E’ finalmente disponibile, per tutti coloro che riterranno opportuno pagarlo 30 dollari, Holy Terror, un fumetto che era universalmente considerato una merda illeggibile prima ancora di uscire perché partiva dal surreale presupposto che per il decennale del crollo delle Torri Gemelle Frank Miller aveva una voglia matta di disegnare una storia in cui Batman ammazza un sacco di arabi.
La vicenda editoriale che c’è dietro questo inno a uccidere i tuoi idoli finché sono ancora padroni delle proprie facoltà mentali e prima che mettano la loro arte a servizio della campagna reclutamenti del Tea Party, è che la DC ha preso Miller in disparte e gli ha detto “sai che c’è, Frank, questa è una cosa veramente da deficienti e ti saremmo grati se non ci trascinassi a fondo con te”, al che Miller, con l’eleganza di un Rob Liefeld (uno che nel 97 disegnava Captain America per la Marvel e contemporaneamente portava avanti un suofumetto-fotocopia per la sua casa editrice) e in ritardo di vent’anni, ha traslocato alla Legendary Comics, neonata divisone della casa cinematografica omonima, e ha riproposto la stessa identica idea levando le corna alla maschera di Batman e chiamando questo nuovo, sensazionale personaggio “the Fixer“.
Chi l’ha letto riferisce che il risultato è un’opera ributtante di propaganda antiaraba e anti-islamica, razzista, iperviolenta, ignorante, grottesca e superficiale — in perfetta linea con un Frank Miller che in questi giorni scrive post deliranti sul suo blog in cui si scaglia contro il movimento Occupy, chiama i suoi partecipanti “zotici”, “ladri” e, senza entrare nello specifico di come sia giunto a questa conclusione, “stupratori”, li accusa di essere dei rammolliti viziati coi loro iPhne e i loro iPad che danno fastidio ALLA GENTE CHE LAVORA e suggerisce loro di arruolarsi, dato che l’unico vero nemico che l’America abbia mai avuto è al-Qaida e la guerra è ancora in corso.
Wake up, pond scum. America is at war against a ruthless enemy.
Maybe, between bouts of self-pity and all the other tasty tidbits of narcissism you’ve been served up in your sheltered, comfy little worlds, you’ve heard terms like al-Qaeda and Islamicism.
And this enemy of mine — not of yours, apparently – must be getting a dark chuckle, if not an outright horselaugh – out of your vain, childish, self-destructive spectacle.
In the name of decency, go home to your parents, you losers. Go back to your mommas’ basements and play with your Lords Of Warcraft.
Or better yet, enlist for the real thing. Maybe our military could whip some of you into shape.
Inutile commentare ulteriormente, stiamo pensando tutti la stessa cosa: Lords Of Warcraft, Frank? Veramente?
Miller farnetica, e non ha la minima idea di cosa stia succedendo nel mondo reale. Ignora completamente cosa sia il movimento Occupy, chi na faccia parte (non solo studenti e fan di Star Trek, ma anche ex soldati, per esempio), cosa sostenga, o, per dire, che la guerra al terrore è finita (ha vinto il terrore). Dopo l’11 settembre qualcosa in lui si è rotto, e ha deciso che la cosa più sicura da fare era infilare la testa nel proprio buco del culo tirandola fuori nei successivi dieci anni solo per andare alla radio e rilasciare dichiarazioni come
Let’s finally talk about the enemy. Somebody — for some reason, nobody seems to be talking about who we’re up against, and the sixth-century barbarism they actually represent. These people saw peoples’ heads off. They enslave women, they genetically mutilate their daughters. Um, they, they, they do not behave by any cultural norms that are sensible to us.
A questo punto, non credo leggerò mai Holy Terror. Miller è stato un fumettista eccezionale e voglio ricordarmelo così, fingendo che questa parentesi della sua vita e della sua carriera non sia mai esistita. Il problema è che Holy Terror pare essere così brutto e così fuori di testa, così clamorosamente sbilanciato a destra da legittimare riletture di tutta l’opera milleriana alla luce di un fascismo sempre latente che fan adoranti (o conniventi) avrebbero fatto finta di non notare.
Il problema è che adesso internet è pieno di gente che gongola — perché avere ragione è molto più importante del fatto che negli anni 80 Miller abbia cambiato il modo di leggere e di scrivere i fumetti — come se avesse capito con 3 stagioni di anticipo come andava a finire Lost; dicono “io l’avevo detto che era un fascista” tutti soddisfatti. Sono gli stessi che quarant’anni fa volevano proibire i film di John Wayne perché i western erano fascisti, e non sono invecchiati di un giorno.
Poco importa se la stragrande maggioranza delle storie di Miller parlano di un eroe solitario e di solidi principi che combatte un sistema corrotto in una lotta che è destinato a perdere, o se quasi ogni volta si ripete lo schema in cui personaggi palesemente sgradevoli (gli eugenetisti spartani, lo psicopatico Marv, il Batman severo e paranoico…) risolvono una situazione che solo loro potevano risolvere E POI MUOIONO (o si ritirano) perché il mondo è diventato un po’ meno sgradevole e non c’è più bisogno di loro. Ma no. Batman chiama Robin “soldato” e i guerrieri di Sparta cercano la bella morte, tutto ciò DEVE essere di destra.
C’è una tavola in Batman: Year One — lo dico a beneficio di chi non l’avesse mai letto perché, vi assicuro, è la prima cosa che è venuta in mente a tutti gli altri — scritta nel 1987 che è praticamente il manifesto del movimento Occupy: politici corrotti e capi della malavita, quello che oggi per comodità chiamiamo “1%” o “governo del fare”, cenano assieme amabilmente a casa del sindaco; salta la luce, la stanza è inondata di fumo, Batman irrompe sfondando un muro e annuncia che la sua personale guerra al crimine comincia da loro. “Avete finito di banchettare. Nessuno di voi è più al sicuro”.
Tutto si può dire di Miller tranne che la sue matefore siano criptiche. C’è un’altra scena, in DK2 (il seguito, scritto a 15 anni di distanza, del Ritorno del Cavaliere Oscuro), in cui Batman guida un attacco contro Lex Luthor, presidente degli Stati Uniti e simbolo di tutto quello che non va di una classe politica che è ormai tutt’uno col mondo criminale: i suoi sgherri si chiamano Ruger-Exxon e Starbucks.
Potrei fare molti altri esempi, da Sin City (i cattivi sono ancora politici corrotti, poliziotti che abusano del loro potere e persino preti cannibali) a Daredevil (in Born Again Devil affronta “Nuke“, un soldato imbottito di steroidi e con la bandiera degli Stati Uniti tatuata in faccia, che spara sulla folla e parla come se fosse ancora in Vietnam): non mi sembrano questi indicatori di reazionarismo e xenofobia, quanto la dimostrazione che l’11 settembre ha spazzato via una serie di idee ben diverse, lasciandolo con un paesaggio emozionale che sembra un episodio in loop di Ken il guerriero, in cui l’unica cosa che conta è difendersi dai culturisti sui chopper con le creste viola.
Boicottare Miller, in questo momento, è cosa buona e giusta. Non voler dare un centesimo ad un autore artisticamente bollito e sceso al livello culturale di Borghezio, che sostiene tesi indifendibili e no nsa come si chiama World of Warcraft mi sembra la reazione più normale, ma gettare fango suoi lavori precedenti e farne un rogo — pur metaforico — ecco, quello è qualcosa farebbero dei fascisti.
Una nota a margine — Cosa penserebbe il Frank Miller pre-9/11 di un fumetto come Holy Terror? Questo è quello che nel 1998 scriveva in risposta a un lettore che dopo aver letto 300 lo accusava di essere omofobo: “If I allowed my characters to express only my own attitudes and beliefs, my work would be pretty darn boring. If I wrote to please grievance groups, my work would be propaganda.” Pazzesco, vero?
Per quanto spesso mi imbatta in gente disposta a salvare almeno i primi due film (lasciando perdere chi definisce il secondo un capolavoro, lì è terreno di gioco di un analista) mai nella vita mi ha sfiorato l’idea di considerare la trilogia degli X-Men qualcosa di più di una spregevole baracconata messa in piedi da tizi talmente proni a (presunte) esigenze commerciali e, soprattutto, talmente preoccupati di non sembrare dei nerd da tirare fuori, a fronte di un fumetto enorme, intelligente, con un’infinità di personaggi e di situazioni sempre attualissime da sfruttare e approfondire, un trittico di film impersonali, banali e deficientissimi.
Pesa sicuramente in questo giudizio il fatto che chi scrive si è fatto negli anni una certa idea delle storie degli X-Men assimilabile al concetto di “racconto corale“, mentre quello che abbiamo visto nei cinema tra il 2000 e il 2009 è l’irritatissimo one-man-show dell’unico personaggio popolare, un Wolverine ingombrante e molestissimo che non è mai stato così antipatico — oltre al fatto che il franchise è stato messo nelle mani di pastafrolla di gente che molto candidamente si vergognava un casino di stare facendo un film sui supereroi.
Poteva forse X-Men: First Class (2011) essere peggio dei primi quattro? No, infatti. E lo sapevo prima ancora di vederlo, per tre motivi semplicissimi
non c’era Wolverine
nonostante il “ritorno” di Brian Singer (produce e abbozza la storia generale) dietro la macchina da presa ci sarebbe stato Matthew Vaughn (autore di Kick-Ass nel 2010), che al contrario di Singer, non si vergogna di fare film sui supereroi
X-Men: First Class avrebbe potuto permettersi qualsiasi strafalcione nei confronti della storia originale perché non avrebbe veramente parlato degli X-Men, ma della bellissima amicizia gay tra un giovane Xavier e un giovane Magneto, alla scoperta dei propri poteri e dei propri sentimenti, mentre radunano mutanti che non avranno mezza battuta in tutta la pellicola e risolvono la crisi missilistica di Cuba.
Le prime impressioni tendevano ad essere un po’ drastiche, si era insistito così tanto sulla povertà di questa pellicola che mi aspettavo una roba tipo il telefilm di Birds of Prey, con stunt imbarazzanti, cavi in bella vista, microfoni che pendono dal soffitto e brutte esplosioni fatte con un programma che gira solo su window 95 — e in effetti le quattro lire complessive con cui è stato girato il film si fanno sentire in ogni singola inquadratura (di sicuro la forma diamantina di Emma Frost occupa un posto tutto speciale nella classifica degli effetti che dai ragazzi ma anche no), cosa che fa legittimamente dubitare della sanità mentale di qualcuno (la Fox) che prima ha detto “ok facciamo il quinto film degli X-Men” e subito dopo “però ce la giochiamo al risparmio” — ma il peggio che si può dire di First Class è che si tratta di un film d’azione con pochissima azione, quasi che le preoccupazioni di chi l’ha sceneggiato (un totale di sei persone, compresi Singer e Vaughn) fossero altre.
e ci sono le vecchie uniformi giallo-blu, che mi stanno molto più simpatiche delle tutine di pelle da froci insicuri alla Matrix che c'erano negli altri film
Nelle sue due ore e qualcosa di durata, è praticamente due film messi uno di seguito all’altro, il fatto che ci siano gli stessi attori che interpretano gli stessi personaggi è praticamente l’unico punto di contatto: il primo film parla di questo gran figo di Erik Lehnsherr (Michael Fassbender) che se ne va in giro per il mondo ad ammazzare nazisti finché l’amicizia con Charles Xavier (James accento McAvoy) non compromette il suo stile; il secondo parla di una prima embrionale formazione degli X-Men (diversa da quella classica del fumetto) che affronta il Club Infernale di Sebastian Shaw (un Kevin Bacon gasatissimo) e salva il mondo da una guerra nucleare.
La sensazione di trovarsi di fronte a una serie di scene autonome montate una dopo l’altra poco più che a casaccio è accentuata dal fatto che si tratta effettivamente di una serie di scene autonome montate una dopo l’altra poco più che a casaccio, un tot di simpatici sketch a tema “non lasciare che l’odio ti consumi, amico mio” e “non è gay se è una threeway”. Gli unici due momenti cinematograficamente riusciti sono il Fassbender a caccia di nazisti che pare un director’s cut di Inglorious Basterds e la sequenza del reclutamento su Run degli Gnarls Barkley, mentre il resto funge più o meno da contorno/riempitivo, come l’inevitabile “scena dell’addestramento” (resa ancora più si vabbè da un uso improvviso e spropositato e ridicolo degli split-screen), l’anticlimatica pseudobattaglia finale e l’arcinoto METAFORONE (la paura del diverso, l’accetazione di sé stessi eccetera eccetera) sbrigato con qualche scambio di battute tra Mistica e Bestia a metà film e tra Erik e Shaw nel finale.
Sulla marea di cazzate, plot hole e “hand wave” (OH EHI MISTICA LE TUE CELLULE SONO COSI’ WHATEVER CHE SEMBRERAI GIOVANE ANCHE QUANDO AVRAI SESSANT’ANNI NEI PROSSIMI TRE FILM) non vale veramente la pena soffermarsi, cose “gravi” se vogliamo sono l’esubero imbarazzante di personaggi messi lì a non fare o dire un accidente che tu ti vedi tutto il film e alla fine dici “ma il tizio che faceva i tornadi, a che cazzo serviva?” e, uh, il fatto che siamo probabilmente di fronte al peggior period-movie mai girato, una roba che quando cazzo è ambientata questa storia sembra che se lo scordino ogni dieci minuti gli stessi sceneggiatori: sarà anche che quattro anni di Mad Men ci hanno viziati, ma buttarci in mezzo January Jones, i televisori quadrati e il filmatino di repertorio di JFK fa “anni 60″ esattamente come fa “vigilia di Natale” allestire un presepe il 24 di agosto. L’unica coordinata temporale ci viene offerta dai personaggi che ripetono a manetta AMERICA-RUSSIA che neanche nelle cutscene di Metal Gear Solid 3, ma nient’altro di usi e costumi, ambienti e mentalità riuscirebbe a farci sospettare che la pellicola non è ambientata l’altroieri.
Comunque, a costo di risultare ripetitivo, non è questo il punto. E’ come guardare il Re Leone e mettersi a discutere che non ci sono abbastanza scene sulla caccia all’antilope. First Class non vuole essere il grande film d’azione/spionaggio americano, né una nerdata ammiccante al popolo di trentenni con la maglietta del Dottor Destino, quello che paghi coi soldi del biglietto sono James McAvoy che rilascia interviste deficienti in cui insinua che lui e Fassbender sono una coppia e Fassbender che consolida il suo ruolo di attore che spacca i culi e fa esplodere le ovaie, Jennifer Lawrence e Nicholas Hoult che sono molto pucci e la scena in cui buttano Banshee giù dalla finestra che fa riderissimo: con le sue paccate di sottotesti bromosessuali e materiale per farci i meme fino alla fine dei tempi First Class è il primo tentativo veramente riuscito di fanfiction movie.
Possibili sequel?
Si è parlato di uno spin-off tutto su Magneto, una specie di commedia-action ambientata a Chicago negli anni 80 con lui che chiude i conti una volta per tutte coi soldati nazisti che hanno sterminato la sua famiglia. Si intitolerà “X-Men origins: Magneto — Io li odio i nazisti dell’Illinois”.
Erano solo due settimane che volevo fare questa battuta orribile.
Consigli per gli acquisti:
vedere in lingua originale (non avere idea di che minchia stia dicendo McAvoy è il 50% del divertimento)
hanno detto le stesse cose molto prima: i 400 calci (1 e 2), kekkoz, doc. Manhattan, roberto recchioni, vb (e probabilmente moltissima altra gente, ma io questi leggo, oh).
Quando uscì nel lontano 2006, Superman Returns, diretto da Bryan Singer (già colpevole nei confronti dell’umanità di avere iniziato coi primi due fim sugli X-Men un franchise talmente terribile che la cosa migliore che si può dire di loro è che almeno non sono brutti come quelli successivi) e con un allora sconosciuto Brandon Routh (proprio queste settimane nelle sale con Il film che non si sta inculando nessuno ma che ci è stato simpaticissimo per tutto il tempo in cui ha fatto il cattivo in Chuck e il supervegano in Scott Pilgrim), riscosse approvazione unanime e grosse pacche sulle spalle da praticamente chiunque eccetto TUTTE le persone che frequentavo all’epoca, che me lo descrissero come una noiosissima boiata con personaggi piatti e una storia che non sta in piedi.
In un certo senso avevano ragione tutti.
Mi ci sono voluti cinque anni per decidere che peggio di Smallville comunque non poteva andare e se da quel punto di vista la mia fiducia è stata premiata, il ritardo con cui l’ho recuperato si è fatto sentire un botto.
Il fatto è che Superman Returns viaggia su due binari che nelle mani di Singer sembrano destinati a non incontrarsi mai: da un lato c’è un lavoro scrupoloso e personalissimo su uno dei personaggi più iconici del ventesimo secolo che porta l’autore a confrontarsi con tutto quello che il topos di Superman rappresenta, compresa una chiave di lettura — Superman = Cristo — decisamente ambiziosa; dall’altro c’è il popcorn-movie nella sua accezione più inutile, lo spettacolo visivamente eccezionale ma vacuo e sfinente. Il risultato è che momenti di vero e proprio riuscitisismo epos postmoderno si alternano ad altri di NOIA FOTTUTA, tra evitabili cadute di stile da film per famiglie e uno sfoggio di effetti speciali che stordiscono più che stupire. Con Superman Returns ho provato l’esperienza assolutamente unica di commuovermi all’inizio di un film e addormentarmi durante il finale — probabilmente in tedesco c’è una parola per questo.
Eppure sulla carta funziona tutto.
Funziona il metaforone cristologico che non diventa mai pedante e ha, soprattutto, il coraggio di andare fino in fondo prendendo anche decisioni, diciamo, non proprio popolari (oltre che fuori continuity), con un Superman che nel finale rinuncia a Lois abbracciando una vita da eremita, un laico voto di castità in nome di un dovere più alto.
Funziona l’ottimo lavoro di citazioni e rimandi alle pellicole precedenti — vero punto di riferimento per Returns, molto di più di quanto non lo fosse il Superman cartaceo — un vero e proprio recupero filologico che è lampante nei titoli di testa e nel riutilizzo del vecchio footage con Marlon Brando nel ruolo di Jor-El, ma che si trova anche nella caratterizzazione di Lex (lontanissima da quella “canonica”, l’interpretazione di Kevin Spacey è palesemente ispirata da quella gigiona di Gene Hackman del 1975); nella ripetizione di certe battute che hanno fatto storia (spero che l’esperienza non vi abbia fatto passare la voglia di volare. Statisticamente, comunque, resta il modo più sicuro di viaggiare, per non dire dell’inevitabile è un uccello, è un aereo…); nella propensione a inventare personaggi originali invece di andarli a pescare da qualche oscuro numero del fumetto; nella skyline di Metropolis che, anche questa volta, non è un’ipotetica, geograficamente improbabile, capitale del Kansas, ma, a tutti gli effetti, la città di New York.
E funzionano i personaggi. Qui entra sicuramente in ballo la mia personalissima guerra contro quell’altro adattamento di Superman, ma ben vengano tre figure appena abbozzate ma oneste, se l’alternativa è una continua disperata e fallimentare ricerca di attualizzazione & approfondimento: Lois è una donna energica e combattiva, non per questo deve essere letta come una femminista arrabbiata che usa il kung-fu anche per aprire i barattoli; Lex è un genio del male e non un adolescente problematico fuori tempo massimo; quanto a Superman, in un periodo in cui la calzamaglia può essere sdoganata solo a condizione che sia nera o, in alternativa, di gigantesche iniezioni di autoirnoia, quello di Brandon Routh (la cui scarsissima espressività si rivela perfetta per il ruolo che interpreta) è un boyscout volante che indossa senza malizia il suo tutone azzurro, credibile e dannatamente serio.
Quello che manda in vacca tutti questi ottimi presupposti è uno script fin troppo fedele allo spirito dei vecchi film, quindi estremamente lineare, prevedibile, cheesy (Singer si è guadagnato un posto speciale all’inferno dando a UN BAMBINO un ruolo chiave in un film di Superman), che lascia insolute le questioni più interessanti ma dedica l’intera seconda metà a un’estenuante maratona di sequenze da film catastrofico girate all’insegna del “E ora onoriamo i nostri antenati facendo tutti gli effettazzi della madonna che 30 anni fa avrebbero voluto fare loro ma non esisteva la tecnologia”.
Ancora una volta il paragone con Smallville spazza via ogni dubbio: miglior adattamento di Superman degli ultimi 20 anni A MANI BASSE (se anche fosse stato un film brutto, sarebbe stato un film brutto di due ore e mezza contro un telefilm brutto di dieci anni), ma nel contesto dei film sui supereroi ha il sapore di un’occasione sprecata — soprattutto se visto oggi per la prima volta: in soli cinque anni il genere è cresciuto tantissimo e tra un carismatico Robert Downey Jr. nell’armatura di Iron Man, il sofisticato Cavaliere Oscuro di Nolan e l’ambiziosissimo progetto Avengers della Marvel Comics fattasi Studios, Superman Returns si colloca timidamente a metà classifica come un film rispettabilissimo ma incompleto, e decisamente superato.
Ma la verità è anche che qualsiasi risultato sarebbe comunque stato deludente di fronte alla possibilità di avere questo:
ha chiamato suo figlio KAL-EL, cos'altro volete ancora da lui, COSA?!
Mi riesce difficile immaginare di dover vendere a qualcuno un film come Scott Pilgrim vs. the World, perché tutte le persone che conosco l’hanno già comprato. Tolta quella – mi piace pensare irrilevante – frazione di snobboni che è riuscita solo a commentare “oh no Michael Cera” come se fosse il problema più grande che abbia mai avuto la cinematografia occidentale, è semplicemente impossibile restare indifferenti, non CAGARE HYPE, di fronte a certe premesse.
Regia di Edgar Wright, cast stratosferico (su tutti, Chris Evans e Brandon Routh che fanno la parodia di sé stessi, e Jason Schwartzman cattivo finale), storia di un adolescente di 23 anni che conquista l’amore a cazzotti e spade laser, adattamento di uno dei migliori fumetti indipendenti di sempre (e dove, per una volta, indipendente non vuol dire “fighetto”, ma “libero di fare il cazzo che gli pare”). Film dell’anno 2010? Film dell’anno 2010.
Sceneggiatura non originale per Wright che non chiude quel “trittico delle parodie” spesso vagheggiato (che il compito spetti ai soli Pegg e Frost con la commedia sci-fi Paul?), eppure per nulla distante dalle corde del regista inglese, che per la terza volta di seguito si cimenta in un omaggio entusiasta e appassionato a un pilastro della cultura pop (forse più di quanto non lo siano gli zombie o gli action movie, ma qui io sono di parte), l’universo dei videogiochi: dai titoli di testa, con quella versione 8 bit del logo della Universal che sembra una dichiarazione d’intenti, al conto alla rovescia di Tekken (Tekken!!) che chiude il film, Scott Pilgrim è una gigantesca fucina di citazioni, molte riprese fedelmente dal fumetto, alcune originali — come il cabinato a cui giocano Scott e Knives, mix geniale tra Dance Dance Revolution e picchiaduro a scorrimento, o l’idea che, resuscitato grazie alla vita extra, Scott debba ripercorrere tutto il film, dal punto in cui aveva “salvato” fino la boss finale, ripetendo gli stessi percorsi, le stesse azioni e dovendo ascoltare gli stessi discorsi degli altri personaggi –, tutte intese non tanto a strizzare l’occhio allo spettatore in grado di coglierle, quanto piuttosto a descrivere un immaginario collettivo, il modo in cui Scott e la generazione di nerd non-più-poi-così-disadattati che rappresenta fieramente vedono il mondo che li circonda, tra schermate da gioco di combattimento, didascalie di presentazione e sé stessi oscuri da affrontare e sconfiggere.
Film, videogioco, fumetto (canadese, che a sua volta sente enormemente le infuenze della tradizione americana dei supereroi, dei manga e di quel genere trasversale che è il webcomic): ci starebbe tutto, a questo punto, il pippone sulla commistione dei generi, la riflessione sulla natura e l’utilizzo che fa Wright del mezzo cinematografico eccetera eccetera — il succo è che Scott Pillgrim è quanto di più fico si possa fare oggi con una macchina da presa. Estetica indie, plot delirante e un cast che non poteva essere più azzeccato sono elementi imprescindibili e che certo non passano inosservati, ma il marchio di fabbrica della pellicola è un altro: sono le trovate visive, la spudorata artificiosità degli effetti speciali (che non significa siano mal realizzati, forse bisognerebbe parlrare di “non compatibilità” con la componente live action) e soprattutto il montaggio, intensissimo, serratissimo, fatto di ellissi, falsi raccordi e salti spazio-temporali continui e repentini che restituiscono allo spettatore il senso dello scorrere le pagine di un fumetto, saltando letteralmente da una vignetta all’altra, lo amplificano, lo portano a un livello superiore.
Quella che sarebbe potuta facilmente essere una più che dignitosa action commedy, un film con Michael Cera con le spade laser e i cazzottoni è a tutti gli effetti una delle opere più creative, spassose, bislacche e irresistibili che si siano mai viste. Edgar Wright non si smentisce e mantiene la promessa fatta in tagline di una epic of epic epicness.
Note (che finiscono per essere più lunghe del pezzo):
Sull’idiozia di scambiare un film di Edgar Wright per un film con Michael Cera ne ha parlato già kekkoz, solo che essendo una persona a modo lui non dice idiozia ma prospettiva. Mi limito ad aggiungere che questa antipatia per partito preso è veramente ridicola; guardatevi Arrested Development invece di Nick & Norah e poi possiamo discuterne da persone civili, fino ad allora siete un dito al culo.
In patria il film è stato solo un mezzo flop al botteghino (ha recuperato metà di quello che è costato realizzarlo), completamente stracciato da un blockbusterone come The Expendables, ma sembra che i distributori italiani ci tengano particolarmente che non lo guardi proprio UN CAZZO DI NESSUNO: da noi Scott Pilgrim esce domani, 19 novembre, nella stessa settimana di Harry Fottuto Potter — giusto per dire, a Milano lo programmano tre due sale. Alle due del pomeriggio. Sapete cosa? Accontentateli. Anche perché l’adattamento italiano si prospetta spaventosamente scialbo, basti vedere il trailer, e non tanto per cattiveria ma perché semplicemente un film come Scott Pilgrim è intraducibile. Su Play.com alla modica cifra di 14 euro potrete avere il dvd doppio regione 2 in lingua originale e un insostituibile senso di superiorità morale.
Come faccio a dire che lo scialbo adattamento italiano non è in cattiva fede? Dal fatto che il film esce comunque col suo titolo originale e non con uno dei seguenti:
- Un videogioco per farla innamorare
- Un amore di videogioco
- Scott Pilgrim — l’amore è un videogioco
- Un videogioco per dire sì
- Nei videogiochi niente regole
- Se sconfiggi i miei ex ti sposo
- Attento ai miei ex
- Tutti pazzi per Ramona
- Ti presento i miei ex
- I miei sette pazzi ex-ragazzi
Il cast. No, cazzo, parliamone. A parte gli ovvi Cera, Brandon Superman Routh, Chris Captain America Evans e Jason Schwartzman, abbiamo a che fare con un assortimento di facce note (e indovinatissime) veramente clamoroso: Mary Elizabeth Winstead (Ramona Flowers) è Lee di Death Proof, la ragazza vestita da cherreleader che le altre protagoniste lasciano in pegno a un figuro di dubbia moralità per poter prendere in prestito un’automobile — io la amo e tutte le volte che vedo Death Proof vorrei entrare nello schermo e salvarla; Mark Webber (Stephen Stills) è il figlio punk di Woody Allen in Hollywood Ending che compare in una sola scena ma ci regala il momento migliore del film (“ti voglio bene papà”, “ti voglio bene anch’io, Feccia”); Mae Whitman (Roxy Richter), era Ann, la tristissima fidanzata di Michael Cera in Arrested Development; Kieran Culkin (Wallace) è il fratello minore di Macaulay KevinDiMammaHoPersoL’aereo Culkin, ed è bravissimo; Alison Pill (Kim Pine) è stata la paziente del martedì nella seconda stagione di In Treatment; Aubrey Plaza (Julie Powers) è April di Parks & Recreation; Anna Kendrick (Stacey Pillgrim) era in Up in the Air di Jason Reitman (che è anche il regista di Juno, la consacrzione a icona indiesessuale di Micheal Cera) ed è talmente bella che le si perdona di aver fatto due film di Twilight. Infine, mi sembra giusto segnalarlo, lo screenplay del film è firmato da Wright assieme a Michael Bacall: quest’ultimo lo si vede qua e là nel corso del film, mischiato in mezzo alla folla durante le feste, inoltre è l’amico di Eli Roth in Death Proof e uno dei bastardi che non vengono inquadrati mai in Inglorious Basterds di Tarantino.
(ho trovato questo post nelle bozze della dashboard. l’avevo scritto circa un mese fa, approfittando dell’essere fresco di visione per piazzare al volo un vigliacchissimo post per punti. la scusa non regge più, l’elenco rimane.)
– assolutamente non all’altezza del primo
– la morale è che Iron Man è l’incarnazione dell’american dream e i cattivi sono quelli che rosicano
– OH NOES un cattivo con dei… nastrini laser? SRSLY?
– il pizzetto di RDJR mi suscita sentimenti ambivalenti
– ci sono almeno due scene che si vedono nei trailer e che nel film non ci sono. credevo che cose di questo genere succedessero solo con film tipo Highlander dal quarto in poi.
– Si potrebbe parlare per ore di come l’essersi rifatto i connotati a suon di cazzotti sembrava aver messo la parola fine sulla carriera di Mickey Rourke e invece lo guardi adesso e sembra che sia nato per ruoli come questi — limitiamoci a dire che come cattivo è spaventosamente in parte e i tatuaggi “da prigione russa” sono fichissimi.
– Tò, c’era Sam Rockwell. Faceva il cattivo coglione. Peccato.
– Scarlett Johansson era un altro film. Bellissima, snodata, fappabilissima, ma chiaramente aggiunta in postproduzione e attaccata a tutto il resto con lo scotch di carta. Recitativamente inesistente, la sua presenza in scena non ha il minimo senso, è una meravigliosa bambola gonfiabile che qualcuno ha dimenticato sul set.
– l’armatura nella valigetta merita da sola tutto il film.
– bla bla bla la faccenda del negro sostituito senza motivo.
– si delinea sempre più nettamente l’atmosfera fumettosa da megacrossover che culminerà nel 2012 con Avengers, e a me piace assai: oltre al martello di Thor che si vede nella canonica scenetta dopo i titoli di coda (in sala avevano acceso le luci, figli di puttana), nel corso del film tra le cianfrusaglie del padre Tony trova lo scudo di Capitan America (e nel film di Capitan America il padre di Tony comparirà tra i personaggi secondari).
– Tutte le scene con Happy, l’autista di Tony. Parliamone. Già così uno le vede e pensa “ma che cazzo” e “ma ce n’era bisogno?”, sapere poi che a interpretare il personaggio è lo stesso tizio che dirige il film, ti mette di fronte alla consapevolezza che Jon Favreau si è rimboccato le maniche e ha detto “bella lì, ora giriamo un po’ di scene in cui io sono buffo e simpatico ma so anche dare due cazzotti quando è il momento”. Io questo me lo aspetto da comparsa-seduta-al-tavolo-sullo-sfondo-#7, che gli dicono “sta seduto” e lui capisce “secondo me è meglio se faccio un po’ di break dance”, non da quello che dirige la baracca. Shame on you! Jon Favreau tra l’altro faceva il fidanzato di Monica in Friends, quello ricchissimo che poi la lasciava per diventare il campione di “lotta estrema“, quindi quando lo vedi che fa a botte passi tutto il tempo a chiederti se l’inside-joke era volontario o meno.
– durante la battaglia finale ho avuto un blackout, ho perso i sensi per mezzora e quando mi sono svagliato stavano ancora sprarando.
– Salvare la giornata e inventare un nuovo elemento della tavola periodica WTF
– Samuel Jackson con la benda FTW.
– Tony/Pepper: CHEPPALLE. ma non potevano mettersi insieme e non rompere i coglioni, come del resto la fine del primo IM faceva supporre? certo, in quel caso avrebbe avuto ancora meno senso la presenza di Black Widow e — mioddio che razza di mostro può costringerti a scegliere tra Guyneth Paltrow e Scarlet Johansson? ve lo dico io chi, Jon Favreau, quello che ha detto “bella lì, ora giriamo un po’ di scene in cui sono buffo e simpatico ma so anche dare due cazzotti quando è il momento”.
Intendiamoci, il film sarebbe pure scritto bene, se durasse quattro ore. Invece ne dura due e manca fisicamente lo spazio per parlare in maniera esauriente di almeno una delle cinquecento cose che Justin Theroux (che in vita sua ha scritto solo questo e Tropic Thunder e, come Favreau, pure lui esiste fondamentalmente come attore) ha voluto infilarci a tutti i costi. Il confronto col primo, che peraltro è il miglior superhero movie finora realizzato (non che ci sia sta gran gara: esclusi gli ultimi due Batman, che sono vere e proprie prove autoriali di Nolan, gli unici che non sono delle cagate sono questo e Spiderman), è ingeneroso, ma tolte le ingenuità e le superficialità dello script quello che rimane è comunque quello per cui si aveva pagato fin dall’inizio: una simpatica fracassonata con gli effetti speciali e le armature fighe, impreziosita dagli one-man-show di Rourke e Jackson che badassano e RDJR che cialtroneggia.
E’ ufficiale, me l’ha detto l’internet, i giapponesi stanno facendo l’animu di Supernatural e anche se per ora l’unica immagine che gira è questa, è già la cosa più AWESOME di sempre.
Oh, chiariamoci, nulla di sorprendente. Una scelta più che ragionata, considerando che Supernatural è praticamente Fullmetal Alchemist e che Fullmetal Alchemist l’hanno già fatto. Due volte.
L’uscita è prevista per gennaio 2011, lo staff tecnico è quello della Madhouse, quindi da quel punto di vista davvero nulla da eccepire. La serie sarà composta da 22 episodi straight-to-dvd che dovrebbero coprire le prime due stagioni del telefilm: sarà — inquietante vedere i giappi alle prese con una storia che trabocca americanità da ogni parte (l’avventura on the road, il culto della macchina d’epoca, il protagonista eterosessuale), ma soprattutto sarà impagabile assistere all’inevitabile rielaborazione grafica che subiranno i personaggi più anziani, sporchi e sudati (Bobby, Papachester…) trasformandosi in attraenti 25enni dai capelli lucenti secondo il canone nipponico dell’uomo di mezza età.
O magari verrà una cosa tipo Heroman. Dio, fa che venga una cosa tipo Heroman.