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July 6th, 2010 » club del libro     

I COME FROM A WORLD YOU MAY NOT UNDERSTAND

Oggi in biblioteca c’erano un ragazzo e una ragazza, liceali, immagino. Avevano una lista di libri tipo compiti per le vacanze e non sembravano molto, come dire, del luogo. Lei girava per gli scaffali parlando al cellulare con un’amica a un volume di pochi decibel superiore a un concerto di Springsteen, ma il meglio lo dava lui, che si agitava come un maiale che ha visto cosa succede all’interno del mattatoio e continuava a ripetere “quando ce ne andiamo?”, come se sentisse che i libri lo stavano giudicando. Cercavano Il processo di Kafka. Hanno passato cinque minuti buoni a chiedersi se Kafka era con la C o la K. Poi hanno chiesto all’amica al telefono, ma mi pare di aver capito che non lo sapeva neanche lei.

June 25th, 2010 » club del libro     

Libri letti nei mesi di Aprile/Maggio, o anche i pro e i contro di disegnare un Devil sul retro del tuo agriturismo

Capitani Oltraggiosi (Captains Outrageous) — Joe R. Lansdale, 2005, Einaudi

Per la rubrica il Lansdale del mese, il sesto capitolo della serie ad Hap e Leonard gliene succedono di ogni: c’è poco da dire, al sesto romanzo con lo stesso schema e gli stessi personaggi è difficile tirare fuori roba veramente originale o varia o elettrizzante o. Chi se lo piglia deve anche aspettarselo e c’è poco da scuotere la testa e fare la faccia meravigliata.

Rocambolesca successione di disavventure ad ambientazione balneare legate assieme dal filo conduttore della randomness, qualche sparutissimo sprazzo di atmosfere noir e una storia di ritorsioni e vendetta che entra “nel vivo” più o meno a tre quarti, trasformando tutto quello che è successo prima in un interminabile, superfluo e inspiegabile prologo. A salvare la baracca è la fidelizzazione del lettore (presente), che ormai sente Hap e Leonard come amici suoi (ma che non frequenterebbe mai perché, ok, siamo seri, questi due portano veramente sfiga), lo spolvero di un mucchio di personaggi secondari dai romanzi precedenti e la penna di Lansadale, che quando c’è da far parlare due scaricatori di porto non lo fotte nessuno.


Tutti gli intellettuali giovani e tristi (All the sad young literary men) — Keith Gessen, 2009, Einaudi

Se non altro sono contento di aver letto questo libro in un momento della mia vita in cui riesco a riconoscere una simile marea di cazzate: mi fosse capitato al liceo credo che l’avrei divorato, adorato, sognato di diventare come uno dei protagonisti. L’ho preso in mano adesso solo perché dopo aver letto quaranta recensioni ero sicuro al 100% che il libro era brillante, spiritoso e ironico. Ma una sconcertante verità si è fatta strada in me man mano che lo leggevo: la gente non ha idea di cosa voglia dire “ironico”.

Una noia mortale, sterile, sfinente. Gessen descrive tre inutili teste di cazzo, un po’ patetici un po’ titanici, impelagati in dottorati senza fine, esordi letterari immaginati, rapporti disfunzionali con le donne e lagnarsi perché il governo Bush bla bla bla — gente da caricare di botte dalla mattina alla sera, prima che lo faccia Feltri e si prenda il merito di aver sconfitto la lobby radical-chic. Uno di loro, Keith, si chiama persino come l’autore, ma del resto Gessen non fa molto per nascondere quanto tutti e tre i protagonisti siano sfacciatamente autobiografici: alcuni direbbero “guardarsi l’ombelico”, ma l’espressione più corretta in questo caso è “venire risucchiati dal proprio buco del culo”.

Genssen comunque scrive molto bene, di questo bisogna dargliene atto, ma ci tiene veramente troppo a farcelo sapere. Questo a discapito della comunicabilità di fondo: c’è un messaggio, un senso in questo mare di pippe? Io non l’ho trovato ma forse è perché non sono un democratico ebreo americano di discendenza russa abbonato alla sua rivista — perché sì, Gessen ha anche una rivista. Interessante nota finale, pare che lui e Dave Eggers siano nemici giurati: non sembra anche a voi la più triste guerra tra poveri EVER?


Sono io che me ne vado — Violetta Bellocchio, 2009, Mondadori

Un bel giorno Layla Nistri si stanca di distruggere vite e come logica conseguenza fa i bagagli e apre un agriturismo in una Toscana che sembra l’Arkansas. Qui incontra Sean Martinelli, grafico, tuttofare ed ex tossicodipendente che la coinvolge suo malgrado nel cammino per la redenzione.

Sono io che me ne vado è il primo romanzo di Violetta Bellocchio e la cosa più divertente che abbia letto quest’anno. E’ stato, per quel che ne capisco, un caso letterario per tutta una serie di motivi — menate sul cognome dell’autrice, polemica sul prezzo*, una campagna di marketing rimasta incompresa e la gente su anobii che rosica — che con la letterarietà c’entrano molto alla lontana e che rischiano di distogliere l’attenzione da cosa è veramente importante, ciò per cui un romanzo come questo merita rispetto: innanzitrutto la protagonista è sulla soglia della trentina, eppure, straordinariamente, non caga il cazzo col fatto di essere single o con parallelismi tra lei e un personaggio di Sex & The City (niente Sex & The City: ecco perché la Bellocchio è stata tacciata di avere uno “stile maschile”); secondo, Layla e Sean sono dei nerd gigantoscopici; terzo, vi si spiega con dovizia di particolari come mettere in scena un finto fatto di sangue e farci i soldi; quarto, c’è un rapporto genuinamente disfunzionale con la religione; quinti, ci sono i vampiri.

E il motivo per cui spoilero con tanta leggerezza il cosa è che il fascino del libro sta soprattutto nel come. Nella forma, nello stile tagliente, nella scrittura semplice e rapidissima con cui la Bellocchio ti tiene letteralmente incollato al libro per quasi 350 pagine, nel linguaggio che va oltre il sapere cosa sono un torrent o la regola 34 (o perché le gif animate e il comic sans fanno schifo — e la critica a strabuzzare gli occhi e parlare di “popolo di internet” e “generazione dei blog”, geez) per connotarsi come qualcosa di estremamente fresco e contemporaneo, nel gusto per la citazione mai gratuita, nello humor nero, nel tratteggiare personaggi che non potrebbero ergersi a emblemi di una “generazione smarrita” neanche con una pistola puntata e in cui, tuttavia, è impossibile non ritrovarsi (io vado per “Ciotola”, il ragazzo del videonoleggio col complesso di edipo e l’ossessione per i complotti), nei toni distaccati e antimelodrammatici con cui riesce a parlare di cose come stupro, vendetta, fede e dipendenza.

A costo di diventare emotivo (e dare un vantaggio ai bracconieri che mi sono alle costole), mi sbilancio fino a dare un giudizio estremamente personale: Sono io che me ne vado è il libro che aspettavo di leggere da tantissimo.

*polemica che non sono sicuro di aver afferrato: 18 euri sono troppi per un esordiente? 18 euri sono troppi per un libro! ma che la Mondadori si crede che la mia famiglia di mestiere contrabbanda zanne di elefante?


Mr Paradise — Elmore Leonard, 2005, Einaudi

Elmore Leonard è, assieme a Lansadale, un altro tra i più grossi crime novelist americani viventi; ottantenne, estremamente prolifico, sorprendentemente attento alle mode, è lo scrittore preferito di Quentin Tarantino, Stephen King ne elogia la bravura nei dialoghi, il cinema se potesse adatterebbe anche la sua lista della spesa, e da quest’anno grazie a un suo racconto breve Timothy Olyphant indossa un cappello da cowboy e dà vita a Justified, la serie televisiva più figa del momento. Mi verrebbe da dire che Mr Paradise è uno dei suoi ultimi romanzi, ma nel momento in cui avrò finito questa frase lui ne avrà già pubblicati altri otto.

Un vecchio miliardario viene freddato in casa sua mentre è in compagnia di una puttana, un poliziotto indaga su questo e altri due o tre casi contemporaneamente ma pensa ad altro, i due killer che hanno eseguito il lavoro su commissione non riescono a farsi pagare e una modella finita sul luogo del delitto praticamente per caso cerca di trarne qualche profitto. Mr paradise è un libriccino molto gustoso, un hard boiled con tutti i crismi e tutti i chiodi fissi di Leonard: i negri, la città di Detroit, la femme fatale che tiene il piede in due scarpe e cerca di fottere tutti, il sottosuolo criminale fatto di imbecilli e gangster improvvisati (ricorre spesso la considerazione che la polizia dovrebbe solo ringraziare Dio per quanto sono stupidi o fatti o entrambe le cose), la trama intricata, la prosa essenziale quasi da partitura teatrale (o script cinemtaografico, che dir si voglia), il racconto nel racconto, i dialoghi fittissimi e oziosi (geniale la divagazione sul marito della nipote della vittima che vende sperma di toro e tutti gli chiedono come si fa a “raccoglierla”). Semplice, spassoso, senza una sbavatura.

Da segnalare, nell’edizione italiana, traduzione e postfazione a cura di di Wu Ming 1, che riempie le pagine di trivia e note esplicative costantemente in bilico tra il futile e la pedanteria del guardate quante ne so — cosa che, siamo onesti, è esattamente quello che farebbe chiunque altro al posto suo.

April 13th, 2010 » club del libro     

Libri letti nel mese di Marzo, o anche “le misere armi del tuo Dio Verme non possono nulla contro il mio imbattibile kung fu natalizio”

Shakespeare scriveva per soldi (Shakespeare Wrote for Money) — Nick Hornby, 2009, Guanda

Quanto è contorto e metareferenziale inaugurare una rubrica sui libri letti ogni mese con un libro che raccoglie una serie di articoli tratti da una rubrica sui libri letti ogni mese? Spero molto, perché riguardo a Shakespeare scriveva per soldi (che è un seguito, nel senso che altri suoi articoli provenienti dalla stessa rubrica erano già stati pubblicati su un altro libro, Una vita da lettore aka The Polysyllabic Spree), nello specifico, non c’è molto da dire.
Nick Hornby è divertente. Punto.
Niente vieta di ricavarci qualche prezioso consiglio su possibili letture future (Hornby recensisce solo quello che gli è piaciuto, ma attenzione: più della metà dei libri citati non sono stati pubblicati in Italia — il che getta un’ombra di perplessità su chi definisce il libro una bieca operazione commerciale per vendere di più), ma credo che il motivo principale per cui si compra un libro come questo è che Hornby sarebbe uno spasso da leggere anche se parlasse di punto croce o delle economie fondate sull’esportazione dei datteri.


Fuoco nella polvere (Zeppelins West) — Joe R. Lansdale, 2001, Fanucci

Non c’è un modo breve per descrivere la trama di questo libro a parte “LA FOLLIA”, quindi ecco la versione lunga: Buffalo Bill, o quello che ne rimane, cioè una testa mozzata tenuta in vita artificialmente in un vaso pieno whisky e urina di maiale, porta il suo Wild West Show in tournée in giro per il mondo a bordo di una flotta di zeppelin; recatosi in Giappone con la scusa di una missione diplomatica (capite, bisogna rinsaldare un po’ i rapporti tra le due nazioni dopo che tutti quei samurai sono morti inutilmente nella battaglia di Little Big Horn), coinvolge Toro Seduto, Wild Bill Hickock e Annie Oakley nel salvataggio del mostro di Frankenstein, tenuto prigioniero dallo shogun che si è convinto la sua carne sia un potente afrodisiaco. L’impresa riesce ma Bill e il suo eterogeneo party precipitano nel Pacifico, vengono raccolti dallo zombie del capitano Nemo e condotti loro malgrado sull’isola del dottor Moreau, dove faranno la conoscenza dell’uomo di latta del mondo di Oz e mancheranno di poco il conte Dracula.

Insomma, quel genere di roba lì.

Ora, premesso che se Joe Lansdale entra in casa mia e dice “fanfiction crossover western steampunk” l’unica cosa che voglio sapere è dove devo firmare, non è che il prodotto finito non mi abbia fatto impazzire. Quello che poteva essere un racconto breve di tutto rispetto, un’irresistibile minchionata sulla cinquantina di pagine, si trascina per più del doppio e alla lunga rompe il cazzo: l’effetto è quello di una barzelletta divertente che continua per 40 minuti dopo la punchline.

Che poi l’abbia fatto per il lulz è fuor di dubbio, ma quando in un romanzo diventa troppo evidente che si è divertito molto più l’autore a scriverlo che gli altri a leggerlo, l’impianto inizia a scricchiolare. E’ anche il primo capitolo di una trilogia, quindi chissà, ma credo che stavolta salterò il giro.


Tutta colpa dell’angelo – Un’allegra favola di Natale (The Stupidest Angel – A Heartwarming Tale of Christmas Terror) — Christopher Moore, 2005, Sperling & Kupfer

Chirstopher Moore deve sicuramente essere tenuto in qualche conto a casa sua, qui in Italia invece l’unico motivo per cui è noto è che le case editrici decidono quali dei suoi romanzi pubblicare tirando i dadi: emblemtaico il caso di Suck – una storia d’amore, tradotto ed edito nella più totale disinvoltura da Elliot pur essendo il seguito di un libro che non era mai uscito. L’angelo ci va vicino, è praticamente l’episodio di Natale di una serie di racconti che in Italia non hanno mai visto la luce, ma proprio per le qualità insite nel genere “Episodio Di Natale” si lascia leggere senza bisogno di preamboli.

Il genere di Moore è l’horror bonaccione comico e paradossale, il suo stile ricorda Neil Gaiman nei suoi momenti più cazzoni (tipo Anansi Boys o Good Omens, non le cose epiche e struggenti alla Sandman) e Tutta colpa dell’angelo è una edificante favola natalizia a base di morti, mutilazioni, sesso (niente di particolarmente grafico), marjuana, arti marziali, una principessa guerriera con personalità multipla e un angelo bellissimo ma ritardato.
Letteratura puramente ricreativa, intrattenimento pulp di qualità per grandi e piccini. Il classico libro, per dire, “che avvicina i ragazzi alla lettura” –  cosa che probabilmente succede nel mondo civilizzato; in Italia, dove la lettura continua a essere proposta ai giovanissimi unicamente sotto forma di punizione, Moore resta ignorato e tradotto a cazzo di cane.


Il giornalista quasi perfetto (The Universal Journalist) — David Randall, 2009, Laterza

Quello di David Randall è un interessantissimo saggio (più che un manuale) sul giornalismo, simpatico, brillante e scorrevole, ma che ho dovuto interrompere dopo poche pagine a causa di un difetto purtoppo insormontabile: l’intero libro è ambientato in una specie di universo alternativo, un mondo fantasy (“Il Regno Unito”, sentite come pulsa la matrice Tolkieniana) abitato da persone che leggono i giornali e in cui il lavoro del giornalista esercita degli effetti tangibili sulla società che lo circonda. Al terzo esempio di politico disonesto costretto a dimettersi perché sputtanato da un’inchiesta giornalistica mi sono detto che per tanto così Batman ha anche le figure.


All-Star Batman & Robin, the boy wonder — Frank Miller (storia) e Jim Lee (matite), 2005, DC Comics
(…che non è un libro ma era un po’ che volevo scriverci due righe)

L’opera più criticata di Frank Miller e in generale il fumetto più sbeffeggiato e deprecato degli anni 2000, è naturalmente uno dei lavori su Batman che preferisco e che rileggo più volentieri. La storia, che la DC tiene a precisare è completamente slegata dalla continuity canonica, mostra un Batman ancora agli inizi della propia carriera, instabile ed esaltato, che “accoglie” nella bat-caverna un giovanissimo Dick Grayson. Con la scusa delle origini di Robin, il “boy wonder”, Miller passa in rassegna il mito di Batman da un punto di vista molto personale, e le critiche che si è tirato dietro sono talmente tante e unanimi che è impossibile non tenerne conto nel valutarlo: la colpa di Miller sarebbe quella di rappresentare Batman come un mitomane psicotico violento e borderline, cosa che in effetti non verrebbe mai da pensare di un tizio che si veste da pipistrello e picchia i criminali di notte, e di aver riscritto l’idilliaco rapporto padre-e-figlio tra Batman e Robin come una più contorta e problematica relazione tra il sergente di ferro e la sua recluta, condita di inconfessabili sospetti di omosessualità latente e pederastia. Tutta roba evidente da, tipo, SEMPRE, che Miller si limita a indicare e dire “ah-ahaa”.

Certo, la scrittura di Miller ha dei problemi, questo è un fatto: di compensazione, per cominciare, come dimostra il fatto che tutti, TUTTI i personaggi maschili, compreso Alfred il maggiordomo, sono cazzutissimi e muscolosi, e con le donne, come dimostra il fatto che sono tutte troie. Ma l’iperrealismo che degenera in barzelletta mi sembra una pura questione di gusti, semplicemente a certa gente piace porsi domande triviali come “ma se il punto debole di lanterna verde è il colore giallo, non basterebbe dipingere tutto di giallo per sconfiggerlo?” mentre altri lo trovano oltraggioso (verso i fumetti in generale? verso Lanterna Verde?) e inammissibile.
L’intento parodistico mi sembra lampante, chiunque non rida ha qualcosa da nascondere.

[poi c'è tutta la questione delle parolacce che ha suscitato un ridicolo polverone negli States, che credo derivi dallo strano rapporto che hanno gli americani con qualsiasi tipo di imprecazione: non avendolo mai completamente afferrato non riesco a capire né cosa ci trovino di tanto sbagliato i lettori né posso ipotizzare cosa volesse dimsotrare Miller mettendocele; a me ovviamente non danno alcun fastidio e anzi sono grato a Miller per aver coniato uno dei migliori meme di sempre – I'm the goddam batman]

September 6th, 2009 » cineocchio, club del libro     

soffocare ma non troppo

Tutte le volte che si parla di trasporre su pellicola un romanzo di Palahniuk la gente ha questa strana tendenza a correre in circolo agitando gli arti e gridando all’impresa impossibile no-Palahniuk-è-troppo-folle, quando a me i suoi libri, soprattutto i primi, sembrano fatti apposta per il cinema.
Fight Club (1999) mi da ragione, Soffocare (2008) purtoppo mi dice “taci idiota”.

In realtà Soffocare sarebbe una robetta piuttosto insulsa anche al di là del suo fallimento come trasposizione, non foss’altro per il fatto che pare girato negli stessi set di Paso Adelante e con lo stesso telefonino; ma è il suo rapporto anale non protetto con il libro, la personalissima interpretazione di Clark Gregg, regista e sceneggiatore (e attore, che si ritaglia una parte a cazzo di cane gonfiando un personaggio che nel romanzo appariva di striscio), per cui se si intitolava “Soffocare” invece che “storia di uno che scopa molto, lol” era solo questione di punti di vista, che gli dà il colpo di grazia.

Non esattamente un successo di pubblico e critica, serpeggia però tra chi l’ha visto un parere complessivamente positivo che è più o meno “ci prova, non ci riesce al 100%, ma almeno è onesto” e questo mi lascia perplesso (o mi fa incazzare, nel caso in cui un giudizio così magnanimo venga da quelli che Fight Club lo bocciano in toto perché c’è Brad Pitt e, sai com’è, Brad Pitt è bello quindi è commerciale) perché nel modo con cui Gregg salva solo le parti del romanzo più superficialmente “Plalahniukiane” mentre ripulisce tutto quanto potrebbe essere troppo ostico per lo spettatore medio, ci vedo tutto tranne che l’onestà.
Dove il libro descrive la madre del protagonista devastata da una malattia degenerativa, il film sfodera la solita arzilla vecchina da film che guarda il culo agli infermieri e fa giusto un po’ di fatica coi nomi; la sessodipendenza è ridotta a un superficiale “sono triste perché faccio sesso senza amore (ma adesso trovo l’amore e tutto si risolve)”; il personaggio di Paige, la dottoressa/paziente, viene ammorbidito e banalizzato da una serie di omissioni e uno spiegone non richiesto, posticcio e singolarmente lame (manca cioè l’esilarante delirio sci-fi sui viaggi nel tempo e il DNA di Victor per curare una pandemia nel 2500, in compenso Paige “giustifica” il suo ricovero in un’ospedale psichiatrico raccontando di essere una studentessa che ha avuto in crollo nervoso perché l’hanno bocciata a un esame. WTF?); l’intera parte, spassosamente blasfema, in cui Victor si convince di essere il Messia è praticamente appena accennata.
Ah, ma parla di sesso in modo esplicito, e la regia è minimale e l’inquadratura è sporca quindi il film NON E’ PATINATO, non è una di quelle cose ipocrite hollywoodiane.

Non ho un’idea ben chiara del finale — a quel punto ero già in shock anafilattico — ma credo che ci fosse Sam Rockwell (o chiunque lo doppi nell’edizione italiana che, sono pronto a scommettere, ha fatto la sua parte nel rendere Soffocare una cagata inguardabile) in versione voce narrante che spiegava come l’amore e la buona volontà mettano a posto ogni cosa.

Straconsigliato a chiunque collezioni Palahniuk perché è figo e postmoderno e [aggettivo random a scelta] e ne parlano bene tutti i blog giusti: troverà il film è crudo e irriverente come il romanzo da cui è tratto, e sosterrà strenuamente che è folle e dissacrante perché mostra tette cadenti e non ha paura di dire cazzo e figa.
Astenersi invece chiunque sia andato oltre la terza di copertina, e speriamo bene per Survivor che parla di religioni organizzate, sessuofobia e aerei dirottati, tutti argomenti estremamente popolari che qualsiasi produttore spera di poter trattare almeno una volta al mese.

June 3rd, 2009 » club del libro     

non fottere con il mio mezzodemone

Nel 2007 Lara Manni scrive una fanfiction su Inuyasha, un manga per adolescenti confusi durato 12 anni di cui 11 erano filler, e la mette sull’EFP. La legge un tizio che la segnala a un tizio che conosce un tizio e va a finire che nel 2009 Lara Manni pubblica quella stessa fanfiction con Feltrinelli.
Si chiama Esbat, esce domani in libreria. E’ un fanta-horror con echi Kinghiani che con tutte le virgolette del caso si può definire “dal sapore mangeggiante”.
E di Inuyasha, per fortuna, c’è molto poco.

Caso senza precedenti in Italia, Esbat passa con disinvoltura da un portale di proto-letteratura amatoriale a una delle più grosse case editrici del Paese. Come è possibile? Cosa significa? E come deve sentirsi la sua autrice?
Lei non si monta la testa (anzi, sul suo blog si trovano manifestazioni di puro panico per quello che le sta succedendo), sorride educatamente e dà risposte diplomatiche. Non è stato facile tirarle fuori i dettagli scabrosi.

Lara Manni, è vero che per far arrivare il tuo manoscritto fino alla scrivania del Signor Feltrinelli non hai dovuto elargire favori sessuali di alcun tipo, ma che in almeno un’occasione un editor ti ha chiesto di frustarlo con un gatto a nove code vestita da regina cattiva di Biancaneve?

Smentisco nel mondo più categorico, anche perchè vestita da Regina Cattiva starei malissimo. Inoltre aggiungo, tanto per prevenire ulteriori insinuazioni, che non ho mai dato feste per il mio diciottesimo compleanno, tanto meno a Casoria, e che nessuno dei miei book fotografici è finito sulla scrivania di Emilio Fede. Anzi, smentisco anche di possedere un book fotografico.

Non ne dubito. Avresti pubblicato con Mondadori.
A proposito di vecchi che vanno con le ragazzine, sei nella stessa collana di Moccia: quante docce ti fai al giorno per convivere con questa consapevolezza?

Ma dai? Non me n’ero accorta. Comunque preferisco il bagno.

Non che non apprezzi questa parentesi soft-core, ma passiamo alle cose serie. Scrivi praticamente per la prima volta in vita tua, così tanto per, e pubblichi con Feltrinelli un libro che nasce da una fanfiction che nesce da un fumetto giapponese, per di più ti piace un autore dozzinale come Stephen King: gli ARTISTI che popolano la rete devono odiarti a morte.

Non dirmelo perchè sono già abbastanza fobica di mio. A mia discolpa posso solo dire due cose: primo, pubblicare un libro non è un traguardo, ma semmai l’inizio di un cammino, e nessun editore al mondo può dirti come sarà la strada. La seconda cosa è che credo che ci sia più interesse per le storie horror, negli ultimi tempi, e che sia stata questa la coincidenza che mi ha portato a pubblicare.

L’horror è piuttosto malvisto dagli ARTISTI. Perché è commerciale, perché è “facile”, perché non ti fa vincere il Pulitzer. Lo considerano un sottogenere, o uno spreco inutile di carta, o un piatto tipico della valsugana, insomma, NON-ARTE. Incurante di questo, tu ti consideri un’artista?

No, mi considero un piatto tipico laziale: rigatoni alla carbonara. Scherzi a parte, la risposta è ancora no. Mi considero una narratrice, una storyteller: o almeno mi piacerebbe riuscire a considerarmi tale.

E’ una vita che l’industria libraria pubblica libri che strizzano l’occhio ai manga. Non credi che farebbero prima a pubblicare i manga? Negli ultimi anni il giappone ha esercitato su noi occidentali un fascino enorme: secondo te è perché i giapponesi hanno delle katane fichissime o ci sono ragioni più profonde?

Questa volta sono seria: davvero? Non mi sono resa conto di questo interesse nei confronti dei manga da parte dell’industria libraria, ma se c’è, ben venga. Quanto al Giappone, penso che semplicemente i manga raccontino belle storie, non sempre e non tutti, ma in genere c’è un bel po’ di roba tra cui scegliere. E poi, sì, i giapponesi hanno delle katane fichissime. E il sushi.

Un’altra caratteristica interessante dell’industria libraria nostrana sono le copertine che sembrano concepite con lo specifico scopo di spingere al gente a NON comprare i libri. Quella di Esbat è una delle poche che non mi fanno pensare ai disegni a pastelli fatti dai bambini nei campi di concentramento: hai avuto voce in capitolo nella realizzazione o solo culo?

Sono stata fortunata, perchè ho trovato illustratori, art director di Feltrinelli e lo staff editoriale che hanno lavorato sull’atmosfera del libro. E hanno lavorato benissimo.

Lara Manni è il tuo vero nome? Visto che il tuo campo è il fantasy-trattino-horror non dovresti avere un nome esotico, dal sapore germanico, con delle K o delle W, un secondo nome o almeno un paio di lettere puntate? qualcosa tipo Lahara K. T. Manni, magari?

E’ il mio vero nome: in compenso il mio nickname su EFP è Rosencrantz. Non è abbastanza esotico? L’ho scelto pensando a “Rosencrantz e Guildestern sono morti” di Tom Stoppard, che secondo me è una fan fiction tratta da “Amleto”.

Appena uno scrittore viene pubblicato tutte le persone che lo conoscono (e anche alcuni commessi dei negozi in cui è solito fare la spesa) gli rifilano il proprio manoscritto convinti che “se sei stato pubblicato vuol dire che hai POTERE DECISIONALE nella casa editrice e puoi dare il mio Romanzo Generazionale al tuo editore mentre fate una di quelle colazioni di lavoro che si vedono nei films“.
Ti è già successo?

Veramente no. Forse perchè il libro non è ancora uscito? Oppure devo interpretare in modo diverso lo sguardo del barista mentre mi ha macchiato il caffè, questa mattina? E, a proposito: ma davvero succede tutto questo? E, già che ci sono, esistono voli low cost per l’Alaska?

Succede davvero.
Comunque mi conforta sapere di essere il primo. Con questa mail ti allego il mio manoscritto: parla di una ragazza dark autolesionista con un disturbo dell’alimentazione che cerca una via d’uscita nella droga e in una serie di esperienze sessuali estreme, finché una dose non la uccide durante le riprese di un film porno. L’ultimo capitolo è scritto del punto di vista della dose.

Senti. Non so come dirtelo. Hai dimenticato l’allegato.

Esbat nasce come una fanfiction ma che è già quasi un racconto originale. Per pubblicarlo hai dovuto togliere il quasi. Quanto è stato problematico? pensi sia un’operazione che si può fare con qualsiasi fanfic o Esbat per sue caratteristiche particolari partiva avvantaggiato?

Non così tanto problematico, proprio perchè dopo i primi capitoli galoppavo da un’altra parte. Certo, in fase di revisione ho dovuto reinventare il manga originale: cambiare i nomi, la vicenda, i personaggi. Resta la somiglianza fisica e di status di due di loro, peraltro ritrovabili in moltissimi manga e videogiochi. E’ stato più problematico lavorare sulla coerenza del meccanismo, sulla psicologia, sulla lingua. Ho dato la caccia ad ogni singolo avverbio e mi sono presa a schiaffi da sola per la mia scarsa abilità nel gestire i punti di vista, ma sto lavorando ancora sul mio modo di scrivere e mai smetterò.
Io penso che questa operazione si possa fare su molte fan fiction: ne ho lette diverse che sono, di fatto, degli originali, e sono già strutturate come un romanzo. Nel fandom di Inu Yasha, ma anche in quello di Devil May Cry, o di Kingdom Hearts, o altri ancora. Dipende dallo scopo per cui si scrive la fan fiction: ci sono casi in cui è semplicemente e giustamente un gioco da condividere con altri appassionati, altri in cui è una manifestazione di entusiasmo. Ma ce ne sono alcuni in cui si sente la voglia di scrivere, e di migliorarsi.

Al di là della tua esperienza personale, credi nelle fanfiction come palestra per aspiranti autori, o pensi che permettere a chiunque di scrivere qualsiasi cosa e immetterla nella rete sia come dare una pistola in mano a una scimmia?

Come ti dicevo, sì, ci credo e ci credo molto. A me i commenti sono stati utilissimi: sapevo già dov’erano i punti deboli e su quali parti lavorare prima ancora di cominciare la prima revisione. Quanto alla pistola: secondo me dipende da quello che il fan writer vuole davvero. E dipende dai suoi commentatori: so che è una questione dibattutissima, ma se chi commenta capisse che più che dire “bello brava quando aggiorni” sarebbe utile un intervento critico, le cose migliorerebbero in fretta!

Concordo sull’utilità dei commenti, anche se non sempre è facile discernere tra un commento ragionato e una tipa che ti scrive “grazie per questa fic, mi sono bagnata tutta“.
Il sistema andrebbe regolamentato: per esempio, io credo che bisognerebbe far fare un test del QI a tutti quelli che vogliono iscriversi all’EFP. Se lo superi non puoi iscriverti.

Ma sai, basta non leggere un certo tipo di fan fiction: tanto si riconoscono dal sommarietto e dal font. Ah, e dall’invito: “RECENSIIIITEEEE o non aggiorno più”.

Quello del font è un problema serio: una volta ho letto una fanfiction di Kingdom Hearts dove quello che diceva Axel era scritto con un font rosso e quello che diceva Roxas in giallo (presumibilmente perché Axel ha i capelli rossi e Roxas è biondo). Non sono riuscito a masturbarmi perché leggere i dialoghi mi faceva lacrimare gli occhi.

Passami l’url subito! Ho proprio voglia di piangere un po’.

Fai poco la sgargiante: Esbat nasce come una fanfiction, eppure non c’è neanche una scena di sesso tra due uomini, come spieghi questa evidente contraddizione?

Ah, ma sei male informato! Certo che c’è una scena yaoi: non nel libro, ma nel bonus chapter pubblicato prima su Efp e ora disponibile sul mio blog. Ci tengo alle tradizioni, io!

Ti rendi conto che in questo modo nessuna tipa ti scriverà “grazie per questo libro, mi sono bagnata tutta”? Ma che razza di persona sei?

Un mostro. Non lo avevi capito?


Alla fine dell’intervista Lara Manni mi ringrazia per averle fatto solo domande superficiali e mi invita a mangiare un piatto di rigatoni alla carbonara: spero che a Studio Aperto fraintendano e dicano in giro che  Lara Manni offre la cena a chi compra il suo romanzo come hanno fatto con Violetta Bellocchio.

December 4th, 2008 » club del libro     

non ti avrei mai sposata se avessi saputo che razza di puttana mangiasoldi eri, i soldi dei vampiri non crescono mica sugli alberi

Il mondo non è mai stato un posto granché ospitale, ma dal 2 agosto 2008 se possibile lo è diventato un po’ di meno. Il 2 agosto 2008 è uscito nelle librerie americane Breaking Dawn, il quarto libro della saga fanta-harmony-adolescenziale di Stephenie Meyer iniziata nel 2006 con Twilight (di cui ora è nelle sale un lungometraggio che fa schifo anche a chi l’ha fatto).
Breaking Dawn è il libro più atteso dell’anno secondo la casa editrice che ha trasformato il proprio sito in un blog rosa, dura 700 pagine, ha una copertina orribile ed è una porcheria peggiore di Twilight.

PEGGIO DI TWILIGHT? NON STARAI ESAGERANDO??

Di Twilight più che altro è divertente ricordare il moto di disappunto che suscita tra i fan chiunque ne parli male, c’è gente che non prende con la dovuta ironia espressioni come “solo una donna potrebbe reggere una simile sbobba”, ma alla fine cos’era, se non un innocuo romanzo rosa con un’ingannevole copertina nera.

La Meyer gettava le basi del suo impianto favolistico, introduceva i personaggi e gli ambienti in cui si sarebbero mossi. Il plot principale, per dire, ruotava attorno a con chi la protagonista avrebbe deciso di andare al ballo di fine anno: col vampiro affascinante o con una mezza sega? Per il resto è un tenersi per mano e ti amo no ti amo più io.
Nei successivi mi pare di aver capito che lui la lascia perché la ama troppo, poi si rimettono assieme e il migliore amico di lei è un lupo mannaro e il lupo e il vampiro un po’ se la contendono ma alla fine lei li ama tutti e due ma sceglie il vampiro ed è solo un caso che il vampiro viva in una villa grande come il Salento e il lupo in una roulotte.

Breaking Dawn è diverso, quasi inesistente dal punto di vista “narrativo”, nel senso cioè che non ha niente da narrare, è un generale mettere a posto trame e sottotrame in vista di un finale che deve far contente le lettrici in cui tutti vivono felici e contenti FOREVAH.
Edward il vampiro e Bella la ragazza imbranata ormai sono una coppia, la loro è una splendida relazione consolidata da tre libri passati a guardarsi negli occhi, e come in tutte le relazioni in cui lui è omosessuale non hanno ancora fatto sesso.
Sentendo però che il suo pubblico non è pronto per una svolta del genere, la Meyer aggiusta il tiro inventandosi che era perché queste cose si fanno solo quando si è pronti. Cioè dopo il matrimonio.

Breaking Dawn è il libro della maturità, dell’età adulta.
Il matrimonio, il sesso, i figli. Rigorosamente in questa successione, rigorosamente allo scoccare dei 18 anni (per lei, lui ne ha credo 90, ma non ha comunque mai conosciuto una donna né, e la Meyer ci tiene particolarmente a precisarlo, si è mai fatto una sega perché aspettava il vero amore).
Manifesto dell’emencipazione femminile, descrive minuziosamente il concetto per nulla retrogrado o maschilista per cui il traguardo nella vita di una donna è essere la moglie di qualcuno. Studiare, avere un’istruzione (in America il college è quasi obbligatorio per non finire a una pompa della benzina), un lavoro, una carriera, una vita sociale o una personalità sono tutte cose cui, secondo la Meyer, ogni ragazza dovrebbe avere la possibilità sorridere e di dire “no grazie, ho già un marito”. Sono passatempi, ripieghi per quelle che non hanno ancora trovato l’amore, quel genere di cose che negli anni 20 si chiamavano “grilli per la testa” e che una donna non avrebbe dovuto avere.

Qualsiasi cosa uno dica, d’ora in avanti, sulla condizione femminile nell’età contemporanea non potrà comunque essere più sessista dell’ultimo libro della Meyer.

Poi subentra la componente fantasy e invece di ricevere un burka, Bella viene vampirizzata e passa 250 pagine a compiacersi di quanto sia diventata figa.
Quella che era l’emblema della ragazza qualunque un po’ imbranata e un po’ paffutella, il grido disperato di ragazze imbranate e paffutelle di tutto il mondo che dicevano “anch’io merito un bel ragazzo”, si trasforma in quello che ogni ragazza imbranata e paffutella non sarà mai — il che ad alcuni potrà sembrare un controsenso, ma a quanto pare il grosso delle lettrici l’ha trovato “bellissimo” e “la mia parte preferita”: affascinante, sicura di sé, agile, fortissima, alta, bellissima e magra, addirittura diventa più intelligente e le si gonfiano le tette, le cambia il colore degli occhi della pelle e dei capelli e possiede un potere speciale che consiste nell’essere più speciale degli altri vampiri.

au revoir monsieur metaphore
welcome mister fanfiction!

L’aspetto fisico, la bellezza esagerata ed esasperata fino al ridicolo, già era un chiodo fisso in Twilight, qui diventa ossessione. Ogni descrizione inizia e finisce col fatto che il personaggio in questione è stupendo, affascinante e atletico, e se proprio vogliamo far finta che la cosa non sia superficiale in modo allarmante mi aspetto almeno un milione di scuse da parte di chi voleva staccarmi la testa a morsi per aver accostato il genere a quello degli Harmony.

E parte che la protagonista ottiene La Bellezza, non succede un cazzo.

TI SEI DIMENTICATO DELLA GRANDE BATTAGLIA FINALE

No, se dopo 250 pagine di descrizioni degli eserciti schierati la battaglia non si fa perché alla fine si risolve parlando.

E DELLA BAMBINA

Non volevo infierire, comunque ok, in mezzo c’è anche una gravidanza lampo e un parto sanguinosissimo da cui nasce una bambina che essendo figlia della Meyer non può che essere bellissima perfettissima e potentissima.
Dico “gravidanza lampo” perché quelle dei vampiri in Breaking Dawn sono più veloci o, come piace dirlo a me, “la gravidanza è una cosa reale e non vorrei mai che uno dei miei personaggi dovesse affrontare qualcosa di reale“.
Non solo la figlia nasce in fretta, ma cresce anche in fretta e si rivela intelligentissima fin dal primo momento, così che i genitori non dovranno sacrificare tempo per badare a lei né lei dovrà perdere tempo per sciocchezze come frequentare la scuola primaria e potrà dedicarsi da subito all’unica cosa importante nella vita: cercare un uomo con cui annullarsi per il resto dell’eternità. E infatti lo trova in questo stesso libro. In Jacob, il lupo mannaro della porta accanto, così che anche il migliore amico, l’unico elemento che con la sua storia di amore non corrisposto dava un pizzico di vivacità alla vicenda, è sistemato vita natural durante.

Prostrazione del sesso femminile e bellezza esteriore sono quindi i concetti su cui si basa il sistema di valori di Breaking Dawn (di chi lo scrive e, dal momento che nessuno se ne è ancora lamentato, evidentemente anche di chi lo legge). Ce n’è in realtà un terzo, difficile da non notare.

L’AMORE

I soldi.
Un’insensata e ossessiva osetenazione di ricchezza, di una volgarità e superficialità indifendibili — e francamente inquietanti per un libro per adolescenti — imperversa senza sosta dall’inizio alla fine: blocchi di pagine sono spesi a descrivere minuziosamente macchine potentissime, case stupende, gioielli preziosi, vestiti bellissimi… Tutto immancabilmente di proprietà di Bella ed Edward. Due cuori e una capanna un cazzo, sembra che i personaggi di Breaking Dawn possqno vivere a pieno il proprio amore solo se collezionano auto sportive e posseggono porzioni di Sudamerica.
E quando non si tratta di oggetti o isole vengono semplicemente snocciolate somme di denaro. Insomma, deve essere chiaro a tutti che la vita è difficile quando sei forte e bello per sempre, tutti ti amano e ogni cosa che ti riguarda è perfetta, ma per fortuna c’è una riserva illimitata di soldi a darti una mano.

MA SONO REGALI!

Ecco, questa è un’altra cosa meraviglisoamente rivelatrice del carattere di chi scrive. Le auto potenti, i vestiti firmati, i gioielli, le case, il conto in banca, il matirmonio pomposo e la giovinezza eterna, lo schema è sempre lo stesso: peronaggio x insiste perché Bella abbia una cosa, che è enorme spropositata e costosissima -> lei non la vuole -> peronaggio x gliela fa avere lo stesso -> Bella all’inizio si sente a disagio e se ne lamenta però in fondo è un regalo, sarebbe brutto non far vedere che lo apprezza, alla fine lo usa e ci prende gusto.
Bella paraculata del cazzo.

Breaking Dawn è senzaltro il libro della maturità. Racconta di come personaggi che hanno già tutto ottengono ancora di più senza il minimo sforzo o sacrificio, senza esserselo guadagnato e senza nemmeno ammettere di volerlo.

I libri non hanno l’obbligo di essere tutti educativi o edificanti, va benissimo l’intrattenimento fine a se stesso, ma cosa trasmette Breaking Dawn? E cosa dice di chi lo legge?
Che avere il fidanzato è l’unica cosa che conta? Che non si può essere felici senza possedere un’isola? Che quando abbiamo un problema possiamo sempre chiuderci in casa e leggere un libro dove i problemi non esistono? Che alle ragazze piace raccontarsi di essere belle dentro ma che nel profondo vorrebbero essere belle fuori e del resto chi se ne fotte?

E’ il fenomeno che ha tenuto sotto scacco le adolescenti italiane che volevano distinguersi dalla “Moccia generation”, ma non ho colto grandi differenze se non il fatto che coi suoi 40enni col macchinone che si scopano le ragazzine del liceo Moccia è quantomeno più onesto.

MOCCIA > BREAKING DAWN??? –FFFFFFFFFFFUUUU

Con le dovute precisazioni.
Non è che insultando la Meyer voglia insultare i lettori. Io non insuto la Meyer. Con tutto quello che un libro come Breaking Dawn rappresenta, se riesce a vendervelo, la Meyer è un fottuto genio.