Ha senso scrivere una recensione su Eclipse, terzo capitolo della Twilight Saga, per dire che, esattamente come chiunque si aspettava, il terzo capitolo della Twilight Saga fa schifo al cazzo?
In questo caso sì, perché Eclipse fa schifo al cazzo in una maniera completamente inedita, inaspettata, sconcertante.

Non farò il finto ingenuo o lo spettatore tradito, non sono andato a vedere Eclipsce perché “costretto da amici”, né per motivi di interesse sociologico, né tantomeno per dare a Twilight una seconda possibilità. Mi prendo le mie responsabilità: non so perché cazzo ci sono andato, forse il cinema costava poco, forse pensavo sarebbe stata un’esperienza tutta da ridere, forse speravo di incontrare una Twilight mom e innamorarmi. Quello che invece è successo è che mi sono sfregato gli occhi per 124 minuti aspettando che uscisse fuori qualcuno a dirmi “ah ah ci sei cascato!” indicandomi la posizione delle telecamere. Eclipse è una schifezza difficile da credere, e lo dico tenendo per me qualsiasi giudizio etico/morale sul pur notoriamente indifendibile apparato ideologico che sta alla base della storia: Eclipse è un prodotto ignobile prima di tutto cinematograficamente.
Qualcuno, senza averlo visto e con un problema di fondo col cinema “commerciale” e di intrattenimento, vorrà liquidare la faccenda col mantra che le megaproduzioni americane per adolescenti sono tutte uguali. Non è vero. In vita mia non ho mai visto niente di lontanamente simile ad Eclipse.
Prendiamo un Pirati dei Caraibi a caso o il più recente Prince of Persia: messi da parte i gusti personali, tutto si può dire meno che non sia un prodotto a regola d’arte per il pubblico a cui si rivolge, ragazzini in età scolastica che se ne sbattono il cazzo di chi è Orson Welles e vogliono passare un sabato pomeriggio in un edificio con l’aria condizionata — e dà loro esattamente quello che vogliono: azione, effetti speciali, un generico scontro tra “il bene” e “il male”, magari persino una storia d’amore, via, purché costantemente bilanciata da battute sciocche e abbondanti dosi di autoironia.
Eclipse non ha niente di tutto questo. Si prende totalmente e dannatamente sul serio dall’inizio alla fine pur senza sviluppare (e senza neanche provarci) un filo di tensione drammatica, non c’è un’idea che sia una, l’impianto narrativo non esiste, i personaggi ciondolano per due ore come lobotomizzati privi di uno scopo da raggiungere o di ostacoli da superare. La trama vorrebbe che un esercito di vampiri neonati minacci il quieto vivere degli abitanti di Forks, costringendo vampiri vecchia scuola e lupi mannari ad allearsi per arrestarne l’avanzata, ma anche questa battaglia “epica” continuamente vagheggiata e relegata, ovviamente, agli ultimissimi minuti della pellicola non intacca che marginalmente le vite dei personaggi principali, tant’è che tutto o quasi avviene fuori città e fuori dallo schermo.
L’azione è aggirata sistematicamente, dal sangue dosato col contagocce (scelta ardita in un film sui vampiri) ai vampiri che si spaccano come vasi di coccio, dai flashback farlocchi (in cui vengono mostrati per un attimo due personaggi sfilare con il costume dell’epoca per poi tornare al primo piano del personaggio, nel presente, che ti racconta cosa gli è successo nel passato) fino ad arrivare alla battaglia finale in cui sulla zuffa vera e propria (una sequela di placcaggi che fanno pensare più che altro a una partita di football, con la differenza che qualcuno ha fatto entrare in campo dei FOTTUTI LUPI GIGANTI) prevale la telecronaca di Edward, rimasto nascosto assieme a Bella a decine di chilometri di distanza.
Ma la stessa storia d’amore, l’elemento evidentemente preponderante del film e della saga, è assolutamente inconsistente. Edward e Bella si amano. E allora? Allora niente, continuano ad amarsi. C’è un ostacolo? No, perché Jackob rompe un po’ il cazzo esibendo in continuazione gli addominali, ma non costituisce una vera minaccia per la stabilità della coppia nemmeno per mezzo secondo. C’è un “passo avanti”? No, perché Edward e Bella continuano ad amarsi in maniera casta e pura come nel primo film — e anzi, qualsiasi tentativo di passare alla seconda base da parte di Bella viene sistematicamente stroncato da Edward che cerca di mascherare il proprio disgusto per la vagina tirando in ballo gli antichi valori e la salvezza dell’anima.
Eclipse non è un film che ti annoi perché non te ne frega niente, o che non ti piace perché è fatto male. Eclipse è guardare per due ore le crepe nel muro.
Io non so che adolescenti conosciate voi, ma questa non è “la solita cagata per adolescenti”, Eclipse è l’anti-intrattenimento che nulla ha a che fare coi Johnny Depp o Jake Gyllenhaal con l’eyeliner che piacciono tanto e fanno i record d’incassi. Ha anzi del paranormale che gli stessi ragazze e ragazzi (e sì, in sala c’erano più maschi di quanti credereste) a cui piacciono quelle cose là possano pagare dei soldi per vedere 124 minuti di campi e controcampi di tre tizi che si ripetono quanto si amano.
La Twilight Saga avrebbe potuto essere, coi dovuti distinguo, quello che i superhero movie sono per i nerd: palese e ostentata marchetta ai fan del prodotto cartaceo ma anche qualcosa di perfettamente vendibile pure a chi passava di lì per caso. Ma dove Twilight cercava (e non credo che l’avrei mai pensato, ma questo terzo capitolo fa sembrare il primo, firmato dall’odiata Catherine Hardwicke, un luminoso esempio di estro autoriale), giustamente, di tirare a bordo anche chi i libri non li avesse ancora letti, Eclipse soffre di una dipendenza dal romanzo così totale da risultare incomprensibile per chiunque sia fuori dal circuito delle fanfiction su Robert Pattinson.
Un esempio, come se ne potrebbero fare tanti altri: Forks dovrebbe essere una cittadina tetra, buia e piovosa dove il sole non batte quasi mai, nascondiglio ideale per una famiglia di vampiri che, come ormai sanno anche i sassi, se esposta al sole GLITTERA (e il genere umano non è ancora pronto ad accettare che esiste e cammina in mezzo a loro una razza superiore disegnata da Mariah Carey); un posto che comunque la si veda fa atmosfera, un invito a nozze per qualsiasi direttore della fotografia, unico membro della troupe, in un simile mortorio, a potersi sbizzarrire almeno un po’. E invece, in Eclipse, a Forks splende il sole per tutto il tempo. Non una sola goccia di pioggia, non una nuvola, un filtro verde-bluastro nelle scene ambientate nei boschi e niente di più; le luci sono piatte, forti, uniformi, smarmellate, e sembra che nessuno senta il bisogno di fare altrimenti perché “tanto lo sanno già, hanno letto il libro”. Diventa una sospensione dell’incredulità all’interno della sospensione dell’incredulità.
In questo trionfo della sciatteria e dello zero sbatti c’è poco da accanirsi sulle pur povere interpretazioni del trio Pattz/Stewart/Lautner: non è che la mediocrità del materiale di partenza li trasformi in tre marlonbrandi, ma in vittime delle circostanze sì. Qualche genuino calcio nel culo se lo meriterebbe invece Cosa Lì Howard, fondamentalmente perché non puoi essere la figlia di Richie e avere Fonzie come padrino e fare comunque così schifo — ma tutto è compensato dall’interpretazione delirante e altamente sopra le righe di Dakota Fanning.
Altra palese vittima masticata e rigurgitata dagli ingranaggi del sistema è il regista David Slade, passato da Ellen Page serial killer di pedofili a questo: chiaro, sei un autore di videoclip con solo due film all’attivo e ti propongono una roba così grossa, devi essere idiota per non accettare. E’ abbastanza evidente che avevano in ostaggio la sua famiglia e gli hanno fatto firmare qualcosa tipo che si faceva venire una sola idea si impegnava a ingerire una scatola di chiodi.
Il risultato finale è una cosa talmente brutta, noiosa, sciocca, vacua, (inspiegabimente) dilettantesca e impersonale che non riesci né a ridere né a incazzarti. Se ogni capitolo di Twilight fosse un piatto diverso, Eclipse sarebbe tua mamma quando ti dice “ah, ma non avevo capito che venivi a pranzo, guarda che io non ho praparato niente”.
(ho trovato questo post nelle bozze della dashboard. l’avevo scritto circa un mese fa, approfittando dell’essere fresco di visione per piazzare al volo un vigliacchissimo post per punti. la scusa non regge più, l’elenco rimane.)
– assolutamente non all’altezza del primo
– la morale è che Iron Man è l’incarnazione dell’american dream e i cattivi sono quelli che rosicano
– OH NOES un cattivo con dei… nastrini laser? SRSLY?
– il pizzetto di RDJR mi suscita sentimenti ambivalenti
– ci sono almeno due scene che si vedono nei trailer e che nel film non ci sono. credevo che cose di questo genere succedessero solo con film tipo Highlander dal quarto in poi.
– Si potrebbe parlare per ore di come l’essersi rifatto i connotati a suon di cazzotti sembrava aver messo la parola fine sulla carriera di Mickey Rourke e invece lo guardi adesso e sembra che sia nato per ruoli come questi — limitiamoci a dire che come cattivo è spaventosamente in parte e i tatuaggi “da prigione russa” sono fichissimi.
– Tò, c’era Sam Rockwell. Faceva il cattivo coglione. Peccato.
– Scarlett Johansson era un altro film. Bellissima, snodata, fappabilissima, ma chiaramente aggiunta in postproduzione e attaccata a tutto il resto con lo scotch di carta. Recitativamente inesistente, la sua presenza in scena non ha il minimo senso, è una meravigliosa bambola gonfiabile che qualcuno ha dimenticato sul set.
– l’armatura nella valigetta merita da sola tutto il film.
– bla bla bla la faccenda del negro sostituito senza motivo.
– si delinea sempre più nettamente l’atmosfera fumettosa da megacrossover che culminerà nel 2012 con Avengers, e a me piace assai: oltre al martello di Thor che si vede nella canonica scenetta dopo i titoli di coda (in sala avevano acceso le luci, figli di puttana), nel corso del film tra le cianfrusaglie del padre Tony trova lo scudo di Capitan America (e nel film di Capitan America il padre di Tony comparirà tra i personaggi secondari).
– Tutte le scene con Happy, l’autista di Tony. Parliamone. Già così uno le vede e pensa “ma che cazzo” e “ma ce n’era bisogno?”, sapere poi che a interpretare il personaggio è lo stesso tizio che dirige il film, ti mette di fronte alla consapevolezza che Jon Favreau si è rimboccato le maniche e ha detto “bella lì, ora giriamo un po’ di scene in cui io sono buffo e simpatico ma so anche dare due cazzotti quando è il momento”. Io questo me lo aspetto da comparsa-seduta-al-tavolo-sullo-sfondo-#7, che gli dicono “sta seduto” e lui capisce “secondo me è meglio se faccio un po’ di break-dance”, non da quello che dirige la baracca. Shame on you! Jon Favreau tra l’altro faceva il fidanzato di Monica in Friends, quello ricchissimo che poi la lasciava per diventare il campione di “lotta estrema“, quindi quando lo vedi che fa a botte passi tutto il tempo a chiederti se l’inside-joke era volontario o meno.
– durante la battaglia finale ho avuto un blackout, ho perso i sensi per mezzora e quando mi sono svagliato stavano ancora sprarando.
– Salvare la giornata e inventare un nuovo elemento della tavola periodica WTF
– Samuel Jackson con la benda WTF.
– Tony/Pepper: CHEPPALLE. ma non potevano mettersi insieme e non rompere i coglioni, come del resto la fine del primo IM faceva sperare? certo, in quel caso avrebbe avuto ancora meno senso la presenza di Black Widow e — mioddio che razza di mostro può costringerti a scegliere tra Guyneth Paltrow e Scarlet Johansson? ve lo dico io chi, Jon Favreau, quello che ha detto “bella lì, ora giriamo un po’ di scene in cui sono buffo e simpatico ma so anche dare due cazzotti quando è il momento”.
Intendiamoci, il film sarebbe pure scritto bene, se durasse quattro ore. Invece ne dura due e manca fisicamente lo spazio per parlare in maniera esauriente di almeno una delle cinquecento cose che Justin Theroux (che in vita sua ha scritto solo questo e Tropic Thunder, e come Favreau pure lui è fondamentalmente un attore) ha voluto infilarci a tutti i costi. Il confronto col primo, che peraltro è il miglior superhero movie finora realizzato (non che ci sia sta gran gara: esclusi gli ultimi due Batman, che sono vere e proprie prove autoriali di Nolan, gli unici che non sono delle cagate sono questo e Spiderman), è ingeneroso, ma tolte le ingenuità e le superficialità dello script quello che rimane è comunque quello per cui si aveva pagato fin dall’inizio: una simpatica fracassonata con gli effetti speciali e le armature fighe, impreziosita dagli one-man-show di Rourke e Jackson che badassano e RDJR che cialtroneggia.
In molti, di fronte alla pur rilevante notizia dell’acquisto della Marvel Comics da parte della Disney, hanno evitato di farsi trascinare dall’isteria collettiva, mantenendo invece il sangue freddo e giudicando la faccenda con calma e oggettività. Questo post è a beneficio di tutti gli altri.
Visto che finché ve lo dicono i professionisti e gli esperti del settore non ci credete, proverò a dire io la stessa identica cosa: non succederà niente, quindi, per l’amor di Dio, BASTA temere che sangue e parolacce spariscano dalle storie del Punitore, BASTA battute “ma adesso il Dottor Destino assumerà come scagnozzi la Banda Bassotti?” e BASTA con le fanart di Topolino vestito da Wolverine e Pluto da Galactus, avevano rotto il cazzo il giorno prima che iniziaste a farle.
Un grande gruppo ne compra un altro, succede nel mondo degli affari qualcosa come una volta la settimana.
La Walt Disney Company è una delle più grosse multinazionale del mondo (forse la più grossa): a parte i più ovvi parchi e canali monotematici, possiede migliaia di altri marchi, prodotti, case, città, nomi di automobili, fabbriche di sigarette, pozzi petroliferi e compagnie che a loro volta posseggono altri marchi, prodotti, case, città, nomi di automobili… Troppe cose per poter esercitare una sensibile influenza su tutte, se c’è veramente il desiderio di esercitare un’influenza e non si limita a incassare il pizzo alla fine di ogni mese.
Non ha cambiato la programmazione dell’ABC, che trasmette Lost (fareste vedere a vostro figlio Lost? sì, per punirlo), Grey’s Anatomy (la protagonista è un’enorme vagina) o sit-com come Scrubs (battute sulla masturbazione in ogni puntata) o Better Off Ted (esilarante satira sulle multinazionali); non ha gettato nel fuoco i film dello studio Ghibli, lo studio di Hayao Miyazaki considerato l’anti-Disney per eccellenza, di cui detiene i diritti per la distribuzione in America; non blocca la trasmissione di History Channel, che propone qualcosa come 20 ore al giorno di documentari sui serial killer.
Ora io non sto dicendo “multinazionale buona”, sarebbe ridicolo anche solo pensarlo, ma sbaglia chi nella tabella degli allineamenti di D&D del proprio cuore insiste per voler inquadrare a tutti i costi la Disney nella casella “chaotic evil“. Neutral evil, tutt’al più.
Senza contare che quel fumetto “a misura di poppante” a cui l’isteria di massa fa riferimento non è una prerogativa della casa madre, ma anzi. Quell’universo fumettistico fatto di paperopoli, topolinie, 313 e commissari Basettoni tatuato a vita nell’immaginario collettivo di ognuno di noi è al 99% farina di artisti italiani, che salvo qualche timido tentativo di esportazione di quando in quando, gli americani non si cagano di striscio dal 1940 (non per nulla, le uniche cose che si sono comprati con un minimo di entusiasmo sono PK e WITCH, produzioni atipiche per l’italia che appunto ricalcavano, soprattutto PK, il modello supereroistico della Marvel). I fumetti alla Disney non sono mai interessati granché, se anche volessero “correggere” l’universo Marvel non saprebbero su cosa rimodellarlo.
Se c’è qualcosa della Marvel su cui la Disney vorrà mettere le mani, quella sarà la divisione cinematografica, che con le pellicole sui supereroi ha fatto negli ultimi anni imbarazzanti paccate di soldi. E anche in tal caso, cioè se “a rischio” fossero solo i film, non vedo cosa ci sia di cui preoccuparsi: la Disney possiede già la Miramax. Che, per dirne una, produce e distribuisce i film di Quentin
Fottuto
Tarantino.

E cerchiamo di arginare, già che ci siamo, il processo di beatificazione della Marvel quale paladina della libertà di espressione solo perché è stata inglobata da una azienda più family-friendly.
Se volevate battervi il petto perché oh noes la Marvel diventerà a prova di bambino
e metteranno la museruola a Warren Ellis potevate farlo quando la politica antifumo di Joe Quesada (attuale e sgraditissimo editor in chief) ha fatto sparire sigari e sigarette a gente come Gambit, Nick Fury e Wolverine, quando dalle parolacce censurate si è passati a non mettere proprio le parolacce, quando gli strascichi della “No Gays in the Marvel Universe” policy datata 1980 hanno impedito che si vedesse una sola coppia omosessuale fino al 2006, quando la linea editoriale dell’Uomo Ragno è diventata azzerarne ciclicamente la continuity (l‘ultima, in ordine cronologico, imbarazzante trovata vede l’Uomo Ragno fare un patto col diavolo per resuscitare zia May (!!!), a condizione di rionunciare al suo matrimonio (???). WTF da tutte le direzioni) e rinarrarne a cadenza regolare le origini ririririproponendo sempre gli stessi cattivi per essere sicuri oltre ogni dubbio che le nuove generazioni che l’hanno visto al cinema possano cominciare a leggerlo senza fare fatica.
Gli sbudellamenti del Punitore o la prosa “colorita” di Warren Ellis (che comunque è sempre stata più colorita quando lavorava per conto suo o per la DC) correranno, con molta probabilità, gli stessi rischi che correvano prima.
Perché mai la presenza della Disney in un binomio creativo dovrebbe significare “censura”? Guardate Kingdom Hearts, produzione nippo-americana realizzata in tandem con la favolosa SquarEnix: coppie gay come se piovessero (e un menage-a-trois quasi canon) con la benedizione di “re” Topolino.
Ad autocensurarsi e rincoglionire le storie la Marvel ci è sempre riuscita perfettamente anche da sola.
Tutte le volte che si parla di trasporre su pellicola un romanzo di Palahniuk la gente ha questa strana tendenza a correre in circolo agitando gli arti e gridando all’impresa impossibile no-Palahniuk-è-troppo-folle, quando a me i suoi libri, soprattutto i primi, sembrano fatti apposta per il cinema.
Fight Club (1999) mi da ragione, Soffocare (2008) purtoppo mi dice “taci idiota”.
In realtà Soffocare sarebbe una robetta piuttosto insulsa anche al di là del suo fallimento come trasposizione, non foss’altro per il fatto che pare girato negli stessi set di Paso Adelante e con lo stesso telefonino; ma è il suo rapporto anale non protetto con il libro, la personalissima interpretazione di Clark Gregg, regista e sceneggiatore (e attore, che si ritaglia una parte a cazzo di cane gonfiando un personaggio che nel romanzo appariva di striscio), per cui se si intitolava “Soffocare” invece che “storia di uno che scopa molto, lol” era solo questione di punti di vista, che gli dà il colpo di grazia.
Non esattamente un successo di pubblico e critica, serpeggia però tra chi l’ha visto un parere complessivamente positivo che è più o meno “ci prova, non ci riesce al 100%, ma almeno è onesto” e questo mi lascia perplesso (o mi fa incazzare, nel caso in cui un giudizio così magnanimo venga da quelli che Fight Club lo bocciano in toto perché c’è Brad Pitt e, sai com’è, Brad Pitt è bello quindi è commerciale) perché nel modo con cui Gregg salva solo le parti del romanzo più superficialmente “Plalahniukiane” mentre ripulisce tutto quanto potrebbe essere troppo ostico per lo spettatore medio, ci vedo tutto tranne che l’onestà.
Dove il libro descrive la madre del protagonista devastata da una malattia degenerativa, il film sfodera la solita arzilla vecchina da film che guarda il culo agli infermieri e fa giusto un po’ di fatica coi nomi; la sessodipendenza è ridotta a un superficiale “sono triste perché faccio sesso senza amore (ma adesso trovo l’amore e tutto si risolve)”; il personaggio di Paige, la dottoressa/paziente, viene ammorbidito e banalizzato da una serie di omissioni e uno spiegone non richiesto, posticcio e singolarmente lame (manca cioè l’esilarante delirio sci-fi sui viaggi nel tempo e il DNA di Victor per curare una pandemia nel 2500, in compenso Paige “giustifica” il suo ricovero in un’ospedale psichiatrico raccontando di essere una studentessa che ha avuto in crollo nervoso perché l’hanno bocciata a un esame. WTF?); l’intera parte, spassosamente blasfema, in cui Victor si convince di essere il Messia è praticamente appena accennata.
Ah, ma parla di sesso in modo esplicito, e la regia è minimale e l’inquadratura è sporca quindi il film NON E’ PATINATO, non è una di quelle cose ipocrite hollywoodiane.
Non ho un’idea ben chiara del finale — a quel punto ero già in shock anafilattico — ma credo che ci fosse Sam Rockwell (o chiunque lo doppi nell’edizione italiana che, sono pronto a scommettere, ha fatto la sua parte nel rendere Soffocare una cagata inguardabile) in versione voce narrante che spiegava come l’amore e la buona volontà mettano a posto ogni cosa.
Straconsigliato a chiunque collezioni Palahniuk perché è figo e postmoderno e [aggettivo random a scelta] e ne parlano bene tutti i blog giusti: troverà il film è crudo e irriverente come il romanzo da cui è tratto, e sosterrà strenuamente che è folle e dissacrante perché mostra tette cadenti e non ha paura di dire cazzo e figa.
Astenersi invece chiunque sia andato oltre la terza di copertina, e speriamo bene per Survivor che parla di religioni organizzate, sessuofobia e aerei dirottati, tutti argomenti estremamente popolari che qualsiasi produttore spera di poter trattare almeno una volta al mese.
Poche sono le certezze nella vita, una di queste è che al mondo esistono due tipi di persone autistiche: qulli che fanno giochetti fighi con le carte e quelli che sono detentori di un segreto militare a cui il governo vuole chiudere la bocca per sempre.
La recente visione di Chocolate (2008) ci costringe però a mettere in discussione questa regola e prendere atto che ne esistono di un terzo tipo: quelli che imparano il muay thai guardandolo in televisione e battono la gente come dei tappeti per pagare le cure della mamma malata.
Autori di due pietre miliari del cinema tailandese d’arti marziali, Ong Bak e The Protector, Prachya Pinkaew (regista) e Panna Rittikrai (martial artist choreographer) ci propongono ancora una volta la loro visione del mondo suggestiva e accattivante in cui se fotti con l’elefante di Tony Jaa hai finito di vivere.
Al posto del pur sentitissimo dramma dell’elefante rubato, questa volta troviamo una cornice un filino meno pretestuosa e più articolata, ma la vera sorpresa è che il Tony Jaa della situazione è una donna, Jeeja Yanin, artista marziale al suo esordio cinematografico che tira calci come se al mondo non esistessero né Dio né la forza di gravità.
La storia dell’amore contrastato tra la pupa di un boss thailandese e uno yakuza jappo (il puccissimo Hiroshi Abe) con tanto di time-skip per passare a quella della bambina problematica che cresce tra mille difficoltà (la mamma malata!!!1) e impara le arti marziali guardando i ragazzi di una palestra vicina e Toni Jaa in televisione sono poco più che situazioni, per carità, poco plausibili e lontane mille anni luce dal poter dire che il film ha una sua “dignità drammaturgica”, c’è però un impegno inedito, la volontà, almeno, di comportarsi da filmaker invece che da semplici coreografi [1], che giustifica una prima mezzoretta – neanche tanto spiacevole, in fin dei conti – fatta di tanta storia e pochi balletti.
Poi, certo, allo scoccare dei trenta minuti e trenta secondi inzia (scandito addirittura
dall’effetto sonoro di un gong) Il Film Di Arti Marziali, e li è amore totale e incondizionato per la Yanin e il suo adorabile faccino puccincazzoso.
Scritto come un picchiaduro a scorrimento, ripete con leggerissime variazioni uno schema (piacevolmente e compiaciutamente) uguale a se stesso:
- Jeeja e il suo amico cicciottello vanno dallo stronzo di turno e gli chiedono dei soldi che lo stronzo deve alla madre di lei;
- lo stronzo (ma proprio stronzo, eh) li manda via in malo modo;
- Jeeja prende a calci lui e la sua posse di magazzinieri inspiegabilmente esperti di taekwndo finché i giorni della settimana non diventano pari.
Di volta in volta aumenta la difficoltà (il che rende possibile la scena EPIC-POWA dell’amico cicciottello che arrostisce le mosche – unico punto debole della nostra eroina – con una racchetta elettrificata), a ogni cattivo sconfitto sembra che Jeeja sblocchi un nuovo livello, accedendo a boss e location che si fanno via via più cazzuti (tipo l’altro bambino autistico, forse il combattimento più bello del film), con tanto di temporaneo switchamento del personaggio giocabile (il paparino Hiroshi Abe, arrivato direttamente dal Giappone perché ha scoperto di tenere famiglia, affronta l’esercito di sgherri muniti di katana in stile Kill Bill [2]), per arrivare a una totale identificazione tra pellicola e videogioco nel gran finale, il combattimento-inseguimento sui balconi che pare un livello di Donkey Kong coi calci in faccia al posto delle botti e una serie di cadute spettacolari che denunciano infine la vera natura del film: un prodotto intelligente e di pregevole fattura realizzato nel totale disprezzo dell’incolumità fisica degli attori che vi hanno preso parte. Disprezzo ribadito con un certo orgoglio negli outtakes che accompagnano i titoli di coda: “non abbiamo usato stuntmen e ci siamo fatti un male del cazzo!! non abbiamo paura di niente, muahahahah”.
Nota: il titolo – che quasi sicuramente viene dal fatto che nella prima parte del film la Yanin si mangia gli smarties da un tubetto gigante, ftw – si presta a un facile fraintendimento che tornerà utile quando la vostra ragazza vorrà vedere quel film che c’è lei che apre la ciccolateria nel paese bigotto e poi arriva Johnny Depp e ci sono i sentimenti.
ti giuro, cara, ero convinto che…
Fanculo Johnny Depp, l’unico sentimento che voglio sentire da questo momento in avanti è il dolore di chi pensa di poter fottere con Jeeja Yanin.
[1] risultato poi raggiunto, a quanto si legge in giro, dalla cinematografia di botte thailandese nell’ancora-da-vedere-mi-dicono-che-è-fighissimo Ong Bak 2 – con Tony Jaa e di (!!) Tony Jaa.
[2] quasi sicuramente una citazione, vista anche la location molto simile alla House of Blue Leaves.
Zombie Stripers, alla fine della fiera, è già tutto nella sua locandina: la vedi di sfuggita e pensi oh ehi è come Planet Terror, lol, simpatico, eh eh. uhm. però, aspetta, non so, certo che è fatta maluccio, eh, guarda lì, cos’è quel, boh, ma poi, cioè, no, ecco, fa proprio cagare. E al quel punto hai capito e ti risparmi il disturbo di guardarlo. Il che ci insegna che bisognerebbe sempre giudicare un libro dalla sua copertina. Poi magari ti perdi Velvet Goldmine solo perché ha una locandina veramente di merda, ma almeno non hai visto Zombie Strippers.
Insegnamento che io non ho seguito e di cui ora pago le conseguenze inaugurando la rubrica “non commettete i miei stessi errori”.
Messe da parte le ovvie aspirazioni tarantin-rodrigueziane della pellicola, sulle quali nel rispetto dell’intelligenza e del buon senso altrui non voglio neanche soffermarmi, è evidente che Zombie Strippers si inserisce, sgraziatamente e di straforo, nel filone dei film fatti a cazzo di cane a uso e consumo esclusivo del “popolo di internet”, questo insieme di individui vago e disarticolato che col tempo ho imparato ad associare al compagno di liceo che durante l’ora di informatica insiste per farti vedere un video in cui due tizi cinesi cantano una canzone dei Backstreet Boys assicurandoti che è la cosa più spassosa del mondo.
La lontana parentela con Snakes on a Plane, per esempio, già evidente nelle aspirazioni da cult-movie e nello scazzo generale di tirare l’ora e mezza in un film che è già tutto nel titolo, si palesa nel momento di quella che sarebbe dovuta essere, nelle intenzioni degli autori, la memorable quote che avrebbe fatto spaccare dalle risate “il popolo di internet”
- They’re zombies!
- No, they’re strippers.
- They are zombie strippers!!
Esilarante. Del resto, steso un velo pietoso sull’impatto che il film non ha sul sottogenere horror degli zombie movie – e tantomeno su quello del porno softcore (sebbene le protagoniste non facciano altro che spogliarsi per un buon 90% del film, il tutto è picante più o meno quanto un capitolo a caso di Vacanze di Natale) – non rimane che concentrarsi sulla componente umoristica che si sviulppa su due binari paralleli ben definiti, quello delle semplici gag/battute/situazioni_buffe e quello dell’autoironia che si manifesta principalmente nella cattiva realizzazione e nell’uso deliberato del trash, riuscendo a fallire abbastanza miseramente su entrambi i fronti.
Nonostante questo, e non di meno nonostante la scena finale in cui due spogliarelliste zombificate si sfidano a colpi di palline da ping pong e palle da biliardo sparandole dalla vagina, il punto più basso Zombie Strippers lo raggiunge nel suo tentativo, triste, fiacco e perplimente, di fare satira anti-Bush, completamente out-of-nowhere, equamente distribuita nei primi e negli ultimi due minuti del film e che si può riassumere pressapoco in “repubblicani merda”.
Tutto questo mi fa pensare che quando vedi Tarantino e Rodriguez alla Comicon di San Diego che parlano di B-movie e della loro relazione omosessuale è facile pensare a loro come a due ragazzini troppo cresciuti a cui il caso ha messo in mano una macchina da presa, “che per tanto così lo sapevo fare anch’io”. Ecco, no. Quello che avresti fatto tu è Zombie Strippers, figlio di puttana, che non è lo stesso campo da gioco, non è lo stesso campionato e non è nemmeno lo stesso sport.