Ottantaquattresimo adattamento cinematografico negli ultimi 50 anni del romanzo omonimo di Alexandre Dumas padre, tutto quello che I Tre Moschettieri (2011) di Paul W. S. Anderson difetta in sceneggiatura — e, fidatevi, è davvero tanto — lo recupera con un a messa in scena magnifica, spettacolare, spaccona e coloratissima, un’autentica gioia per gli occhi condita alla consapevolezza che chi l’ha fatto si è divertito esattamente come chi lo sta vedendo.
Non ero al corrente del pregiudizio che perseguita Anderson — e qui mi riallaccio a un ottimo articolo dei 400 Calci — ma questo spiega in gran parte perché la critica si sia divertita tanto a MASSACRARE un onesto, innocuo swashbuckler (cappa e spada) fracassone che nulla ha da invidiare ad altri mille swashbuckler fracassoni. Il flop al botteghino, d’altra parte (costato 90 milioni, il film ne ha incassati solamente 80), si deve a una campagna pubblicitaria poco azzeccata (si sarebbe potuto fare di più, si sarebbe potuto fare meglio), nomi non abbastanza di grido (vedi più avanti) e, soprattutto, il fatto che troppa gente senza Johnny Depp a fare le smorfie non capisce quando bisogna ridere, prende tutto dannatamente sul serio e tra quello che si indispettisce perché nel libro i galeoni volanti non c’erano e quello che ti spiega perché è impossibile che Leonardo abbia inventato i galeoni volanti, arriva il sapientone che dice “americanata” con aria di sufficienza.
Non vedo veramente quale sia il problema. I Tre Moschettieri è un cugino povero e un po’ più etero degli Sherlock Holmes di Ritchie o dei Pirati di Verbinski/Bruckheimer. Stesso principio, fotografia più satura: period e action movie (che qui aspira alla spy story internazionale — LOL) legati assieme con compiaciuta cazzoneria, umorismo tongue-in-cheek e un anacronismo esibito orgogliosamente. Se non ti piace il genere stai semplicemente abbaiando all’albero sbagliato (e parliamone: come fa a non piacerti il genere?), ma se non hai problemi col cinema di intrattenimento più sguaiato hai davvero poco da fare il fighetto scontento: Anderson coreografa da dio i suoi moschettieri-ninja, fa combattere in cielo fottuti galeoni volanti e distrugge mezza Notre Dame per il puro gusto di farlo (a quel punto il livello di assurdità era tale che ero straconvinto che a metà del duello fra D’Artagnan e Rochefort sarebbe venuto fuori Quasimodo a dare il cambio a uno dei due).
L’unico rammarico è che per tenersi aperte tutte le strade, non ne imbocca nessuna. Nella speranza di tirarne fuori un film — o, più realisticamente, un franchise — per famiglie l’asticella della violenza è stata abbassata drasticamente (l’intero film scorre tra esplosioni, sparatorie e duelli mortali senza quasi una sola goccia di sangue), ma a differenza dei film per famiglie manca di qualsiasi cosa possa fare presa sul grande pubblico — tipo una storia o dei personaggi: monodimensionali, a dir poco, questi ultimi (come spesso accade si salvano solo i cattivi, e qui più per le facce di chi li interpreta che per altro) e imbarazzante la prima, ipersemplice eppure zeppa di spiegoni verbosissimi, sciocca e di una ingenuità che l’aderenza, se non alla trama allo spirito dell’opera di Dumas, giustifica solo fino a un certo punto.
E ancora, il cast, che in film come questi è nove volte su dieci l’ancora di salvezza, pare indovinato solo a metà. Bene i cattivi, pescati praticamente a caso i buoni (si salva forse Porthos, il Titus Pullo di RomeRay Stevenson). Mads Mikkelsen (cattivo in Casino Royale, vichingo di Valhalla Rising e qui capo della guardie con una benda alla Nick Fury: ormai fa solo personaggi con qualcosa di strano all’occhio sinistro) poteva essere usato meglio, Orlando Bloom se la sciala a fare il Bond villain perché ha capito che a questo giro è nel gruppo dei meno cani, e Christoph Waltz, un Cardinale Richelieu che più Cardinale Richelieu non si può, ha la faccia di chi sta decidendo se il ruolo più ridicolo che ha fatto quest’anno è questo o la roba con Pattz e con gli elefanti.
Rimane la signora W. S. Anderson, Milla Jovovich, padrona incontrastata della pellicola, che salta, corre, spara, scivola, si butta mezza nuda dai parapetti, schiva trappole alla Indiana Jones, guarda in macchina e respira forte, con quel paio di tette che sarà il corpetto, sarà lo schermo del cinema, ma– WOW. Nella gara delle bambole gonfiabili inestressive si mangia la Scarlett Johansson di Iron Man 2 in un solo boccone.
Quindi bella Paul W. S., bella Milla, bella i galeoni volanti.
Si poteva fare meglio di così, non c’è dubbio, ma anche chi se ne fotte. Dumas padre era un autore tuttaltro che perfetto e per nulla estraneo al concetto di “commerciale”, un cinque alto a un film come questo non lo avrebbe negato.
Nell’anno in cui escono due film e una serie tv sullo stesso fottuto tema degli scopamici è legittimo approcciarsi al prodotto — uno qualunque dei tre — con un po’ di scazzo, scetticismo e, considerato il tema trattato, pretese molto basse. Friends with Benefits (2011) di Will Gluck è il migliore del mazzo, il che non ne fa automaticamente La Miglior Commedia Che Vedrete Quest’Anno, ma è quello dei tre che promette 110 minuti di divertimento e ne maniene più della metà, il che è già qualcosa.
Motivi per preferirlo sulla carta alle altre due robe sono che questo l’ha fatto il regista di Easy A (che è stata, quella sì, una delle migliori commedie del 2010), che ci sono Mila Kunis e JUSTIN BRING SEXY BACK (sono al corrente che nell’altro c’è Natalie Portman ma, andiamo, il suo partner è Ashton Kutcher — praticamente è come vedere un film in cui la tua attrice preferita viene stuprata da un cinghiale, e, no, non voglio vedere la mia attrice preferita stuprata da un cinghiale!), e un confortante 71% di pomodorometro (contro il 49 dell’altro film e la cancellazione della serie dopo 12 episodi che nessuno ha visto). Non è un film perfetto, anzi, da metà in poi prende una piega incongrua e abbastanza disastrosa, ma azzecca nella prima parte quelle due-tre cose che bastano a dire “beh si ok”.
Innanzitutto, ci troviamo di fronte alla storia di due persone implausibilmente belle che fanno lavori che non esistono (art director? head hunter? oh, Hollywood, me l’hai fatta ancora una volta!) e che li rendono ricchi pur non tenendoli occupati più di quattro ore al giorno in modo da poter passare il resto del loro tempo a bere, scopare e giocare con la wii: come faccia Gluck (che scrive e dirige) a non rendere questa cosa sgradevolissima è un mistero, ma ci riesce. Tutto è così scintillante e naturale e spontaneo che anche lo spettatore più menoso (io) non ha problemi ad accettarlo: non è semplice trasporto, è la consapevolezza di stare vedendo un film di fantascienza. Secondo, e questo davvero non è da poco, senza mostrare un solo capezzolo (qui subentra il solito gioco improbabile di lenzuola disposte nella maniere più assurde) riesce a parlare di sesso in modo piuttosto esplicito, cosa per niente scontata e che arriva come un’autentica liberazione — per non parlare del sollievo nello scoprire che Mila Kunis ingoia.
Sull’altra metà, onestamente, non voglio neanche infierire, infilare il DRAMA FAMIGLIARE in un contesto che già di suo non è dei più emozionanti — siamo all’inevitabile parte in cui i protagonisti si rendono conto di avere sentimenti l’uno per l’altra e sentono il bisogno di parlarne –, è una scelta audace che viene prontamente punita con il generale “embeh?!” del pubblico, e con tutto l’affetto per chi decide di cambiare genere e registro in media res, il risultato è che sembra di stare guardando un altro film, infinitamente meno interessante, con un finale che si rimangia tutte le promesse di originalità fatte all’inizio mentre infila uno dietro l’altro tutti i cliché possibili (con tanto che prendere in giro i cliché ormai è un cliché anche quello).
Si ride, eh, non è uno di quei casi che esci in strada urlando UN’ORA DELLA MIA VITA CHE NON RIAVRO’ MAI — ma mi sa che se il film finiva al minuto 51, quando Bryan Greenberg scarica Mila (frocio), mi divertivo uguale.
Rediming quality da non sottovalutare è il casting, azzeccatissimo come in Easy A, e forse vero marchio di fabbrica di Gluck, che ancora una volta imbastisce una parata di facce note che gigioneggiano sullo schermo per il sollazzo di noi deficienti fissati coi telefilm: dalla sequenza iniziale in cui i due protagonisti vengono piantati rispettivamente da Emma Stone e Andy Samberg (dei Lonely Island, amicissimi con Justin Timberlake), al film nel film con Jason Segel e Rashida Jones, passando per Patricia Clarkson (che in Easy A era la madre di Emma Stone, mentre nei video dei Lonely Island fa la madre di Justin Timberlake), Bryan Greenberg, il bambino di Modern Family (quello magro) e giusto per non farci mancare niente Hiro di Heroes e Shaun White nel ruolo di sé stesso. C’è anche Woody Harrelson (a proposito, ma Zombieland 2?) che ha fatto ridere tutti perché qui fa il gay: a me ha fatto molto più ridere il fatto che il suo personaggio è fissato coi font, ma dev’essere quello che succede quando i tuoi amici sono tutti grafici o Ted Mosby.
Per quanto spesso mi imbatta in gente disposta a salvare almeno i primi due film (lasciando perdere chi definisce il secondo un capolavoro, lì è terreno di gioco di un analista) mai nella vita mi ha sfiorato l’idea di considerare la trilogia degli X-Men qualcosa di più di una spregevole baracconata messa in piedi da tizi talmente proni a (presunte) esigenze commerciali e, soprattutto, talmente preoccupati di non sembrare dei nerd da tirare fuori, a fronte di un fumetto enorme, intelligente, con un’infinità di personaggi e di situazioni sempre attualissime da sfruttare e approfondire, un trittico di film impersonali, banali e deficientissimi.
Pesa sicuramente in questo giudizio il fatto che chi scrive si è fatto negli anni una certa idea delle storie degli X-Men assimilabile al concetto di “racconto corale“, mentre quello che abbiamo visto nei cinema tra il 2000 e il 2009 è l’irritatissimo one-man-show dell’unico personaggio popolare, un Wolverine ingombrante e molestissimo che non è mai stato così antipatico — oltre al fatto che il franchise è stato messo nelle mani di pastafrolla di gente che molto candidamente si vergognava un casino di stare facendo un film sui supereroi.
Poteva forse X-Men: First Class (2011) essere peggio dei primi quattro? No, infatti. E lo sapevo prima ancora di vederlo, per tre motivi semplicissimi
non c’era Wolverine
nonostante il “ritorno” di Brian Singer (produce e abbozza la storia generale) dietro la macchina da presa ci sarebbe stato Matthew Vaughn (autore di Kick-Ass nel 2010), che al contrario di Singer, non si vergogna di fare film sui supereroi
X-Men: First Class avrebbe potuto permettersi qualsiasi strafalcione nei confronti della storia originale perché non avrebbe veramente parlato degli X-Men, ma della bellissima amicizia gay tra un giovane Xavier e un giovane Magneto, alla scoperta dei propri poteri e dei propri sentimenti, mentre radunano mutanti che non avranno mezza battuta in tutta la pellicola e risolvono la crisi missilistica di Cuba.
Le prime impressioni tendevano ad essere un po’ drastiche, si era insistito così tanto sulla povertà di questa pellicola che mi aspettavo una roba tipo il telefilm di Birds of Prey, con stunt imbarazzanti, cavi in bella vista, microfoni che pendono dal soffitto e brutte esplosioni fatte con un programma che gira solo su window 95 — e in effetti le quattro lire complessive con cui è stato girato il film si fanno sentire in ogni singola inquadratura (di sicuro la forma diamantina di Emma Frost occupa un posto tutto speciale nella classifica degli effetti che dai ragazzi ma anche no), cosa che fa legittimamente dubitare della sanità mentale di qualcuno (la Fox) che prima ha detto “ok facciamo il quinto film degli X-Men” e subito dopo “però ce la giochiamo al risparmio” — ma il peggio che si può dire di First Class è che si tratta di un film d’azione con pochissima azione, quasi che le preoccupazioni di chi l’ha sceneggiato (un totale di sei persone, compresi Singer e Vaughn) fossero altre.
e ci sono le vecchie uniformi giallo-blu, che mi stanno molto più simpatiche delle tutine di pelle da froci insicuri alla Matrix che c'erano negli altri film
Nelle sue due ore e qualcosa di durata, è praticamente due film messi uno di seguito all’altro, il fatto che ci siano gli stessi attori che interpretano gli stessi personaggi è praticamente l’unico punto di contatto: il primo film parla di questo gran figo di Erik Lehnsherr (Michael Fassbender) che se ne va in giro per il mondo ad ammazzare nazisti finché l’amicizia con Charles Xavier (James accento McAvoy) non compromette il suo stile; il secondo parla di una prima embrionale formazione degli X-Men (diversa da quella classica del fumetto) che affronta il Club Infernale di Sebastian Shaw (un Kevin Bacon gasatissimo) e salva il mondo da una guerra nucleare.
La sensazione di trovarsi di fronte a una serie di scene autonome montate una dopo l’altra poco più che a casaccio è accentuata dal fatto che si tratta effettivamente di una serie di scene autonome montate una dopo l’altra poco più che a casaccio, un tot di simpatici sketch a tema “non lasciare che l’odio ti consumi, amico mio” e “non è gay se è una threeway”. Gli unici due momenti cinematograficamente riusciti sono il Fassbender a caccia di nazisti che pare un director’s cut di Inglorious Basterds e la sequenza del reclutamento su Run degli Gnarls Barkley, mentre il resto funge più o meno da contorno/riempitivo, come l’inevitabile “scena dell’addestramento” (resa ancora più si vabbè da un uso improvviso e spropositato e ridicolo degli split-screen), l’anticlimatica pseudobattaglia finale e l’arcinoto METAFORONE (la paura del diverso, l’accetazione di sé stessi eccetera eccetera) sbrigato con qualche scambio di battute tra Mistica e Bestia a metà film e tra Erik e Shaw nel finale.
Sulla marea di cazzate, plot hole e “hand wave” (OH EHI MISTICA LE TUE CELLULE SONO COSI’ WHATEVER CHE SEMBRERAI GIOVANE ANCHE QUANDO AVRAI SESSANT’ANNI NEI PROSSIMI TRE FILM) non vale veramente la pena soffermarsi, cose “gravi” se vogliamo sono l’esubero imbarazzante di personaggi messi lì a non fare o dire un accidente che tu ti vedi tutto il film e alla fine dici “ma il tizio che faceva i tornadi, a che cazzo serviva?” e, uh, il fatto che siamo probabilmente di fronte al peggior period-movie mai girato, una roba che quando cazzo è ambientata questa storia sembra che se lo scordino ogni dieci minuti gli stessi sceneggiatori: sarà anche che quattro anni di Mad Men ci hanno viziati, ma buttarci in mezzo January Jones, i televisori quadrati e il filmatino di repertorio di JFK fa “anni 60″ esattamente come fa “vigilia di Natale” allestire un presepe il 24 di agosto. L’unica coordinata temporale ci viene offerta dai personaggi che ripetono a manetta AMERICA-RUSSIA che neanche nelle cutscene di Metal Gear Solid 3, ma nient’altro di usi e costumi, ambienti e mentalità riuscirebbe a farci sospettare che la pellicola non è ambientata l’altroieri.
Comunque, a costo di risultare ripetitivo, non è questo il punto. E’ come guardare il Re Leone e mettersi a discutere che non ci sono abbastanza scene sulla caccia all’antilope. First Class non vuole essere il grande film d’azione/spionaggio americano, né una nerdata ammiccante al popolo di trentenni con la maglietta del Dottor Destino, quello che paghi coi soldi del biglietto sono James McAvoy che rilascia interviste deficienti in cui insinua che lui e Fassbender sono una coppia e Fassbender che consolida il suo ruolo di attore che spacca i culi e fa esplodere le ovaie, Jennifer Lawrence e Nicholas Hoult che sono molto pucci e la scena in cui buttano Banshee giù dalla finestra che fa riderissimo: con le sue paccate di sottotesti bromosessuali e materiale per farci i meme fino alla fine dei tempi First Class è il primo tentativo veramente riuscito di fanfiction movie.
Possibili sequel?
Si è parlato di uno spin-off tutto su Magneto, una specie di commedia-action ambientata a Chicago negli anni 80 con lui che chiude i conti una volta per tutte coi soldati nazisti che hanno sterminato la sua famiglia. Si intitolerà “X-Men origins: Magneto — Io li odio i nazisti dell’Illinois”.
Erano solo due settimane che volevo fare questa battuta orribile.
Consigli per gli acquisti:
vedere in lingua originale (non avere idea di che minchia stia dicendo McAvoy è il 50% del divertimento)
hanno detto le stesse cose molto prima: i 400 calci (1 e 2), kekkoz, doc. Manhattan, roberto recchioni, vb (e probabilmente moltissima altra gente, ma io questi leggo, oh).
Quando uscì nel lontano 2006, Superman Returns, diretto da Bryan Singer (già colpevole nei confronti dell’umanità di avere iniziato coi primi due fim sugli X-Men un franchise talmente terribile che la cosa migliore che si può dire di loro è che almeno non sono brutti come quelli successivi) e con un allora sconosciuto Brandon Routh (proprio queste settimane nelle sale con Il film che non si sta inculando nessuno ma che ci è stato simpaticissimo per tutto il tempo in cui ha fatto il cattivo in Chuck e il supervegano in Scott Pilgrim), riscosse approvazione unanime e grosse pacche sulle spalle da praticamente chiunque eccetto TUTTE le persone che frequentavo all’epoca, che me lo descrissero come una noiosissima boiata con personaggi piatti e una storia che non sta in piedi.
In un certo senso avevano ragione tutti.
Mi ci sono voluti cinque anni per decidere che peggio di Smallville comunque non poteva andare e se da quel punto di vista la mia fiducia è stata premiata, il ritardo con cui l’ho recuperato si è fatto sentire un botto.
Il fatto è che Superman Returns viaggia su due binari che nelle mani di Singer sembrano destinati a non incontrarsi mai: da un lato c’è un lavoro scrupoloso e personalissimo su uno dei personaggi più iconici del ventesimo secolo che porta l’autore a confrontarsi con tutto quello che il topos di Superman rappresenta, compresa una chiave di lettura — Superman = Cristo — decisamente ambiziosa; dall’altro c’è il popcorn-movie nella sua accezione più inutile, lo spettacolo visivamente eccezionale ma vacuo e sfinente. Il risultato è che momenti di vero e proprio riuscitisismo epos postmoderno si alternano ad altri di NOIA FOTTUTA, tra evitabili cadute di stile da film per famiglie e uno sfoggio di effetti speciali che stordiscono più che stupire. Con Superman Returns ho provato l’esperienza assolutamente unica di commuovermi all’inizio di un film e addormentarmi durante il finale — probabilmente in tedesco c’è una parola per questo.
Eppure sulla carta funziona tutto.
Funziona il metaforone cristologico che non diventa mai pedante e ha, soprattutto, il coraggio di andare fino in fondo prendendo anche decisioni, diciamo, non proprio popolari (oltre che fuori continuity), con un Superman che nel finale rinuncia a Lois abbracciando una vita da eremita, un laico voto di castità in nome di un dovere più alto.
Funziona l’ottimo lavoro di citazioni e rimandi alle pellicole precedenti — vero punto di riferimento per Returns, molto di più di quanto non lo fosse il Superman cartaceo — un vero e proprio recupero filologico che è lampante nei titoli di testa e nel riutilizzo del vecchio footage con Marlon Brando nel ruolo di Jor-El, ma che si trova anche nella caratterizzazione di Lex (lontanissima da quella “canonica”, l’interpretazione di Kevin Spacey è palesemente ispirata da quella gigiona di Gene Hackman del 1975); nella ripetizione di certe battute che hanno fatto storia (spero che l’esperienza non vi abbia fatto passare la voglia di volare. Statisticamente, comunque, resta il modo più sicuro di viaggiare, per non dire dell’inevitabile è un uccello, è un aereo…); nella propensione a inventare personaggi originali invece di andarli a pescare da qualche oscuro numero del fumetto; nella skyline di Metropolis che, anche questa volta, non è un’ipotetica, geograficamente improbabile, capitale del Kansas, ma, a tutti gli effetti, la città di New York.
E funzionano i personaggi. Qui entra sicuramente in ballo la mia personalissima guerra contro quell’altro adattamento di Superman, ma ben vengano tre figure appena abbozzate ma oneste, se l’alternativa è una continua disperata e fallimentare ricerca di attualizzazione & approfondimento: Lois è una donna energica e combattiva, non per questo deve essere letta come una femminista arrabbiata che usa il kung-fu anche per aprire i barattoli; Lex è un genio del male e non un adolescente problematico fuori tempo massimo; quanto a Superman, in un periodo in cui la calzamaglia può essere sdoganata solo a condizione che sia nera o, in alternativa, di gigantesche iniezioni di autoirnoia, quello di Brandon Routh (la cui scarsissima espressività si rivela perfetta per il ruolo che interpreta) è un boyscout volante che indossa senza malizia il suo tutone azzurro, credibile e dannatamente serio.
Quello che manda in vacca tutti questi ottimi presupposti è uno script fin troppo fedele allo spirito dei vecchi film, quindi estremamente lineare, prevedibile, cheesy (Singer si è guadagnato un posto speciale all’inferno dando a UN BAMBINO un ruolo chiave in un film di Superman), che lascia insolute le questioni più interessanti ma dedica l’intera seconda metà a un’estenuante maratona di sequenze da film catastrofico girate all’insegna del “E ora onoriamo i nostri antenati facendo tutti gli effettazzi della madonna che 30 anni fa avrebbero voluto fare loro ma non esisteva la tecnologia”.
Ancora una volta il paragone con Smallville spazza via ogni dubbio: miglior adattamento di Superman degli ultimi 20 anni A MANI BASSE (se anche fosse stato un film brutto, sarebbe stato un film brutto di due ore e mezza contro un telefilm brutto di dieci anni), ma nel contesto dei film sui supereroi ha il sapore di un’occasione sprecata — soprattutto se visto oggi per la prima volta: in soli cinque anni il genere è cresciuto tantissimo e tra un carismatico Robert Downey Jr. nell’armatura di Iron Man, il sofisticato Cavaliere Oscuro di Nolan e l’ambiziosissimo progetto Avengers della Marvel Comics fattasi Studios, Superman Returns si colloca timidamente a metà classifica come un film rispettabilissimo ma incompleto, e decisamente superato.
Ma la verità è anche che qualsiasi risultato sarebbe comunque stato deludente di fronte alla possibilità di avere questo:
ha chiamato suo figlio KAL-EL, cos'altro volete ancora da lui, COSA?!
Convive un bordello di roba, in Black Swan (2010) di Darren Aronofsky, e tutta moderatamente fichissima. C’è il film (pseudo) sportivo con la sua brava storia di ossessione, sacrificio e riscatto attraverso una disciplina artistico-agonistica massacrante, c’è un ritratto che un po’ affascina e un po’ inquieta di tale disciplina, dei suoi codici e dei suoi rituali, e c’è una classica storia di rivalità femminile dal sapore hollywoodiano della golden age; ci sono due delle più grosse tope di sempre e la scelta, astuta e ineccepibile, di promuoverlo prima di tutto come in film in cui due delle più grosse tope di sempre lesbicano duro, tanto che l’aspettativa generata diventa parte integrante dell’apparato drammaturgico; c’è una riflessione sull’arte e sull’artista di non poco conto (qual è il prezzo della perfezione? cosa siamo disposti a sacrificare per essa?), il discorso sul doppio (a cominciare proprio dal balletto, che svela un retroscena fatto di piedi martoriati, giunture scricchiolanti e fisici scheletrici), un bignami dei rapporti madre/figlia andati in merda; c’è il chiodo fisso di un regista, o almeno la ripresa di un tema a lui caro, quello del perfezionamento, della realizzazione di sé che avvengono solo attraverso l’autoannullamento o l’autodistruzione (e qui i paragoni con The Wrestler si sono sprecati), nonché la sua manona, pesante come poche altre, che molesta lo spettatore con un uso il criminale (e stupendo) della macchina da presa e della colonna sonora. E, alla base di tutto, ciò che definisce Black Swan più di ogni altra cosa, c’è l’intuizione di raccontare la malattia mentale come un film dell’orrore.
New York è lugubre e inspiegabilmente deserta, le atmosfere genuinamente inquietanti, debitrici di Lynch, Cronenberg, De Palma, quando non, nel crescendo finale, di quel cinema horror più caciarone, grossolano, dedito allo spavento per lo spavento: si salta sulla poltrona (thriller psicologico un cazzo, Black Swan fa paura), ma lo si fa per un buon motivo; l’incubo della mente attraverso immagini da incubo. Un film programmaticamente imperfetto, come la tecnica di Lily, il personaggio di Mila Kunis, necessariamente squilibrato, ma anche uno degli sguardi più lucidi e schietti di sempre sull’arte e sulla psicosi.
E come The Wrestler, anche Black Swan si chiude con un salto/volo (significativamente, quello di Mickey Rourke in avanti, attivo e eroico, quello della Portman all’indietro, come di chi si abbandona), ma dove il primo ci lasciava con un messaggio che era più o meno “siamo quello che siamo” e “sticazzi”, a questo giro Aronofsky — e qui è difficile non cercare un parallelo, seppur minimo, tra lui e l’ambiguo, spregiudicatissimo regista interpretato da Vincent Cassel — si assume quel po’ di responsabilità in più e prende una posizione più articolata e molto più tetra. La metamorfosi danzante in cigno nero del finale è cristallina: l’arte ordina e definisce un universo (mentale) altrimenti caotico e schizofrenico, l’arte dà un senso a tutto e vale bene qualunque sacrificio, anche quello degli altri.
Björk aveva già capito tutto
Ma sarebbe impensabile non fare menzione del ruolo che ha in tutto questo Natalie Portman, la sua sola presenza mette in ombra qualsiasi altra cosa, persona, città, marca di automobili. Certo Aronofsky è indiscutibilmente l’autore nel senso francese e più lusinghiero del termine, ma questo film non esisterebbe senza di lei, la sua fisicità straordinaria, la sua bellezza che per il pubblico eterosessuale (più in generale a chiunque sia mai interessata la figa) ha sempre significato una cosa ben precisa: quella lì diventerà mia moglie e o mio dio non si può, era la ragazzina di Leon! — chi meglio di lei poteva interpretare una donna/bambina che contemporaneamente reprime e scopre la propria sessualità. Per quel che valgono i premi, e valgono molto poco, nessuno quest’anno ha meritato un Oscar più di lei.
Nota a margine: maledetti giapponesi.
Per quanto bello, coinvolgente, ipnotico, Black Swan ha rischiato grosso e ho dovuto lottare con tutte le mie forze affinché i giapponesi non rovinassero anche questo. Nella fattispecie, per tutta la durata del film non ho potuto fare a meno di pensare a:
1) l’episodio di Sailor Moon in cui fanno Giselle, indimenticabile principalmente per la faccenda che c’è il cattivo CHE E’ UN TRAVESTITO — ma noi non lo sappiamo perché nell’edizione italiana l’hanno fatto doppiare a una donna — che vuole a tutti i costi fare Giselle E farsi il maestro di ballo; alla fine non ci riesce ma a noi rimangono questi pezzi di Storia dell’animazione in cui i personaggi STANNO FERMI con solo lo sfondo che si muove ma dovremmo intuire che ballano benissimo perché il pubblico dietro commenta “wow, ballano proprio benissimo!”.
Santa madre di Dio cosa cazzo è questo dvd?!
E’ Scott Pilgrim vs the World, figli di puttana, la collector’s ediction con due dischi, e vi conviene comprarlo immeditamamente se non volete che i vostri amici pensino che siete dei completi coglioni. Ma state bene attenti, sacchi di merda, perché non è uno di quei dischi del cazzo che trovate nel cestone delle offerte dell’Auchan, no signori, proprio per un cazzo, il dvd doppio collector’s edition di Scott Pilgrim vs the World si ordina su play.com, si paga con una dannatissima carta di credito e a portarvelo a casa è un fottuto postino!
E potete scommetterci il cazzo che vale la pena di comprarlo, oltre a contenere uno dei film più cazzuti di tutti i tempi ha più di quattro ore di contenuti speciali tra documentari, scene eliminate e quattro fottute piste audio diverse che permettono di vedere il film con i commenti del cast, del regista, dello sceneggiatore e del direttore della fotografia — Gesù Cristo santissimo questa gente non vede l’ora di raccontarvi tutti i propri segreti! Non siete ancora soddisfatti? Porca puttana, vi spiegano come hanno fatto gli effetti speciali, ci sono dei video musicali e qualcosa come un quarto d’ora di outtakes, cazzo, questi figli di puttana non hanno paura di farvi vedere nemeno quando sbagliano! E che mi dite dei provini degli attori? C’è quel pezzo di figa di Anna Kendrick che prova la parte di Stacey Pilgrim con niente addosso a parte una cazzutissima t-shirt di Batman. E Kieran Culkin? Se pensavate di conoscerlo perché avete visto Mamma ho perso l’aereo preparatevi un cambio di pantaloni perché vi posso assicurare che li avrete bagnati non appena vi avrà guardato negli occhi. Santissima merda fottuta, l’unica persona al mondo più fica di lui è il regista di questo film, Edgar Fottuto Wright, e non vede l’ora di raccontarvi quanto si è divertito a girarlo mentre voi facevate cazzate insignificanti come pompare benzina o battere i prezzi all’esselunga!!
Ma lo vedete quel dono di Dio alle donne sulla copertina, il figlio di puttana che maneggia una spada infuocata come se in vita sua non facesse altro che scopare e maneggiare spade infuocate? E’ Michael Cera, porca puttana, l’avete visto rompere culi in Arrested Development, in Superbad e in Juno, dove è così dannatamente figo che mette incinta Ellen Page mangiando delle fottute tic tac all’arancia!!! Scommetto che siete già tutte bagnate in mezzo alle gambe ma è inutile che vi fate illusioni perché non gliene potrebbe fottere un cazzo di voi neanche in un milione di anni: lui ha occhi solo per Ramona Flowers, la ragazza dei suoi sogni, letteralmente — capite cosa intendo, teste di cazzo? Per lei si è sottoposto a mesi di allenamenti, e non lo yoga o il pilates che fa quel frocio del vostro ragazzo nella speranza di scoparsi l’istruttore, Michael Cera ha imparato a usare una spada e tutte le fottute arti marziali del mondo per fare questo cazzo di film. E chi c’era assieme a lui? Guarda un po’, Chris Evans. E guarda un po’, anche Jason Schwatrzman. C’era così tanto testosterone su quel set che ha spostato il fottuto asse terrestre! Non mi credete? Provate a fare un giro a Toronto e ditemi un po’ se riuscite a trovare anche solo una ragazza ancora vergine.
Come faccio a saperlo..? Oh cazzo ma mi state ascoltando o cosa, è tutto nei contenuti speciali di questo spettacolare dvd!!!
Guardate Michael Cera mentre si passa una palla con gli altri membri del cast, credete che sia una palla normale? E’ una dannatissima palla medica, serve per allenare i muscoli e può pesare anche più di due chili!!!! E c’è un intero documentario sulla realizzazione di questo film che dura 50 minuti — ma lo sapete quanto cazzo sono lunghi 50 minuti? Non è lo spot pubblicitario politicamente corretto che vedete su MTV, confezionato per i frocetti sedicenni che devono ancora finire la versione di latino, questo è un vero making off, cazzo, quel figlio di puttana del regista dice le parolacce e c’è persino il dannatissimo autore del fumetto da cui è tratto il film!!
Questa merda non si trova su youtube a meno che vi piaccia vederla deformata e con un audio pietoso, come cazzo fate a non averlo ancora? Questo dvd è più colorato di un fottuto gay pride ma con più botte e costa meno di quanto paghereste una puttana per farvelo succhiare. Che cazzo ci fate ancora qui?! L’unico motivo per cui non dovreste precipitarvi a comprare questo imprescindibile spettacolare pezzo di arredamento è che ne avete già sette!!