Ha senso scrivere una recensione su Eclipse, terzo capitolo della Twilight Saga, per dire che, esattamente come chiunque si aspettava, il terzo capitolo della Twilight Saga fa schifo al cazzo?
In questo caso sì, perché Eclipse fa schifo al cazzo in una maniera completamente inedita, inaspettata, sconcertante.

Non farò il finto ingenuo o lo spettatore tradito, non sono andato a vedere Eclipsce perché “costretto da amici”, né per motivi di interesse sociologico, né tantomeno per dare a Twilight una seconda possibilità. Mi prendo le mie responsabilità: non so perché cazzo ci sono andato, forse il cinema costava poco, forse pensavo sarebbe stata un’esperienza tutta da ridere, forse speravo di incontrare una Twilight mom e innamorarmi. Quello che invece è successo è che mi sono sfregato gli occhi per 124 minuti aspettando che uscisse fuori qualcuno a dirmi “ah ah ci sei cascato!” indicandomi la posizione delle telecamere. Eclipse è una schifezza difficile da credere, e lo dico tenendo per me qualsiasi giudizio etico/morale sul pur notoriamente indifendibile apparato ideologico che sta alla base della storia: Eclipse è un prodotto ignobile prima di tutto cinematograficamente.
Qualcuno, senza averlo visto e con un problema di fondo col cinema “commerciale” e di intrattenimento, vorrà liquidare la faccenda col mantra che le megaproduzioni americane per adolescenti sono tutte uguali. Non è vero. In vita mia non ho mai visto niente di lontanamente simile ad Eclipse.
Prendiamo un Pirati dei Caraibi a caso o il più recente Prince of Persia: messi da parte i gusti personali, tutto si può dire meno che non sia un prodotto a regola d’arte per il pubblico a cui si rivolge, ragazzini in età scolastica che se ne sbattono il cazzo di chi è Orson Welles e vogliono passare un sabato pomeriggio in un edificio con l’aria condizionata — e dà loro esattamente quello che vogliono: azione, effetti speciali, un generico scontro tra “il bene” e “il male”, magari persino una storia d’amore, via, purché costantemente bilanciata da battute sciocche e abbondanti dosi di autoironia.
Eclipse non ha niente di tutto questo. Si prende totalmente e dannatamente sul serio dall’inizio alla fine pur senza sviluppare (e senza neanche provarci) un filo di tensione drammatica, non c’è un’idea che sia una, l’impianto narrativo non esiste, i personaggi ciondolano per due ore come lobotomizzati privi di uno scopo da raggiungere o di ostacoli da superare. La trama vorrebbe che un esercito di vampiri neonati minacci il quieto vivere degli abitanti di Forks, costringendo vampiri vecchia scuola e lupi mannari ad allearsi per arrestarne l’avanzata, ma anche questa battaglia “epica” continuamente vagheggiata e relegata, ovviamente, agli ultimissimi minuti della pellicola non intacca che marginalmente le vite dei personaggi principali, tant’è che tutto o quasi avviene fuori città e fuori dallo schermo.
L’azione è aggirata sistematicamente, dal sangue dosato col contagocce (scelta ardita in un film sui vampiri) ai vampiri che si spaccano come vasi di coccio, dai flashback farlocchi (in cui vengono mostrati per un attimo due personaggi sfilare con il costume dell’epoca per poi tornare al primo piano del personaggio, nel presente, che ti racconta cosa gli è successo nel passato) fino ad arrivare alla battaglia finale in cui sulla zuffa vera e propria (una sequela di placcaggi che fanno pensare più che altro a una partita di football, con la differenza che qualcuno ha fatto entrare in campo dei FOTTUTI LUPI GIGANTI) prevale la telecronaca di Edward, rimasto nascosto assieme a Bella a decine di chilometri di distanza.
Ma la stessa storia d’amore, l’elemento evidentemente preponderante del film e della saga, è assolutamente inconsistente. Edward e Bella si amano. E allora? Allora niente, continuano ad amarsi. C’è un ostacolo? No, perché Jackob rompe un po’ il cazzo esibendo in continuazione gli addominali, ma non costituisce una vera minaccia per la stabilità della coppia nemmeno per mezzo secondo. C’è un “passo avanti”? No, perché Edward e Bella continuano ad amarsi in maniera casta e pura come nel primo film — e anzi, qualsiasi tentativo di passare alla seconda base da parte di Bella viene sistematicamente stroncato da Edward che cerca di mascherare il proprio disgusto per la vagina tirando in ballo gli antichi valori e la salvezza dell’anima.
Eclipse non è un film che ti annoi perché non te ne frega niente, o che non ti piace perché è fatto male. Eclipse è guardare per due ore le crepe nel muro.
Io non so che adolescenti conosciate voi, ma questa non è “la solita cagata per adolescenti”, Eclipse è l’anti-intrattenimento che nulla ha a che fare coi Johnny Depp o Jake Gyllenhaal con l’eyeliner che piacciono tanto e fanno i record d’incassi. Ha anzi del paranormale che gli stessi ragazze e ragazzi (e sì, in sala c’erano più maschi di quanti credereste) a cui piacciono quelle cose là possano pagare dei soldi per vedere 124 minuti di campi e controcampi di tre tizi che si ripetono quanto si amano.
La Twilight Saga avrebbe potuto essere, coi dovuti distinguo, quello che i superhero movie sono per i nerd: palese e ostentata marchetta ai fan del prodotto cartaceo ma anche qualcosa di perfettamente vendibile pure a chi passava di lì per caso. Ma dove Twilight cercava (e non credo che l’avrei mai pensato, ma questo terzo capitolo fa sembrare il primo, firmato dall’odiata Catherine Hardwicke, un luminoso esempio di estro autoriale), giustamente, di tirare a bordo anche chi i libri non li avesse ancora letti, Eclipse soffre di una dipendenza dal romanzo così totale da risultare incomprensibile per chiunque sia fuori dal circuito delle fanfiction su Robert Pattinson.
Un esempio, come se ne potrebbero fare tanti altri: Forks dovrebbe essere una cittadina tetra, buia e piovosa dove il sole non batte quasi mai, nascondiglio ideale per una famiglia di vampiri che, come ormai sanno anche i sassi, se esposta al sole GLITTERA (e il genere umano non è ancora pronto ad accettare che esiste e cammina in mezzo a loro una razza superiore disegnata da Mariah Carey); un posto che comunque la si veda fa atmosfera, un invito a nozze per qualsiasi direttore della fotografia, unico membro della troupe, in un simile mortorio, a potersi sbizzarrire almeno un po’. E invece, in Eclipse, a Forks splende il sole per tutto il tempo. Non una sola goccia di pioggia, non una nuvola, un filtro verde-bluastro nelle scene ambientate nei boschi e niente di più; le luci sono piatte, forti, uniformi, smarmellate, e sembra che nessuno senta il bisogno di fare altrimenti perché “tanto lo sanno già, hanno letto il libro”. Diventa una sospensione dell’incredulità all’interno della sospensione dell’incredulità.
In questo trionfo della sciatteria e dello zero sbatti c’è poco da accanirsi sulle pur povere interpretazioni del trio Pattz/Stewart/Lautner: non è che la mediocrità del materiale di partenza li trasformi in tre marlonbrandi, ma in vittime delle circostanze sì. Qualche genuino calcio nel culo se lo meriterebbe invece Cosa Lì Howard, fondamentalmente perché non puoi essere la figlia di Richie e avere Fonzie come padrino e fare comunque così schifo — ma tutto è compensato dall’interpretazione delirante e altamente sopra le righe di Dakota Fanning.
Altra palese vittima masticata e rigurgitata dagli ingranaggi del sistema è il regista David Slade, passato da Ellen Page serial killer di pedofili a questo: chiaro, sei un autore di videoclip con solo due film all’attivo e ti propongono una roba così grossa, devi essere idiota per non accettare. E’ abbastanza evidente che avevano in ostaggio la sua famiglia e gli hanno fatto firmare qualcosa tipo che si faceva venire una sola idea si impegnava a ingerire una scatola di chiodi.
Il risultato finale è una cosa talmente brutta, noiosa, sciocca, vacua, (inspiegabimente) dilettantesca e impersonale che non riesci né a ridere né a incazzarti. Se ogni capitolo di Twilight fosse un piatto diverso, Eclipse sarebbe tua mamma quando ti dice “ah, ma non avevo capito che venivi a pranzo, guarda che io non ho praparato niente”.
Zombie Stripers, alla fine della fiera, è già tutto nella sua locandina: la vedi di sfuggita e pensi oh ehi è come Planet Terror, lol, simpatico, eh eh. uhm. però, aspetta, non so, certo che è fatta maluccio, eh, guarda lì, cos’è quel, boh, ma poi, cioè, no, ecco, fa proprio cagare. E al quel punto hai capito e ti risparmi il disturbo di guardarlo. Il che ci insegna che bisognerebbe sempre giudicare un libro dalla sua copertina. Poi magari ti perdi Velvet Goldmine solo perché ha una locandina veramente di merda, ma almeno non hai visto Zombie Strippers.
Insegnamento che io non ho seguito e di cui ora pago le conseguenze inaugurando la rubrica “non commettete i miei stessi errori”.
Messe da parte le ovvie aspirazioni tarantin-rodrigueziane della pellicola, sulle quali nel rispetto dell’intelligenza e del buon senso altrui non voglio neanche soffermarmi, è evidente che Zombie Strippers si inserisce, sgraziatamente e di straforo, nel filone dei film fatti a cazzo di cane a uso e consumo esclusivo del “popolo di internet”, questo insieme di individui vago e disarticolato che col tempo ho imparato ad associare al compagno di liceo che durante l’ora di informatica insiste per farti vedere un video in cui due tizi cinesi cantano una canzone dei Backstreet Boys assicurandoti che è la cosa più spassosa del mondo.
La lontana parentela con Snakes on a Plane, per esempio, già evidente nelle aspirazioni da cult-movie e nello scazzo generale di tirare l’ora e mezza in un film che è già tutto nel titolo, si palesa nel momento di quella che sarebbe dovuta essere, nelle intenzioni degli autori, la memorable quote che avrebbe fatto spaccare dalle risate “il popolo di internet”
- They’re zombies!
- No, they’re strippers.
- They are zombie strippers!!
Esilarante. Del resto, steso un velo pietoso sull’impatto che il film non ha sul sottogenere horror degli zombie movie – e tantomeno su quello del porno softcore (sebbene le protagoniste non facciano altro che spogliarsi per un buon 90% del film, il tutto è picante più o meno quanto un capitolo a caso di Vacanze di Natale) – non rimane che concentrarsi sulla componente umoristica che si sviulppa su due binari paralleli ben definiti, quello delle semplici gag/battute/situazioni_buffe e quello dell’autoironia che si manifesta principalmente nella cattiva realizzazione e nell’uso deliberato del trash, riuscendo a fallire abbastanza miseramente su entrambi i fronti.
Nonostante questo, e non di meno nonostante la scena finale in cui due spogliarelliste zombificate si sfidano a colpi di palline da ping pong e palle da biliardo sparandole dalla vagina, il punto più basso Zombie Strippers lo raggiunge nel suo tentativo, triste, fiacco e perplimente, di fare satira anti-Bush, completamente out-of-nowhere, equamente distribuita nei primi e negli ultimi due minuti del film e che si può riassumere pressapoco in “repubblicani merda”.
Tutto questo mi fa pensare che quando vedi Tarantino e Rodriguez alla Comicon di San Diego che parlano di B-movie e della loro relazione omosessuale è facile pensare a loro come a due ragazzini troppo cresciuti a cui il caso ha messo in mano una macchina da presa, “che per tanto così lo sapevo fare anch’io”. Ecco, no. Quello che avresti fatto tu è Zombie Strippers, figlio di puttana, che non è lo stesso campo da gioco, non è lo stesso campionato e non è nemmeno lo stesso sport.