Mi riesce difficile immaginare di dover vendere a qualcuno un film come Scott Pilgrim vs. the World, perché tutte le persone che conosco l’hanno già comprato. Tolta quella – mi piace pensare irrilevante – frazione di snobboni che è riuscita solo a commentare “oh no Michael Cera” come se fosse il problema più grande che abbia mai avuto la cinematografia occidentale, è semplicemente impossibile restare indifferenti, non CAGARE HYPE, di fronte a certe premesse.
Regia di Edgar Wright, cast stratosferico (su tutti, Chris Evans e Brandon Routh che fanno la parodia di sé stessi, e Jason Schwartzman cattivo finale), storia di un adolescente di 23 anni che conquista l’amore a cazzotti e spade laser, adattamento di uno dei migliori fumetti indipendenti di sempre (e dove, per una volta, indipendente non vuol dire “fighetto”, ma “libero di fare il cazzo che gli pare”). Film dell’anno 2010? Film dell’anno 2010.
Sceneggiatura non originale per Wright che non chiude quel “trittico delle parodie” spesso vagheggiato (che il compito spetti ai soli Pegg e Frost con la commedia sci-fi Paul?), eppure per nulla distante dalle corde del regista inglese, che per la terza volta di seguito si cimenta in un omaggio entusiasta e appassionato a un pilastro della cultura pop (forse più di quanto non lo siano gli zombie o gli action movie, ma qui io sono di parte), l’universo dei videogiochi: dai titoli di testa, con quella versione 8 bit del logo della Universal che sembra una dichiarazione d’intenti, al conto alla rovescia di Tekken (Tekken!!) che chiude il film, Scott Pilgrim è una gigantesca fucina di citazioni, molte riprese fedelmente dal fumetto, alcune originali — come il cabinato a cui giocano Scott e Knives, mix geniale tra Dance Dance Revolution e picchiaduro a scorrimento, o l’idea che, resuscitato grazie alla vita extra, Scott debba ripercorrere tutto il film, dal punto in cui aveva “salvato” fino la boss finale, ripetendo gli stessi percorsi, le stesse azioni e dovendo ascoltare gli stessi discorsi degli altri personaggi –, tutte intese non tanto a strizzare l’occhio allo spettatore in grado di coglierle, quanto piuttosto a descrivere un immaginario collettivo, il modo in cui Scott e la generazione di nerd non-più-poi-così-disadattati che rappresenta fieramente vedono il mondo che li circonda, tra schermate da gioco di combattimento, didascalie di presentazione e sé stessi oscuri da affrontare e sconfiggere.
Film, videogioco, fumetto (canadese, che a sua volta sente enormemente le infuenze della tradizione americana dei supereroi, dei manga e di quel genere trasversale che è il webcomic): ci starebbe tutto, a questo punto, il pippone sulla commistione dei generi, la riflessione sulla natura e l’utilizzo che fa Wright del mezzo cinematografico eccetera eccetera — il succo è che Scott Pillgrim è quanto di più fico si possa fare oggi con una macchina da presa. Estetica indie, plot delirante e un cast che non poteva essere più azzeccato sono elementi imprescindibili e che certo non passano inosservati, ma il marchio di fabbrica della pellicola è un altro: sono le trovate visive, la spudorata artificiosità degli effetti speciali (che non significa siano mal realizzati, forse bisognerebbe parlrare di “non compatibilità” con la componente live action) e soprattutto il montaggio, intensissimo, serratissimo, fatto di ellissi, falsi raccordi e salti spazio-temporali continui e repentini che restituiscono allo spettatore il senso dello scorrere le pagine di un fumetto, saltando letteralmente da una vignetta all’altra, lo amplificano, lo portano a un livello superiore.
Quella che sarebbe potuta facilmente essere una più che dignitosa action commedy, un film con Michael Cera con le spade laser e i cazzottoni è a tutti gli effetti una delle opere più creative, spassose, bislacche e irresistibili che si siano mai viste. Edgar Wright non si smentisce e mantiene la promessa fatta in tagline di una epic of epic epicness.
Note (che finiscono per essere più lunghe del pezzo):
Sull’idiozia di scambiare un film di Edgar Wright per un film con Michael Cera ne ha parlato già kekkoz, solo che essendo una persona a modo lui non dice idiozia ma prospettiva. Mi limito ad aggiungere che questa antipatia per partito preso è veramente ridicola; guardatevi Arrested Development invece di Nick & Norah e poi possiamo discuterne da persone civili, fino ad allora siete un dito al culo.
In patria il film è stato solo un mezzo flop al botteghino (ha recuperato metà di quello che è costato realizzarlo), completamente stracciato da un blockbusterone come The Expendables, ma sembra che i distributori italiani ci tengano particolarmente che non lo guardi proprio UN CAZZO DI NESSUNO: da noi Scott Pilgrim esce domani, 19 novembre, nella stessa settimana di Harry Fottuto Potter — giusto per dire, a Milano lo programmano tre due sale. Alle due del pomeriggio. Sapete cosa? Accontentateli. Anche perché l’adattamento italiano si prospetta spaventosamente scialbo, basti vedere il trailer, e non tanto per cattiveria ma perché semplicemente un film come Scott Pilgrim è intraducibile. Su Play.com alla modica cifra di 14 euro potrete avere il dvd doppio regione 2 in lingua originale e un insostituibile senso di superiorità morale.
Come faccio a dire che lo scialbo adattamento italiano non è in cattiva fede? Dal fatto che il film esce comunque col suo titolo originale e non con uno dei seguenti:
- Un videogioco per farla innamorare
- Un amore di videogioco
- Scott Pilgrim — l’amore è un videogioco
- Un videogioco per dire sì
- Nei videogiochi niente regole
- Se sconfiggi i miei ex ti sposo
- Attento ai miei ex
- Tutti pazzi per Ramona
- Ti presento i miei ex
- I miei sette pazzi ex-ragazzi
Il cast. No, cazzo, parliamone. A parte gli ovvi Cera, Brandon Superman Routh, Chris Captain America Evans e Jason Schwartzman, abbiamo a che fare con un assortimento di facce note (e indovinatissime) veramente clamoroso: Mary Elizabeth Winstead (Ramona Flowers) è Lee di Death Proof, la ragazza vestita da cherreleader che le altre protagoniste lasciano in pegno a un figuro di dubbia moralità per poter prendere in prestito un’automobile — io la amo e tutte le volte che vedo Death Proof vorrei entrare nello schermo e salvarla; Mark Webber (Stephen Stills) è il figlio punk di Woody Allen in Hollywood Ending che compare in una sola scena ma ci regala il momento migliore del film (“ti voglio bene papà”, “ti voglio bene anch’io, Feccia”); Mae Whitman (Roxy Richter), era Ann, la tristissima fidanzata di Michael Cera in Arrested Development; Kieran Culkin (Wallace) è il fratello minore di Macaulay KevinDiMammaHoPersoL’aereo Culkin, ed è bravissimo; Alison Pill (Kim Pine) è stata la paziente del martedì nella seconda stagione di In Treatment; Aubrey Plaza (Julie Powers) è April di Parks & Recreation; Anna Kendrick (Stacey Pillgrim) era in Up in the Air di Jason Reitman (che è anche il regista di Juno, la consacrzione a icona indiesessuale di Micheal Cera) ed è talmente bella che le si perdona di aver fatto due film di Twilight. Infine, mi sembra giusto segnalarlo, lo screenplay del film è firmato da Wright assieme a Michael Bacall: quest’ultimo lo si vede qua e là nel corso del film, mischiato in mezzo alla folla durante le feste, inoltre è l’amico di Eli Roth in Death Proof e uno dei bastardi che non vengono inquadrati mai in Inglorious Basterds di Tarantino.
Ha senso scrivere una recensione su Eclipse, terzo capitolo della Twilight Saga, per dire che, esattamente come chiunque si aspettava, il terzo capitolo della Twilight Saga fa schifo al cazzo?
In questo caso sì, perché Eclipse fa schifo al cazzo in una maniera completamente inedita, inaspettata, sconcertante.
Non farò il finto ingenuo o lo spettatore tradito, non sono andato a vedere Eclipse perché “costretto da amici”, né per motivi di interesse sociologico, né tantomeno per dare a Twilight una seconda possibilità. Mi prendo le mie dannate responsabilità: non lo so perché cazzo ci sono andato, forse il cinema costava poco, forse pensavo sarebbe stata un’esperienza tutta da ridere, forse speravo di incontrare una Twilight mom e innamorarmi. Quello che invece è successo è che mi sono sfregato gli occhi per 124 minuti aspettando che uscisse fuori qualcuno a dirmi “ah ah ci sei cascato!” indicandomi la posizione delle telecamere. Eclipse è una schifezza difficile da credere, e lo dico tenendo per me qualsiasi giudizio sul pur notoriamente indifendibile apparato ideologico che sta alla base della storia: Eclipse è un prodotto ignobile prima di tutto cinematograficamente.
Pattz e il suo cerone. E comunque non è la cosa più improbabile del film.
Qualcuno, senza averlo visto e con un problema di fondo col cinema “commerciale” e di intrattenimento, vorrà liquidare la faccenda col mantra che le megaproduzioni americane per adolescenti sono tutte uguali. Non è vero. In vita mia non ho mai visto niente di lontanamente simile ad Eclipse.
Prendiamo un Pirati dei Caraibi a caso o il più recente Prince of Persia: messi da parte i gusti personali, tutto si può dire meno che non sia un prodotto a regola d’arte per il pubblico a cui si rivolge, ragazzini in età scolastica a cui non importa niente di chi era Orson Welles e vogliono passare un sabato pomeriggio in un edificio con l’aria condizionata — e dà loro esattamente quello che vogliono: azione, effetti speciali, un generico scontro tra “il bene” e “il male”, magari persino una storia d’amore, via, purché costantemente bilanciata da battute sciocche e abbondanti dosi di autoironia. Eclipse non ha niente di tutto questo. Si prende totalmente e dannatamente sul serio dall’inizio alla fine pur senza sviluppare (e senza neanche provarci) un filo di tensione drammatica; non c’è un’idea che sia una, l’impianto narrativo non esiste, i personaggi, letteralmente, ciondolano per due ore privi di uno scopo da raggiungere o di ostacoli da superare. La trama vorrebbe che un esercito di vampiri “neonati” minacci il quieto vivere degli abitanti di Forks, costringendo vampiri di vecchia data e lupi mannari ad allearsi per arrestarne l’avanzata, ma anche questa battaglia “epica”, continuamente vagheggiata e relegata, ovviamente, agli ultimissimi minuti della pellicola, non intacca che marginalmente le vite dei personaggi principali, tant’è che tutto o quasi avviene fuori città e fuori dallo schermo.
L’azione è aggirata sistematicamente, dal sangue dosato col contagocce (scelta ardita in un film sui vampiri) ai vampiri che quando muoiono si spaccano come vasi di coccio, dai flashback farlocchi (in cui vengono mostrati per un attimo due personaggi sfilare con il costume dell’epoca per poi tornare al primo piano del personaggio, nel presente, che ti racconta cosa è successo nel flashback) fino alla battaglia finale in cui sulla zuffa vera e propria (una sequela di placcaggi che ha più a che fare con una partita di football) prevale la telecronaca di Edward, rimasto nascosto assieme a Bella a decine di chilometri di distanza.
Ma la stessa storia d’amore, l’elemento evidentemente preponderante del film e della saga, è assolutamente inconsistente. Edward e Bella si amano. E allora? Allora niente, continuano ad amarsi. C’è un ostacolo? No, perché Jackob rompe un po’ il cazzo esibendo in continuazione gli addominali, ma non costituisce una vera minaccia per la stabilità della coppia nemmeno per mezzo secondo. C’è un “passo avanti”? No, perché Edward e Bella continuano ad amarsi in maniera casta e pura come nel primo film — e anzi, qualsiasi tentativo di passare alla seconda base da parte di Lei viene sistematicamente stroncato da Lui che cerca di mascherare il proprio disgusto per la vagina tirando in ballo gli antichi valori e la salvezza dell’anima.
Eclipse non è un film che ti annoi perché non te ne frega niente, o che non ti piace perché è fatto male. Eclipse è guardare per due ore le crepe nel muro.
Io non so che adolescenti conosciate voi, ma questa non è “la solita cagata per adolescenti”, Eclipse è l’anti-intrattenimento che nulla ha a che fare coi Johnny Depp e Jake Gyllenhaal che piacciono tanto e fanno i record d’incassi. Ha anzi del paranormale che gli stessi ragazze e ragazzi (e sì, in sala c’erano più maschi di quanti credereste) a cui piacciono esplosioni, scazzottate e acrobazie, possano pagare dei soldi per vedere 124 minuti di campi e controcampi di tre tizi che si ripetono quanto si amano.
La Twilight Saga avrebbe potuto essere, coi dovuti distinguo, quello che i superhero movie sono per i nerd: marchetta dichiarata ai fan del fumetto ma anche qualcosa di perfettamente vendibile pure al neofita che passava di lì per caso. Ma dove Twilight cercava (e non credo che l’avrei mai pensato, ma questo terzo capitolo fa sembrare il primo, firmato da Catherine Hardwicke, un luminoso esempio di estro autoriale), giustamente, di tirare a bordo anche chi i libri non li avesse ancora letti, Eclipse soffre di una dipendenza dal romanzo così totale da risultare incomprensibile per chiunque sia fuori dal circuito delle fanfiction su Robert Pattinson.
Un esempio, come se ne potrebbero fare tanti altri: Forks dovrebbe essere una cittadina tetra, buia e piovosa dove il sole non batte quasi mai, nascondiglio ideale per una famiglia di vampiri che, come ormai sanno anche i sassi, se esposta al sole GLITTERA (e il genere umano non è ancora pronto ad accettare che esiste e cammina in mezzo a loro una razza superiore disegnata da Mariah Carey); un posto che comunque la si veda fa atmosfera, un invito a nozze per qualsiasi direttore della fotografia, unico membro della troupe, in un simile mortorio, a potersi sbizzarrire almeno un po’. E invece, in Eclipse, a Forks splende il sole per tutto il tempo. Non una sola goccia di pioggia, non una nuvola, un filtro verde-bluastro nelle scene ambientate nei boschi e niente di più; le luci sono piatte, forti, uniformi, smarmellate, e sembra che nessuno senta il bisogno di fare altrimenti perché “tanto lo sanno già, hanno letto il libro”. Diventa una sospensione dell’incredulità all’interno della sospensione dell’incredulità.
Dakota Fanning fa una vampira che si prende un casino troppo sul serio
In questo trionfo della sciatteria e dello zero sbatti c’è poco da accanirsi sulle pur povere interpretazioni del trio Pattz/Stewart/Lautner: non è che la mediocrità del materiale di partenza li trasformi in tre bravi attori, ma in vittime delle circostanze sì. Qualche genuino calcio nel culo se lo meriterebbe invece Bryce Dallas Howard, fondamentalmente perché non puoi essere la figlia di Richie e avere Fonzie come padrino e fare comunque così schifo, ma tutto è compensato dall’interpretazione delirante e altamente sopra le righe di Dakota Fanning.
Altra vittima, masticata e rigurgitata dagli ingranaggi del sistema, è il regista David Slade, passato da Ellen Page serial killer di pedofili a questo: chiaro, sei un autore di videoclip con solo due film all’attivo e ti propongono una roba così grossa, devi essere idiota per non accettare. E’ altrettanto evidente del resto che la produzione aveva in ostaggio la sua famiglia e gli ha fatto firmare qualcosa tipo che si faceva venire una sola idea si impegnava a ingerire una scatola di chiodi.
Il risultato finale è una cosa talmente brutta, noiosa, sciocca, vacua, (inspiegabimente) dilettantesca e impersonale che non riesci né a ridere né a incazzarti. Se ogni capitolo di Twilight fosse un piatto diverso, Eclipse sarebbe tua mamma quando ti dice “ah, ma non avevo capito che venivi a pranzo, guarda che io non ho preparato niente”.
(ho trovato questo post nelle bozze della dashboard. l’avevo scritto circa un mese fa, approfittando dell’essere fresco di visione per piazzare al volo un vigliacchissimo post per punti. la scusa non regge più, l’elenco rimane.)
– assolutamente non all’altezza del primo
– la morale è che Iron Man è l’incarnazione dell’american dream e i cattivi sono quelli che rosicano
– OH NOES un cattivo con dei… nastrini laser? SRSLY?
– il pizzetto di RDJR mi suscita sentimenti ambivalenti
– ci sono almeno due scene che si vedono nei trailer e che nel film non ci sono. credevo che cose di questo genere succedessero solo con film tipo Highlander dal quarto in poi.
– Si potrebbe parlare per ore di come l’essersi rifatto i connotati a suon di cazzotti sembrava aver messo la parola fine sulla carriera di Mickey Rourke e invece lo guardi adesso e sembra che sia nato per ruoli come questi — limitiamoci a dire che come cattivo è spaventosamente in parte e i tatuaggi “da prigione russa” sono fichissimi.
– Tò, c’era Sam Rockwell. Faceva il cattivo coglione. Peccato.
– Scarlett Johansson era un altro film. Bellissima, snodata, fappabilissima, ma chiaramente aggiunta in postproduzione e attaccata a tutto il resto con lo scotch di carta. Recitativamente inesistente, la sua presenza in scena non ha il minimo senso, è una meravigliosa bambola gonfiabile che qualcuno ha dimenticato sul set.
– l’armatura nella valigetta merita da sola tutto il film.
– bla bla bla la faccenda del negro sostituito senza motivo.
– si delinea sempre più nettamente l’atmosfera fumettosa da megacrossover che culminerà nel 2012 con Avengers, e a me piace assai: oltre al martello di Thor che si vede nella canonica scenetta dopo i titoli di coda (in sala avevano acceso le luci, figli di puttana), nel corso del film tra le cianfrusaglie del padre Tony trova lo scudo di Capitan America (e nel film di Capitan America il padre di Tony comparirà tra i personaggi secondari).
– Tutte le scene con Happy, l’autista di Tony. Parliamone. Già così uno le vede e pensa “ma che cazzo” e “ma ce n’era bisogno?”, sapere poi che a interpretare il personaggio è lo stesso tizio che dirige il film, ti mette di fronte alla consapevolezza che Jon Favreau si è rimboccato le maniche e ha detto “bella lì, ora giriamo un po’ di scene in cui io sono buffo e simpatico ma so anche dare due cazzotti quando è il momento”. Io questo me lo aspetto da comparsa-seduta-al-tavolo-sullo-sfondo-#7, che gli dicono “sta seduto” e lui capisce “secondo me è meglio se faccio un po’ di break dance”, non da quello che dirige la baracca. Shame on you! Jon Favreau tra l’altro faceva il fidanzato di Monica in Friends, quello ricchissimo che poi la lasciava per diventare il campione di “lotta estrema“, quindi quando lo vedi che fa a botte passi tutto il tempo a chiederti se l’inside-joke era volontario o meno.
– durante la battaglia finale ho avuto un blackout, ho perso i sensi per mezzora e quando mi sono svagliato stavano ancora sprarando.
– Salvare la giornata e inventare un nuovo elemento della tavola periodica WTF
– Samuel Jackson con la benda FTW.
– Tony/Pepper: CHEPPALLE. ma non potevano mettersi insieme e non rompere i coglioni, come del resto la fine del primo IM faceva supporre? certo, in quel caso avrebbe avuto ancora meno senso la presenza di Black Widow e — mioddio che razza di mostro può costringerti a scegliere tra Guyneth Paltrow e Scarlet Johansson? ve lo dico io chi, Jon Favreau, quello che ha detto “bella lì, ora giriamo un po’ di scene in cui sono buffo e simpatico ma so anche dare due cazzotti quando è il momento”.
Intendiamoci, il film sarebbe pure scritto bene, se durasse quattro ore. Invece ne dura due e manca fisicamente lo spazio per parlare in maniera esauriente di almeno una delle cinquecento cose che Justin Theroux (che in vita sua ha scritto solo questo e Tropic Thunder e, come Favreau, pure lui esiste fondamentalmente come attore) ha voluto infilarci a tutti i costi. Il confronto col primo, che peraltro è il miglior superhero movie finora realizzato (non che ci sia sta gran gara: esclusi gli ultimi due Batman, che sono vere e proprie prove autoriali di Nolan, gli unici che non sono delle cagate sono questo e Spiderman), è ingeneroso, ma tolte le ingenuità e le superficialità dello script quello che rimane è comunque quello per cui si aveva pagato fin dall’inizio: una simpatica fracassonata con gli effetti speciali e le armature fighe, impreziosita dagli one-man-show di Rourke e Jackson che badassano e RDJR che cialtroneggia.
In molti, di fronte alla pur rilevante notizia dell’acquisto della Marvel Comics da parte della Disney, hanno evitato di farsi trascinare dall’isteria collettiva, mantenendo invece il sangue freddo e giudicando la faccenda con calma e oggettività. Questo post è a beneficio di tutti gli altri.
Visto che finché ve lo dicono i professionisti e gli esperti del settore non ci credete, proverò a dire io la stessa identica cosa: non succederà niente, quindi, per l’amor di Dio, BASTA temere che sangue e parolacce spariscano dalle storie del Punitore, BASTA battute “ma adesso il Dottor Destino assumerà come scagnozzi la Banda Bassotti?” e BASTA con le fanart di Topolino vestito da Wolverine e Pluto da Galactus, avevano rotto il cazzo il giorno prima che iniziaste a farle.
Un grande gruppo ne compra un altro, succede nel mondo degli affari qualcosa come una volta la settimana.
La Walt Disney Company è una delle più grosse multinazionale del mondo (forse la più grossa): a parte i più ovvi parchi e canali monotematici, possiede migliaia di altri marchi, prodotti, case, città, nomi di automobili, fabbriche di sigarette, pozzi petroliferi e compagnie che a loro volta posseggono altri marchi, prodotti, case, città, nomi di automobili… Troppe cose per poter esercitare una sensibile influenza su tutte, se c’è veramente il desiderio di esercitare un’influenza e non si limita a incassare il pizzo alla fine di ogni mese.
Non ha cambiato la programmazione dell’ABC, che trasmette Lost (fareste vedere a vostro figlio Lost? sì, per punirlo), Grey’s Anatomy (la protagonista è un’enorme vagina) o sit-com come Scrubs (battute sulla masturbazione in ogni puntata) o Better Off Ted (esilarante satira sulle multinazionali); non ha gettato nel fuoco i film dello studio Ghibli, lo studio di Hayao Miyazaki considerato l’anti-Disney per eccellenza, di cui detiene i diritti per la distribuzione in America; non blocca la trasmissione di History Channel, che propone qualcosa come 20 ore al giorno di documentari sui serial killer.
Ora io non sto dicendo “multinazionale buona”, sarebbe ridicolo anche solo pensarlo, ma sbaglia chi nella tabella degli allineamenti di D&D del proprio cuore insiste per voler inquadrare a tutti i costi la Disney nella casella “chaotic evil“. Neutral evil, tutt’al più.
Senza contare che quel fumetto “a misura di poppante” a cui l’isteria di massa fa riferimento non è una prerogativa della casa madre, ma anzi. Quell’universo fumettistico fatto di paperopoli, topolinie, 313 e commissari Basettoni tatuato a vita nell’immaginario collettivo di ognuno di noi è al 99% farina di artisti italiani, che salvo qualche timido tentativo di esportazione di quando in quando, gli americani non si cagano di striscio dal 1940 (non per nulla, le uniche cose che si sono comprati con un minimo di entusiasmo sono PK e WITCH, produzioni atipiche per l’italia che appunto ricalcavano, soprattutto PK, il modello supereroistico della Marvel). I fumetti alla Disney non sono mai interessati granché, se anche volessero “correggere” l’universo Marvel non saprebbero su cosa rimodellarlo.
Se c’è qualcosa della Marvel su cui la Disney vorrà mettere le mani, quella sarà la divisione cinematografica, che con le pellicole sui supereroi ha fatto negli ultimi anni imbarazzanti paccate di soldi. E anche in tal caso, cioè se “a rischio” fossero solo i film, non vedo cosa ci sia di cui preoccuparsi: la Disney possiede già la Miramax. Che, per dirne una, produce e distribuisce i film di Quentin
Fottuto
Tarantino.
E cerchiamo di arginare, già che ci siamo, il processo di beatificazione della Marvel quale paladina della libertà di espressione solo perché è stata inglobata da una azienda più family-friendly.
Se volevate battervi il petto perché oh noes la Marvel diventerà a prova di bambino e metteranno la museruola a Warren Ellis potevate farlo quando la politica antifumo di Joe Quesada (attuale e sgraditissimo editor in chief) ha fatto sparire sigari e sigarette a gente come Gambit, Nick Fury e Wolverine, quando dalle parolacce censurate si è passati a non mettere proprio le parolacce, quando gli strascichi della “No Gays in the Marvel Universe” policy datata 1980 hanno impedito che si vedesse una sola coppia omosessuale fino al 2006, quando la linea editoriale dell’Uomo Ragno è diventata azzerarne ciclicamente la continuity.
Gli sbudellamenti del Punitore o la prosa “colorita” di Warren Ellis (che comunque è sempre stata più colorita quando lavorava per conto suo o per la DC) correranno, con molta probabilità, gli stessi rischi che correvano prima.
Perché mai, poi, la presenza della Disney in un binomio creativo dovrebbe significare “censura”? Guardate Kingdom Hearts, produzione nippo-americana realizzata in tandem con la favolosa SquarEnix: coppie gay come se piovessero (e un menage-a-trois quasi dichiarato) con la benedizione di “re” Topolino.
Ad autocensurarsi e rincoglionire le storie la Marvel ci è sempre riuscita perfettamente anche da sola.
Tutte le volte che si parla di trasporre su pellicola un romanzo di Palahniuk la gente ha questa strana tendenza a correre in circolo agitando gli arti e gridando all’impresa impossibile no-Palahniuk-è-troppo-folle, quando a me i suoi libri, soprattutto i primi, sembrano fatti apposta per il cinema.
Fight Club (1999) mi da ragione, Soffocare (2008) purtoppo mi dice “taci idiota”.
In realtà Soffocare sarebbe una robetta piuttosto insulsa anche al di là del suo fallimento come trasposizione, non foss’altro per il fatto che pare girato negli stessi set di Paso Adelante e con lo stesso telefonino; ma è il suo rapporto anale non protetto con il libro, la personalissima interpretazione di Clark Gregg, regista e sceneggiatore (e attore, che si ritaglia una parte a cazzo di cane gonfiando un personaggio che nel romanzo appariva di striscio), per cui se si intitolava “Soffocare” invece che “storia di uno che scopa molto, lol” era solo questione di punti di vista, che gli dà il colpo di grazia.
Non esattamente un successo di pubblico e critica, serpeggia però tra chi l’ha visto un parere complessivamente positivo che è più o meno “ci prova, non ci riesce al 100%, ma almeno è onesto” e questo mi lascia perplesso (o mi fa incazzare, dato che un giudizio così magnanimo viene spesso da quelli che Fight Club lo bocciano in toto perché c’è Brad Pitt e, sai com’è, Brad Pitt è bello quindi il film è commerciale) perché nel modo con cui Gregg salva solo le parti del romanzo più superficialmente “Plalahniukiane” mentre ripulisce tutto quanto potrebbe essere troppo ostico da trattare, ci vedo tutto tranne che l’onestà.
Dove il libro descrive la madre del protagonista devastata da una malattia degenerativa, il film sfodera la solita arzilla vecchina da film che guarda il culo agli infermieri e fa giusto un po’ di fatica coi nomi; la sessodipendenza è ridotta a un superficiale “sono triste perché faccio sesso senza amore (ma adesso trovo l’amore e tutto si risolve)”; il personaggio di Paige, la dottoressa/paziente, viene ammorbidito e banalizzato da una serie di omissioni e uno spiegone non richiesto, posticcio e singolarmente idiota (manca cioè l’esilarante delirio sci-fi sui viaggi nel tempo e il DNA di Victor per curare una pandemia nel 2500, in compenso Paige “giustifica” il suo ricovero in un’ospedale psichiatrico raccontando di essere una studentessa che ha avuto in crollo nervoso perché l’hanno bocciata a un esame. WTF?); l’intera parte, spassosamente blasfema, in cui Victor si convince di essere il Messia è praticamente appena accennata.
Ah, ma parla di sesso in modo esplicito, e la regia è minimale e l’inquadratura è sporca quindi il film NON E’ PATINATO, non è una di quelle cose ipocrite hollywoodiane.
Non ho un’idea ben chiara del finale — a quel punto ero già mezzo addormentato — ma credo che ci fosse Sam Rockwell (o chiunque lo doppi nell’edizione italiana) in versione voce narrante che spiegava come l’amore e la buona volontà mettano a posto ogni cosa.
Straconsigliato a chiunque collezioni Palahniuk perché è figo e postmoderno e [aggettivo random a scelta] e ne parlano bene tutti i blog giusti: troverà il film è crudo e irriverente come il romanzo da cui è tratto, e sosterrà strenuamente che è folle e dissacrante perché mostra tette cadenti e non ha paura di dire cazzo e figa.
Astenersi invece chiunque sia andato oltre la terza di copertina, e speriamo bene per Survivor che parla di religioni organizzate, sessuofobia e aerei dirottati, tutti argomenti estremamente popolari che qualsiasi produttore spera di poter trattare almeno una volta al mese.
Poche sono le certezze nella vita, una di queste è che al mondo esistono due tipi di persone autistiche: qulli che fanno giochetti fighi con le carte e quelli che sono detentori di un segreto militare a cui il governo vuole chiudere la bocca per sempre.
La recente visione di Chocolate (2008) ci costringe però a mettere in discussione questa regola e prendere atto che ne esistono di un terzo tipo: quelli che imparano il muay thai guardandolo in televisione e battono la gente come dei tappeti per pagare le cure della mamma malata.
Autori di due pietre miliari del cinema tailandese d’arti marziali, Ong Bak e The Protector, Prachya Pinkaew (regista) e Panna Rittikrai (martial artist choreographer) ci propongono ancora una volta la loro visione del mondo suggestiva e accattivante in cui se fotti con l’elefante di Tony Jaa hai finito di vivere.
Al posto del pur sentitissimo dramma dell’elefante rubato, questa volta troviamo una cornice un filino meno pretestuosa e più articolata, ma la vera sorpresa è che il Tony Jaa della situazione è una donna, Jeeja Yanin, artista marziale al suo esordio cinematografico che tira calci come se al mondo non esistessero né Dio né la forza di gravità.
La storia dell’amore contrastato tra la pupa di un boss thailandese e uno yakuza jappo (il puccissimo Hiroshi Abe) con tanto di time-skip per passare a quella della bambina problematica che cresce tra mille difficoltà (la mamma malata!!!1) e impara le arti marziali guardando i ragazzi di una palestra vicina e Toni Jaa in televisione sono poco più che situazioni, per carità, poco plausibili e lontane mille anni luce dal poter dire che il film ha una sua “dignità drammaturgica”, c’è però un impegno inedito, la volontà, almeno, di comportarsi da filmaker invece che da semplici coreografi [1], che giustifica una prima mezzoretta – neanche tanto spiacevole, in fin dei conti – fatta di tanta storia e pochi balletti.
Poi, certo, allo scoccare dei trenta minuti e trenta secondi inzia (scandito addirittura
dall’effetto sonoro di un gong) Il Film Di Arti Marziali, e li è amore totale e incondizionato per la Yanin e il suo adorabile faccino puccincazzoso.
Scritto come un picchiaduro a scorrimento, ripete con leggerissime variazioni uno schema (piacevolmente e compiaciutamente) uguale a se stesso:
- Jeeja e il suo amico cicciottello vanno dallo stronzo di turno e gli chiedono dei soldi che lo stronzo deve alla madre di lei;
- lo stronzo (ma proprio stronzo, eh) li manda via in malo modo;
- Jeeja prende a calci lui e la sua posse di magazzinieri inspiegabilmente esperti di taekwndo finché i giorni della settimana non diventano pari. Di volta in volta aumenta la difficoltà (il che rende possibile la scena EPIC-POWA dell’amico cicciottello che arrostisce le mosche – unico punto debole della nostra eroina – con una racchetta elettrificata), a ogni cattivo sconfitto sembra che Jeeja sblocchi un nuovo livello, accedendo a boss e location che si fanno via via più cazzuti (tipo l’altro bambino autistico, forse il combattimento più bello del film), con tanto di temporaneo switchamento del personaggio giocabile (il paparino Hiroshi Abe, arrivato direttamente dal Giappone perché ha scoperto di tenere famiglia, affronta l’esercito di sgherri muniti di katana in stile Kill Bill [2]), per arrivare a una totale identificazione tra pellicola e videogioco nel gran finale, il combattimento-inseguimento sui balconi che pare un livello di Donkey Kong coi calci in faccia al posto delle botti e una serie di cadute spettacolari che denunciano infine la vera natura del film: un prodotto intelligente e di pregevole fattura realizzato nel totale disprezzo dell’incolumità fisica degli attori che vi hanno preso parte. Disprezzo ribadito con un certo orgoglio negli outtakes che accompagnano i titoli di coda: “non abbiamo usato stuntmen e ci siamo fatti un male del cazzo!! non abbiamo paura di niente, muahahahah”.
Nota: il titolo – che quasi sicuramente viene dal fatto che nella prima parte del film la Yanin si mangia gli smarties da un tubetto gigante, ftw – si presta a un facile fraintendimento che tornerà utile quando la vostra ragazza vorrà vedere quel film che c’è lei che apre la ciccolateria nel paese bigotto e poi arriva Johnny Depp e ci sono i sentimenti. ti giuro, cara, ero convinto che…
Fanculo Johnny Depp, l’unico sentimento che voglio sentire da questo momento in avanti è il dolore di chi pensa di poter fottere con Jeeja Yanin.
[1] risultato poi raggiunto, a quanto si legge in giro, dalla cinematografia di botte thailandese nell’ancora-da-vedere-mi-dicono-che-è-fighissimo Ong Bak 2 – con Tony Jaa e di (!!) Tony Jaa.
[2] quasi sicuramente una citazione, vista anche la location molto simile alla House of Blue Leaves.