vedi tutto il film e alla fine dici “ma il tizio che faceva i tornadi, a che cazzo serviva?” e, uh, il fatto che siamo probabilmente di fronte al peggior period-movie mai girato, una roba che quando cazzo è ambientata questa storia sembra che se lo scordino ogni dieci minuti gli stessi sceneggiatori: sarà anche che quattro anni di Mad Men ci hanno viziati, ma buttarci in mezzo January Jones, i televisori quadrati e il filmatino di repertorio di JFK fa “anni 60″ esattamente come fa “vigilia di Natale” allestire un presepe il 24 di agosto. L’unica coordinata temporale ci viene offerta dai personaggi che ripetono a manetta AMERICA-RUSSIA che neanche nelle cutscene di Metal Gear Solid 3, ma nient’altro di usi e costumi, ambienti e mentalità riuscirebbe a farci sospettare che la pellicola non è ambientata l’altroieri.
Comunque, a costo di risultare ripetitivo, non è questo il punto. E’ come guardare il Re Leone e mettersi a discutere che non ci sono abbastanza scene sulla caccia all’antilope. First Class non vuole essere il grande film d’azione/spionaggio americano, né una nerdata ammiccante al popolo di trentenni con la maglietta del Dottor Destino, quello che paghi coi soldi del biglietto sono James McAvoy che rilascia interviste deficienti in cui insinua che lui e Fassbender sono una coppia e Fassbender che consolida il suo ruolo di attore che spacca i culi e fa esplodere le ovaie, Jennifer Lawrence e Nicholas Hoult che sono molto pucci e la scena in cui buttano Banshee giù dalla finestra che fa riderissimo: con le sue paccate di sottotesti bromosessuali e materiale per farci i meme fino alla fine dei tempi First Class è il primo tentativo veramente riuscito di fanfiction movie.
Possibili sequel?
Si è parlato di uno spin-off tutto su Magneto, una specie di commedia-action ambientata a Chicago negli anni 80 con lui che chiude i conti una volta per tutte coi soldati nazisti che hanno sterminato la sua famiglia. Si intitolerà “X-Men origins: Magneto — Io li odio i nazisti dell’Illinois”.
Erano solo due settimane che volevo fare questa battuta orribile.
Consigli per gli acquisti:
vedere in lingua originale (non avere idea di che minchia stia dicendo McAvoy è il 50% del divertimento)
hanno detto le stesse cose molto prima: i 400 calci (1 e 2), kekkoz, doc. Manhattan, roberto recchioni, vb (e probabilmente moltissima altra gente, ma io questi leggo, oh).
Quando uscì nel lontano 2006, Superman Returns, diretto da Bryan Singer (già colpevole nei confronti dell’umanità di avere iniziato coi primi due fim sugli X-Men un franchise talmente terribile che la cosa migliore che si può dire di loro è che almeno non sono brutti come quelli successivi) e con un allora sconosciuto Brandon Routh (proprio queste settimane nelle sale con Il film che non si sta inculando nessuno ma che ci è stato simpaticissimo per tutto il tempo in cui ha fatto il cattivo in Chuck e il supervegano in Scott Pilgrim), riscosse approvazione unanime e grosse pacche sulle spalle da praticamente chiunque eccetto TUTTE le persone che frequentavo all’epoca, che me lo descrissero come una noiosissima boiata con personaggi piatti e una storia che non sta in piedi.
In un certo senso avevano ragione tutti.
Mi ci sono voluti cinque anni per decidere che peggio di Smallville comunque non poteva andare e se da quel punto di vista la mia fiducia è stata premiata, il ritardo con cui l’ho recuperato si è fatto sentire un botto.
Il fatto è che Superman Returns viaggia su due binari che nelle mani di Singer sembrano destinati a non incontrarsi mai: da un lato c’è un lavoro scrupoloso e personalissimo su uno dei personaggi più iconici del ventesimo secolo che porta l’autore a confrontarsi con tutto quello che il topos di Superman rappresenta, compresa una chiave di lettura — Superman = Cristo — decisamente ambiziosa; dall’altro c’è il popcorn-movie nella sua accezione più inutile, lo spettacolo visivamente eccezionale ma vacuo e sfinente. Il risultato è che momenti di vero e proprio riuscitisismo epos postmoderno si alternano ad altri di NOIA FOTTUTA, tra evitabili cadute di stile da film per famiglie e uno sfoggio di effetti speciali che stordiscono più che stupire. Con Superman Returns ho provato l’esperienza assolutamente unica di commuovermi all’inizio di un film e addormentarmi durante il finale — probabilmente in tedesco c’è una parola per questo.
Eppure sulla carta funziona tutto.
Funziona il metaforone cristologico che non diventa mai pedante e ha, soprattutto, il coraggio di andare fino in fondo prendendo anche decisioni, diciamo, non proprio popolari (oltre che fuori continuity), con un Superman che nel finale rinuncia a Lois abbracciando una vita da eremita, un laico voto di castità in nome di un dovere più alto.
Funziona l’ottimo lavoro di citazioni e rimandi alle pellicole precedenti — vero punto di riferimento per Returns, molto di più di quanto non lo fosse il Superman cartaceo — un vero e proprio recupero filologico che è lampante nei titoli di testa e nel riutilizzo del vecchio footage con Marlon Brando nel ruolo di Jor-El, ma che si trova anche nella caratterizzazione di Lex (lontanissima da quella “canonica”, l’interpretazione di Kevin Spacey è palesemente ispirata da quella gigiona di Gene Hackman del 1975); nella ripetizione di certe battute che hanno fatto storia (spero che l’esperienza non vi abbia fatto passare la voglia di volare. Statisticamente, comunque, resta il modo più sicuro di viaggiare, per non dire dell’inevitabile è un uccello, è un aereo…); nella propensione a inventare personaggi originali invece di andarli a pescare da qualche oscuro numero del fumetto; nella skyline di Metropolis che, anche questa volta, non è un’ipotetica, geograficamente improbabile, capitale del Kansas, ma, a tutti gli effetti, la città di New York.
E funzionano i personaggi. Qui entra sicuramente in ballo la mia personalissima guerra contro quell’altro adattamento di Superman, ma ben vengano tre figure appena abbozzate ma oneste, se l’alternativa è una continua disperata e fallimentare ricerca di attualizzazione & approfondimento: Lois è una donna energica e combattiva, non per questo deve essere letta come una femminista arrabbiata che usa il kung-fu anche per aprire i barattoli; Lex è un genio del male e non un adolescente problematico fuori tempo massimo; quanto a Superman, in un periodo in cui la calzamaglia può essere sdoganata solo a condizione che sia nera o, in alternativa, di gigantesche iniezioni di autoirnoia, quello di Brandon Routh (la cui scarsissima espressività si rivela perfetta per il ruolo che interpreta) è un boyscout volante che indossa senza malizia il suo tutone azzurro, credibile e dannatamente serio.
Quello che manda in vacca tutti questi ottimi presupposti è uno script fin troppo fedele allo spirito dei vecchi film, quindi estremamente lineare, prevedibile, cheesy (Singer si è guadagnato un posto speciale all’inferno dando a UN BAMBINO un ruolo chiave in un film di Superman), che lascia insolute le questioni più interessanti ma dedica l’intera seconda metà a un’estenuante maratona di sequenze da film catastrofico girate all’insegna del “E ora onoriamo i nostri antenati facendo tutti gli effettazzi della madonna che 30 anni fa avrebbero voluto fare loro ma non esisteva la tecnologia”.
Ancora una volta il paragone con Smallville spazza via ogni dubbio: miglior adattamento di Superman degli ultimi 20 anni A MANI BASSE (se anche fosse stato un film brutto, sarebbe stato un film brutto di due ore e mezza contro un telefilm brutto di dieci anni), ma nel contesto dei film sui supereroi ha il sapore di un’occasione sprecata — soprattutto se visto oggi per la prima volta: in soli cinque anni il genere è cresciuto tantissimo e tra un carismatico Robert Downey Jr. nell’armatura di Iron Man, il sofisticato Cavaliere Oscuro di Nolan e l’ambiziosissimo progetto Avengers della Marvel Comics fattasi Studios, Superman Returns si colloca timidamente a metà classifica come un film rispettabilissimo ma incompleto, e decisamente superato.
Ma la verità è anche che qualsiasi risultato sarebbe comunque stato deludente di fronte alla possibilità di avere questo:
ha chiamato suo figlio KAL-EL, cos'altro volete ancora da lui, COSA?!
Romanzo Criminale — Giancarlo De Cataldo 2002, Einaudi
Non c’è troppo da dire su Romanzo Criminale e più precisamente non ne ho troppa voglia io, dopo aver speoloquiato piuttosto animosamente sia della prima che della seconda stagione della serie televisiva. Cosa mi preme aggiungere, allora? Innanzitutto che è un romanzo stupendo (all’epoca in cui fu il caso editoriale della settimana lo evitai come la peste pensando oh no sarà una di quelle robe di denuncia tutte scritte nel dialetto di Catanzaro — ma Gomorra non era ancora uscito quindi a che cazzo stavo pensando?), uno dei pochi hard boiled all’italiana veramente riusciti, e vale tranquillamente la pena leggerlo anche se spoileratissimi come può esserlo chi si è già sorbito film e telefilm. De Cataldo se la prende comoda, sviluppa trame secondarie, si concede ampissime digressioni (illuminante quando attacca a descrivere l’iter investigativo e l’istituzione dei processi contro la banda: De Cataldo è un giudice e ci tiene anche a raccontarci come funziona il suo lavoro), indugia su ogni singolo personaggio (interessante scoprire che Scrocchiazeppi, che nella serie tv è protagonista indiscusso di una delle sottotrame più grosse e al limite del comic relief, sia uno dei pochi, forse l’unico, su cui nel libro non viene detto assolutamente niente), ci inonda letteralmente di dettagli senza che niente appaia superfluo; una scrittura concisa, essenziale, fulminante, fa scorrere in un attimo un bel volumone di più di seicento pagine. De Cataldo precipita il lettore nella testa e nel cuore di criminali spietati e ambigui tutori della legge senza abbellire, infiocchettare o far leva su facili sentimentalismi (Roberto Recchioni ha scritto un bel pezzo su come e perché gli autori della serie abbiano “tradito” il distacco che c’è nella prosa di De Cataldo), racconta un’Italia spaventosa che ci fa sentire tutti un po’ meno sicuri e un po’ più romani.
E’ Nata una star? (Not a Star) — Nick Hornby GB: 2000 / Ita: 2010, Guanda
Io credo fermamente che stia al buonsenso di cui è dotato ogni essere umano avvisarlo di non mettere il piede in una trappola per orsi, offrirsi di portare un’automobile da una costa all’altra degli Stati Uniti con la promessa di non guardare cosa c’è nel bagagliaio, o pagare dieci euro per un libretto di settanta pagine a caratteri cubitali e margine doppio, ma forse è il caso di spendere due parole su E’ nata una stella, se non altro per discolpare il suo autore dall’accusa di essere un avido scribacchino che per far soldi pubblicherebbe anche la lista della spesa.
Non che possieda informazioni di prima mano su che genere di persona sia Nick Hrnby e che rapporto abbia coi soldi, ma basta una scorsa veloce su Wikipedia per scoprire che Not a Star ese in inghilterra UNDICI ANNI FA per la Open Door series, una collana specializzata in romanzi destinati a un pubblico “maturo” (questa per esempio è la storia di una donna che scopre che il proprio figlio fa l’attore porno) scritti in simple english per lettori alle prime armi — insomma, libri “adulti” per adulti poco alfabetizzati o non madrelingua: un’iniziativa squisitamente didattica e assolutamente da applaudire che si perde nel momento in cui la casa editrice che traduce Hornby per l’Italia, la Guanda, lo porta nelle librerie a un prezzo proporzionalmente incongruo e lo spaccia come il suo nuovo romanzo.
Stronzi loro che cercano di fotterci, ma anche voi che lo pagate senza vedere com’è fatto dentro e poi fate le sceneggiate su anobii, beh, ragazzi, dai.
Tutta un’altra Musica (Juliet, Naked) — Nick Hornby GB: 2009 / Ita: 2009, Guanda
Questo invece è veramente un romanzo di Hornby e parla di un triangolo tra una vecchia rockstar dimenticata, il suo fan numero uno e la compagna di quest’ultimo. Soliti uomini che non vogliono crescere che dopo il film di Alta Fedeltà me li immagino tutti con la faccia di John Cusack e solito finale che non è un finale e se qualcosa si aggiusta è più che altro per intervento divino, poi si parla un po’ di musica quindi è “il seguito spirituale di Alta Fedeltà” e c’è l’internets, che è circa l’unica cosa interessante di tutto libro.
Il problema è che Hornby scrive benissimo, è simpa e ci fa un sacco ridere, ma scrive sempre la stessa roba e la gente si sta un po’ rompendo il cazzo. Di buono qui c’è, appunto, questo ritratto spietato e sospettosamente preciso delle comunità online, quel sottobosco di forum, mailing list e siti monotematici (i siti di teorie, che meraviglia, ne avevo uno anch’io back in the days) dove stalker e mitomani trovano legittimazione della propria follia, e una bella riflessione su cosa significhi essere un artista e da dove debba nascere l’ispirazione: tutto molto interessante, se solo Hornby si prendesse una pausa dal sottotitolare tutto grossissimo per paura che qualcuno non capisca quello che dice. Il resto, meh. Da un certo punto in poi il plot prende un taglio spaventosamente da Harmony e i personaggi sono ormai insopportabili: se gli uomini di Hornby sono tutti indiscriminatamente degli stronzi egoisti, meschini e immaturi, le donne sono tutte declinazioni del genere VITTIMA DELL’EGOISMO DEI MASCHI, uscendone a loro volta un filo stereotipate e un bel po’ patetiche.
Nota sul titolo: l’originale “Juliet, Naked” è il titolo dell’album attorno a cui ruota l’intera storia; in Italia il libro ha rischiato di chiamarsi “Canzoni per Juliet“, un’idea tutto sommato ragionevole, ma poi gli si è preferito l’orrido “Tutta un’altra musica” nella speranza che fosse abbastanza chiaro che quello che stavano cercando di venderti era “Alta Fedeltà 2″
Ragazzi delle medie su un’isola deserta costretti a uccidersi a vicenda per il lulz di una dittatura asiatica di stampo nazicomunista — la trama di Battle Royale, che non a torto qualcuno ha definito un Il Signore delle mosche che incontra il Grande Fratello, è piuttosto nota e, spero non ci siano obiezioni su questo, una delle idee più fiche mai concepite. Accompagnato da un hype stratosferico (arriva da noi inspiegabilmente solo nel 2009 mentre in Giappone è culto da più di dieci anni) e ispiratore di un franchise a dir poco ingombrante (manga popolarissimo e uno splendido adattamento cinematografico diretto da Kinji Fukasaku con Takeshi Kitano), il romanzo di Koushun Takami è tuttavia un libro sorprendentemente lieve, nel senso di delicato, molto meno estremo, provocatorio, di “rottura”, di come me l’ero immaginato. Semplice, lineare, e profondamente giapponese.
Forse perché al di là dell’idea fica, grattata la patina di splatter, gli aspetti più fracassoni, quello stile asciutto e il linguaggio da cronaca di guerra, c’è una storia toccante che pone interrogativi che non hanno tempo, concetti agli antipodi di quell’idea di contingenza che la trama sembra suggerire, le solite trite riflessioni sulla violenza, sul Giappone moderno, sui giovani d’oggi che sono tutti alienati e signora mia dove andremo a finire: Battle Royale parla, tra uno sbudellamento e l’altro, di potere, di fiducia e di paura, e del talento straordinario quanto spaventoso dell’essere umano di adattarsi a qualunque situazione. Un racconto in bilico tra l’horror e il melodramma con un cast di quasi quaranta personaggi tutti splendidamente caratterizzati e massacrati senza pietà, 600 pagine che si leggono in un lampo — possibilmente spostandosi in continuazione. E senza lasciare tracce. Kazuo Kiriyama, maschio numero 6, potrebbe essere nei paraggi e possiede un mitragliatore.
Convive un bordello di roba, in Black Swan (2010) di Darren Aronofsky, e tutta moderatamente fichissima. C’è il film (pseudo) sportivo con la sua brava storia di ossessione, sacrificio e riscatto attraverso una disciplina artistico-agonistica massacrante, c’è un ritratto che un po’ affascina e un po’ inquieta di tale disciplina, dei suoi codici e dei suoi rituali, e c’è una classica storia di rivalità femminile dal sapore hollywoodiano della golden age; ci sono due delle più grosse tope di sempre e la scelta, astuta e ineccepibile, di promuoverlo prima di tutto come in film in cui due delle più grosse tope di sempre lesbicano duro, tanto che l’aspettativa generata diventa parte integrante dell’apparato drammaturgico; c’è una riflessione sull’arte e sull’artista di non poco conto (qual è il prezzo della perfezione? cosa siamo disposti a sacrificare per essa?), il discorso sul doppio (a cominciare proprio dal balletto, che svela un retroscena fatto di piedi martoriati, giunture scricchiolanti e fisici scheletrici), un bignami dei rapporti madre/figlia andati in merda; c’è il chiodo fisso di un regista, o almeno la ripresa di un tema a lui caro, quello del perfezionamento, della realizzazione di sé che avvengono solo attraverso l’autoannullamento o l’autodistruzione (e qui i paragoni con The Wrestler si sono sprecati), nonché la sua manona, pesante come poche altre, che molesta lo spettatore con un uso il criminale (e stupendo) della macchina da presa e della colonna sonora. E, alla base di tutto, ciò che definisce Black Swan più di ogni altra cosa, c’è l’intuizione di raccontare la malattia mentale come un film dell’orrore.
New York è lugubre e inspiegabilmente deserta, le atmosfere genuinamente inquietanti, debitrici di Lynch, Cronenberg, De Palma, quando non, nel crescendo finale, di quel cinema horror più caciarone, grossolano, dedito allo spavento per lo spavento: si salta sulla poltrona (thriller psicologico un cazzo, Black Swan fa paura), ma lo si fa per un buon motivo; l’incubo della mente attraverso immagini da incubo. Un film programmaticamente imperfetto, come la tecnica di Lily, il personaggio di Mila Kunis, necessariamente squilibrato, ma anche uno degli sguardi più lucidi e schietti di sempre sull’arte e sulla psicosi.
E come The Wrestler, anche Black Swan si chiude con un salto/volo (significativamente, quello di Mickey Rourke in avanti, attivo e eroico, quello della Portman all’indietro, come di chi si abbandona), ma dove il primo ci lasciava con un messaggio che era più o meno “siamo quello che siamo” e “sticazzi”, a questo giro Aronofsky — e qui è difficile non cercare un parallelo, seppur minimo, tra lui e l’ambiguo, spregiudicatissimo regista interpretato da Vincent Cassel — si assume quel po’ di responsabilità in più e prende una posizione più articolata e molto più tetra. La metamorfosi danzante in cigno nero del finale è cristallina: l’arte ordina e definisce un universo (mentale) altrimenti caotico e schizofrenico, l’arte dà un senso a tutto e vale bene qualunque sacrificio, anche quello degli altri.
Björk aveva già capito tutto
Ma sarebbe impensabile non fare menzione del ruolo che ha in tutto questo Natalie Portman, la sua sola presenza mette in ombra qualsiasi altra cosa, persona, città, marca di automobili. Certo Aronofsky è indiscutibilmente l’autore nel senso francese e più lusinghiero del termine, ma questo film non esisterebbe senza di lei, la sua fisicità straordinaria, la sua bellezza che per il pubblico eterosessuale (più in generale a chiunque sia mai interessata la figa) ha sempre significato una cosa ben precisa: quella lì diventerà mia moglie e o mio dio non si può, era la ragazzina di Leon! — chi meglio di lei poteva interpretare una donna/bambina che contemporaneamente reprime e scopre la propria sessualità. Per quel che valgono i premi, e valgono molto poco, nessuno quest’anno ha meritato un Oscar più di lei.
Nota a margine: maledetti giapponesi.
Per quanto bello, coinvolgente, ipnotico, Black Swan ha rischiato grosso e ho dovuto lottare con tutte le mie forze affinché i giapponesi non rovinassero anche questo. Nella fattispecie, per tutta la durata del film non ho potuto fare a meno di pensare a:
1) l’episodio di Sailor Moon in cui fanno Giselle, indimenticabile principalmente per la faccenda che c’è il cattivo CHE E’ UN TRAVESTITO — ma noi non lo sappiamo perché nell’edizione italiana l’hanno fatto doppiare a una donna — che vuole a tutti i costi fare Giselle E farsi il maestro di ballo; alla fine non ci riesce ma a noi rimangono questi pezzi di Storia dell’animazione in cui i personaggi STANNO FERMI con solo lo sfondo che si muove ma dovremmo intuire che ballano benissimo perché il pubblico dietro commenta “wow, ballano proprio benissimo!”.
Santa madre di Dio cosa cazzo è questo dvd?!
E’ Scott Pilgrim vs the World, figli di puttana, la collector’s ediction con due dischi, e vi conviene comprarlo immeditamamente se non volete che i vostri amici pensino che siete dei completi coglioni. Ma state bene attenti, sacchi di merda, perché non è uno di quei dischi del cazzo che trovate nel cestone delle offerte dell’Auchan, no signori, proprio per un cazzo, il dvd doppio collector’s edition di Scott Pilgrim vs the World si ordina su play.com, si paga con una dannatissima carta di credito e a portarvelo a casa è un fottuto postino!
E potete scommetterci il cazzo che vale la pena di comprarlo, oltre a contenere uno dei film più cazzuti di tutti i tempi ha più di quattro ore di contenuti speciali tra documentari, scene eliminate e quattro fottute piste audio diverse che permettono di vedere il film con i commenti del cast, del regista, dello sceneggiatore e del direttore della fotografia — Gesù Cristo santissimo questa gente non vede l’ora di raccontarvi tutti i propri segreti! Non siete ancora soddisfatti? Porca puttana, vi spiegano come hanno fatto gli effetti speciali, ci sono dei video musicali e qualcosa come un quarto d’ora di outtakes, cazzo, questi figli di puttana non hanno paura di farvi vedere nemeno quando sbagliano! E che mi dite dei provini degli attori? C’è quel pezzo di figa di Anna Kendrick che prova la parte di Stacey Pilgrim con niente addosso a parte una cazzutissima t-shirt di Batman. E Kieran Culkin? Se pensavate di conoscerlo perché avete visto Mamma ho perso l’aereo preparatevi un cambio di pantaloni perché vi posso assicurare che li avrete bagnati non appena vi avrà guardato negli occhi. Santissima merda fottuta, l’unica persona al mondo più fica di lui è il regista di questo film, Edgar Fottuto Wright, e non vede l’ora di raccontarvi quanto si è divertito a girarlo mentre voi facevate cazzate insignificanti come pompare benzina o battere i prezzi all’esselunga!!
Ma lo vedete quel dono di Dio alle donne sulla copertina, il figlio di puttana che maneggia una spada infuocata come se in vita sua non facesse altro che scopare e maneggiare spade infuocate? E’ Michael Cera, porca puttana, l’avete visto rompere culi in Arrested Development, in Superbad e in Juno, dove è così dannatamente figo che mette incinta Ellen Page mangiando delle fottute tic tac all’arancia!!! Scommetto che siete già tutte bagnate in mezzo alle gambe ma è inutile che vi fate illusioni perché non gliene potrebbe fottere un cazzo di voi neanche in un milione di anni: lui ha occhi solo per Ramona Flowers, la ragazza dei suoi sogni, letteralmente — capite cosa intendo, teste di cazzo? Per lei si è sottoposto a mesi di allenamenti, e non lo yoga o il pilates che fa quel frocio del vostro ragazzo nella speranza di scoparsi l’istruttore, Michael Cera ha imparato a usare una spada e tutte le fottute arti marziali del mondo per fare questo cazzo di film. E chi c’era assieme a lui? Guarda un po’, Chris Evans. E guarda un po’, anche Jason Schwatrzman. C’era così tanto testosterone su quel set che ha spostato il fottuto asse terrestre! Non mi credete? Provate a fare un giro a Toronto e ditemi un po’ se riuscite a trovare anche solo una ragazza ancora vergine.
Come faccio a saperlo..? Oh cazzo ma mi state ascoltando o cosa, è tutto nei contenuti speciali di questo spettacolare dvd!!!
Guardate Michael Cera mentre si passa una palla con gli altri membri del cast, credete che sia una palla normale? E’ una dannatissima palla medica, serve per allenare i muscoli e può pesare anche più di due chili!!!! E c’è un intero documentario sulla realizzazione di questo film che dura 50 minuti — ma lo sapete quanto cazzo sono lunghi 50 minuti? Non è lo spot pubblicitario politicamente corretto che vedete su MTV, confezionato per i frocetti sedicenni che devono ancora finire la versione di latino, questo è un vero making off, cazzo, quel figlio di puttana del regista dice le parolacce e c’è persino il dannatissimo autore del fumetto da cui è tratto il film!!
Questa merda non si trova su youtube a meno che vi piaccia vederla deformata e con un audio pietoso, come cazzo fate a non averlo ancora? Questo dvd è più colorato di un fottuto gay pride ma con più botte e costa meno di quanto paghereste una puttana per farvelo succhiare. Che cazzo ci fate ancora qui?! L’unico motivo per cui non dovreste precipitarvi a comprare questo imprescindibile spettacolare pezzo di arredamento è che ne avete già sette!!