Questo e fare Jersey Shore.
No sul serio, ragazzi, ci state dentro un casino.
E la notizia è di soli quattro mesi fa, caspita, se ne ho sentito parlare oggi per la prima volta in vita mia significa che sta proprio rockeggiando (segnatevelo, tizi addetti al “contatto con altre forme di vita” di MTV: a noi giovani piace aggiornare il nostro status su facebook più volte al giorno e quando una cosa va forte diciamo che rockeggia).
“Candidare Internet al Premio Nobel per la Pace” – ha dichiarato Antonio Campo Dall’Orto, Executive Vice President for Music Brands of MTV International, “è tuttaltro che una provocazione e la sosteniamo perchè la Rete è un grande strumento di democrazia e confronto pacifico. Internet è la dimostrazione che parlare liberamente, ascoltare gli altri e relazionarsi senza censure può cambiare il mondo. Per questo siamo felici di allearci con Wired in questa iniziativa, perchè dar voce alle idee, ai pensieri e alle iniziative che costruiscono il futuro dei giovani è essenziale per MTV, ora più di sempre.”
E se l’ha detto uno che ricopre il ruolo di “Executive Vice President for Music Brands” c’è da crederci (ah, se solo dire le cose in inglese ci facesse diventare di colpo americani!), si vede che è dalla nostra parte, mica come un Direttore Generale di Telecom qualunque! Loro ci credono davvero, ragazzi: non è come se questo imprenditore che parla di democrazia e libertà di parola, di “dar voce alle idee”, “senza censure” e “cambiare il mondo”, fosse la stessa persona, giovane e dinamica, che per una battuta ha licenziato Luttazzi da La7. (ma con un SMS, che è giovane e dinamico, proprio come MTV.)
Possiamo solo immaginare quali altre brillanti iniziative per convincere i giovani che MTV ha qualcosa a che fare con loro tireranno fuori dopo che anche questa sarà finita nell’oblio. Ecco alcuni spunti:
- petizione per convincere twitter ad aumentare i caratteri disponibili
- disegno di legge per legalizzare la marijuana
- video-contest per realizzare uno spot contro le tipe che non te le danno
Dei molti eroi in calzamaglia che di tanto in tanto l’editor in chief di turno della Marvel fa morire per conquistare un articoletto nella pagina di “cultura e spettacolo” di questo o quel giornale che in ogni caso non correrebbero il rischio di pubblicare notizie vere, l’ultimo in ordine di quanto poco ve ne frega è stato (da ormai due anni, ma ci ho fatto caso solo ora) Capitan America.
Non sono mai stato un suo grande fan, diciamo che se ordinassi i miei fumetti per genere lo avrei collezionato solo per tenerlo sotto “merda propagandistica di un paese in cui non vivo”, ma visto che tanto non ordino per genere i fumetti ma li tengo tutti in uno scatolone sotto al letto, ho sempre ritenuto saggio evitarlo come la peste.
Poi non so, magari sono io ad avere una sfiga pazzaesca, ma le poche volte che i nostri cammini si sono sfortunosamente incorciati, no l’ho mai visto aiutare vecchine in difficoltà o picchiare supercriminali normali, no, cazzo, lui sventava sempre complotti di coalizioni nazi-comuniste o combatteva generici “nemici della democrazia” e MAI che muovesse il culo se prima (e durante, e dopo) non ci aveva ricordato che quello americano è il miglior sistema del mondo in cui una persona può desiderare di vivere.
Inoltre il suo costume ha le squame.
Una cosa però bisogna riconoscergliela: molti supereroi muoiono quel poco che basta per far parlare un po’ di sé e ristampare un po’ di storie classiche per poi tornare in grande stile. Non lui.
Capitan America è nato come fumetto di propaganda durante il secondo conflitto mondiale per soddisfare il desiderio degli americani di vedere un tizio con la calzamaglia dare un pugno a Hitler, ed è morto per un fine altrettanto nobile:
What I found is that all the really hard-core left-wing fans want Cap to be standing out on and giving speeches on the street corner against the George W. Bush administration, and all the really right-wing fans all want him to be over in the streets of Baghdad, punching out Saddam Hussein
permettere ai suoi autori di nascondere la testa sotto la sabbia per non essere costretti a prendere una posizione.
“Oh noes i fan vogliono cose diverse e non possiamo accontentarli tutti!! E’ una cosa mai successa prima!! Qual è il piano di riserva?”
In tutto questo il rimpianto maggiore è che morendo, Cap non ci abbia lasciati con un’ultima chicca di retorica, demagogia, nazionalismo e quel filo di razzismo che hanno sempre caratterizzato la sua carriera.
Ah no, l’ha fatto, che fortuna!
Di cosa parla The Chosen è presto detto: David Morrell (già colpevole nei confronti dell’umanità di Rambo) racconta la storia di James Newman, un anonimo soldato americano bello biondo e con gli occhi azzurri che imbraccia un mitra in Afghanistan PER IL FUTURO DEI NOSTRI FIGLI; Capitan America, nel frattempo, è dall’altra parte del mondo e sta morendo di vecchiaia (e ce lo fa pesare solo un po’) ma riesce a raggiungere l’anonimo soldato Newman con la forza del pensiero e a guidarlo spiritualmente nel compimento di imprese eroiche tipo SPARARE AI MUSULMANI PER DIFENDERE LA LIBERTA’.
Alla fine Capitan America muore con un cacciavite nell’occhio per salvare il presidente da un attentato improvvisato ma lascia intendere che la sua eredità non è perduta perché in chiunque “faccia il proprio lavoro” — che sia il pompiere, cercare la cura per il cancro o occupare militarmente un paese straniero — ci sarà sempre un po’ di Capitan America.
Quello che costituisce il fascino maggiore di The Chosen è probabilmente il coraggio di scavare, di mettersi in discussione, di ammettere che le cose non sono più o bianche o nere e, attraverso un’analisi razionale e obiettiva di questi anni turbolenti, tratteggiare con estrema sensibilità i caratteri, i moventi, la profondità di tutte le parti tirate in causa.
Come in questa vignetta:
Questo però non deve far pensare che lasci spazio ad ambiguità di sorta: il soldato Newman non fa nulla di più che proteggere i suoi commilitoni e il suo paese dai “nemici della libertà”, Capitan America non suggerisce mai niente di più specifico di “combattere l’odio” e comunque state tranquilli, la Guerra al Terrore è giusta, lo si capisce grazie ai continui, elegantisismi parallelismi con la Seconda Guerra Mondiale. Fondamentale in questo senso la scelta di ambientare la storia in Afghanistan, che nessuno caga più da anni, ma che permette di tirare in ballo terrorismo e Torri-Gemelle-come-Peral-Harbour e fa passare l’assunto “ci arruoliamo per via dell’11 settembre” quando nel 2007, data di pubblicazione della miniserie, la guerra di cui parlano i tg, che popola l’immaginario collettivo degli americani e a cui inevitabilmente il lettore è portato a pensare, è un’altra, quella in Iraq, che con l’11 settembre, nonostante i salti mortali dei neocon per farlo sembrare, non ha nulla a che fare.
Ma poi che cambia, l’odio è odio, a prescindere da dove lo si combatta, tanto più che se perdessimo la battaglia questa gente si metterebbe a lapidare chi ascolta la musica!!, insomma, come si fa a non imbracciare un lanciamissili?
Nonostante le accuse che gli si potrebbe muovere contro, The Chosen non fa assolutamente di tutta l’erba un fascio, anzi, ma si limita a tracciare coi colori della giustizia e della democrazia una linea netta che divide chi è un Eroe da chi non è americano, poi sta al lettore tirare le conclusioni.
Da Il Venerdì di Repubblica del 14 novembre, Emilio Marrese intervista Roman Polanski:
«Onestamente io l’italia non la capisco. [...] Berlusconi sfida ogni norma, ogni regola alla base del funzionamento del Paese. E’ sorprendente. Una cosa che mi ha sempre preoccupato [...] è che il vostro eroe nazionale, dalla letteratura al cinema -soprattutto al cinema- è sempre una specie di imbroglione. Piccoli truffatori, furbastri disonesti. Gli italiani amano questi furfanti: si danno di gomito e dicono “ah ah, guarda quello come li ha fregati tutti“. [...] in ogni cultura c’è il personaggio un po’ mascalzone e canaglia, ma mai al livello italiano. E ora avere eletto il re degli imbroglioni: uno come Totò»
Nel 1977 Roman Polanski si è scopato davanti e dietro una modella di 13 anni dopo averla fatta ubriacare e narcotizzata, è stato denunciato processato e condannato in un tribunale di Los Angeles, ha patteggiato, ha ammesso di averla “sedotta, non violentata” (un concetto che, trattandosi di un uomo di 40 e una ragazzina di 13 anni, ha un valore davvero enorme [1], mi congratulo coi suoi legali, tanto valeva dire che lei non indossava i jeans) ed è scappato in Europa, dove si nasconde da 30 anni per non finire in prigione, perché anche lui è furbo.
Io lo dico così, a titolo informativo, nel caso uno volesse almeno fare finta di contestualizzare [2] quando intervista una monumentale faccia di cazzo invece di sorridere a 47 denti e annuire solo perché parla male di Berlusconi.
Detto questo, apprezzo Polanski sia come regista che come attore, e trovo pienamente condivisibile la sua preoccupazione per “il vento di destra che tira in Europa”, solo, ecco, la volta che vorrò una lezione di “integrità morale” e “sottolineare l’ovvio – corso avanzato” credo che la chiederò a qualcuno che mi fiderei a lasciare solo in una stanza con mia figlia.
Roman Polanski si alza dal divano di pelle nera del suo studio e va a prendere sulla scrivania una foto ritagliata da un giornale inglese. E’ un’immagine di Silvio Berlusconi colto mentre sale in auto sorridente e saluta a mano aperta: «Guardi che espressione. Mi fa molto ridere questa foto ed è emblematica: ha un sorriso da clown, pare una maschera, e saluta come Hitler. E guardi il contrasto tra il suo sguardo da giullare e quello truce e solenne delle sue guardie del corpo. Dice così tanto questa foto…». Già.
No, Roman Polanski.
Berlusconi alza il braccio perché è una cosa che noi, qui sul pianeta Terra chiamiamo saluto e le guardie del corpo hanno la faccia serie perché fanno un lavoro del cazzo. Non è in atto una cospirazione nazional-socialista. Non è emblematico di niente.
E no, Emilio Morrese. Non sei tenuto a dire “già” ad ogni puttanata che uno spara solo perché ha vinto un Oscar e possiede un divano di pelle nera. Roman Polanski sa quello che sanno tutti sull’Italia e su Berlusconi, cioè un cazzo. E il fatto che si sia ritagliato una foto dal giornale e se la tenga sul comodino non gli dà più autorevolezza, ma poiché si applica la formula del “tutto purché sia antiberlusconiano” si dice già e si guarda l’orizzonte con la costernazione di chi non ha capito che Laguna è il padre di Squall dagli indizi sparsi per il gioco e l’ha letto su internet solo molti mesi dopo aver finito Final Fantasy VIII.
Non è sbagliato l’antiberlusconismo in sé, è sbagliato farlo per principio o per motivi del cazzo, come INDIGNARSI perché si è messo un dito nel naso o ha fatto le corna in una foto o, ultima ma non certo l’ultima, all’incontro con la Merkel si è nascosto dietro un lampione per farle uno scherzone. Come venirsene nei pantaloni per quel video del cazzo che annuncia l’imminente caduta di Berlusconi perché durante un suo discorso Obama ha sbadigliato. CHI SE NE FOTTE.
L’essere un pagliaccio ininfluente a livello internazionale è l’ultimo dei problemi che abbiamo con Berlusconi. E se è questo tutto quello che ha da dire in proposito, oltre a suggerire fantasiosi paralleli con Hitler, aggiungo la politica alla lista delle cose che è inutile chiedere a Roman Polanski, subito sotto a “come faccio a conquistare una ragazza che mi piace e ha 13 anni”.
Esaurito l’argomento Italia, l’intervista prosegue con l’immancabile tirata sui giovani d’oggi che non hanno più rispetto per niente e per nessuno, con i loro scheitbord e la loro musica rap, che non hanno riferimenti culturali, che ai miei tempi eravamo tutti più bravi, che i ragazzi con cui parla non sanno nemmeno cosa siano il nazismo o Stalin. Certo aiuterebbe a farsi un quadro più chiaro di questa generazione sapere se Polanski queste domande gliele fa prima o dopo averli narcotizzati.
Ci vuole un po’ perché si inizi a parlare di cinema, che uno pensa magari è anche meglio. No.
Penose le stoccate a Woody Allen: “fa troppi film” e “non la pensa come me = è un cattivo regista”. Del resto è normale che due galletti nello stesso pollaio finiscano per scannarsi: entrambi ebrei, entrambi vecchissimi, entrambi lontani anni luce dal concetto di attraente, entrambi sposati con donne di cui potrebbero essere i nonni e entrambi con accuse pendenti per molestie su minori. Ah no, wait, Woody Allen è stato assolto e può andare a Hollywood a ritirare i suoi Oscar. tum-tum-cha!
[1] Era pur sempre il ’77: se la gente era disposta a credere che i Sex Pistols facessero musica e che Star Wars fosse un bel film, non vedo perché non potesse credere anche che una ragazzina che ha appena avuto le sue prime mestruazioni fosse psicologicamente pronta per fare il rodeo sul cazzo di un regista col triplo dei suoi anni.
[2] Va detto che in un trafiletto a lato, fra le varie cose, Marrese ricorda l’antipatico episodio dello stupro. A modo suo. “Nel ’77 fu accusato dello stupro di una tredicenne. Ammise di averla sedotta, ma negò di averle usato violenza. Poiché però la ragazza non aveva l’età legale per il consenso, fu denunciato”, che detto così sembrano due amanti incompresi ostacolati dalle leggi della California e da qualche genitore impiccione che vuole mettere un’età ai sentimenti. Aggiunge poi Marrese che Polanski comunque ha pagato un mucchio di soldi (15 anni dopo) e che c’era un giudice in cerca di visibilità, argomentazioni validissime che infatti usa spesso anche Berlusconi.
Berlusconi apostrofa il neo-presidente USA Obama “giovane bello, e anche abbronzato“, il centrosinistra si indigna, Berlusconi replica secco “era una battuta, se non l’aveta capita siete degli idioti”.
Non è che non si era capita, è che fa proprio cagare.
E comunque non capisco questa presunta regola per cui uno dice una stronzata cosmica (sia chiaro, Berlusconi ne ha dette di ben peggiori) ma tanto non vale perché era una battuta. Mi sembra di sentire quelli che sul forum di Gamesradar ti dicono “tua madre è una troia succhiacazzi che si fa inculare dai negri in stazione centrale gratis. tutto IMHO, ovviamente, eh”.
Per tutti quelli che credevano che il rischio peggiore che si potesse correre a passare del tempo su facebook fosse fare il test per vedere che principessa Disney sei, volere tanto tanto tanto uscire Belle e invece scoprire che sei Cenerentola, beh, sappiate potrebbe andarvi peggio. Per esempio potreste incontrare l’equivalente umano di scoprire che la tua ragazza ti ha tradito con una banda di motociclisti e ti ha passato l’aids leggendolo sul suo profilo di facebook: gente che ritiene doveroso occupare preziosi byte dell’internets per pubblicare esternazioni fatte di SFIGA e di Kryptonite come
Guardando la tv,ovviamente enfia di immagini di manifestazioni e scontri,mi sono trovato di fronte ad un’innegabile ed atavica realtà:seppur la protesta non dovrebbe avere colori,è incontrovertibile la differenza tra NOI di destra e i soggettoni di sinistra…ovviamente con le dovute eccezioni che a volte celano il cattivo odore dell’ipocrisia.
NOI DI DESTRA non facciamo manifestazioni perchè fieri di portare avanti le nostre idee all’interno della società e non fuori;
NOI DI DESTRA non amiamo cantare contro qualcuno semplicemente perchè lo rispettiamo,cercando anche di comprendere,da ottimi ascoltatori,le sue infauste ragioni;
NOI DI DESTRA portiamo avanti le nostre idee cercando di tutelarle come un bene prezioso,non avendo bisogno di riunirci in branco per ricordarci di essere “qualcuno”;
NOI DI DESTRA guardiamo sorridendo i “comunistelli” facinorosi,li osserviamo quasi con pietà,cerchiamo di tollerare il loro “male” con profonda e acclamata superiorità;
NOI DI DESTRA non ci facciamo intimorire dalle piccole bestioline messe tutte in fila che ci urlano:”FASCISTI!”,perchè noi lo siamo,storicamente…ed è un dato di fatto.E’un onore per noi;
NOI DI DESTRA non abbiamo bisogno di protestare per sentirci uniti;
NOI DI DESTRA (consentitemelo) non vestiamo con abiti sgargianti e ridicoli e alle sciarpe-kefiah,peraltro oggettivamente di pessimo gusto,preferiamo quelle Burberry;
NOI DI DESTRA (consentitemelo) non amiamo la sciatteria e la mancanza di pulizia ma amiamo l’ordine e la compostezza…e godiamo della nostra bellezza;
NOI DI DESTRA diamo importanza alla fede,alla famiglia,ai principi ed ai valori e non alle Assemblee permanenti;
insomma…NOI DI DESTRA abbiamo qualcosa di più.
Viene in mente Orazio che diceva:”ODI PROFANUM VULGUS,ET ARCEO”ovvero “ODIO LA MASSA IGNORANTE E ME NE TENGO LONTANO”…ah dimenticavo,NOI DI DESTRA abbiamo più cultura.
Inutile stare a sottilizzare, NOI DI DESTRA solchiamo lo spazio a bordo di astronavi alimentate dal nostro autocompiacimento: anche se muoveste delle obiezioni saremmo già troppo lontani per sentirle. E in ogni caso NOI DI DESTRA, sempre elegantissimi e sicuri di noi stessi, stiamo stilando una lista di personalità di spicco che hanno reso celebre e irresistibile il nostro pensiero (o decontestualizziamo o inventiamo direttamente il pensiero di altri per far sembrare che siano dei nostri pure loro), quindi per favore non disturbateci, siamo impegnati a ownare i comunistelli facendogli pesare che noi abbiamo Franco Califano, Gabry Ponte ed Elisabetta Canalis.