E’ finalmente disponibile, per tutti coloro che riterranno opportuno pagarlo 30 dollari, Holy Terror, un fumetto che era universalmente considerato una merda illeggibile prima ancora di uscire perché partiva dal surreale presupposto che per il decennale del crollo delle Torri Gemelle Frank Miller aveva una voglia matta di disegnare una storia in cui Batman ammazza un sacco di arabi.
La vicenda editoriale che c’è dietro questo inno a uccidere i tuoi idoli finché sono ancora padroni delle proprie facoltà mentali e prima che mettano la loro arte a servizio della campagna reclutamenti del Tea Party, è che la DC ha preso Miller in disparte e gli ha detto “sai che c’è, Frank, questa è una cosa veramente da deficienti e ti saremmo grati se non ci trascinassi a fondo con te”, al che Miller, con l’eleganza di un Rob Liefeld (uno che nel 97 disegnava Captain America per la Marvel e contemporaneamente portava avanti un suofumetto-fotocopia per la sua casa editrice) e in ritardo di vent’anni, ha traslocato alla Legendary Comics, neonata divisone della casa cinematografica omonima, e ha riproposto la stessa identica idea levando le corna alla maschera di Batman e chiamando questo nuovo, sensazionale personaggio “the Fixer“.
Chi l’ha letto riferisce che il risultato è un’opera ributtante di propaganda antiaraba e anti-islamica, razzista, iperviolenta, ignorante, grottesca e superficiale — in perfetta linea con un Frank Miller che in questi giorni scrive post deliranti sul suo blog in cui si scaglia contro il movimento Occupy, chiama i suoi partecipanti “zotici”, “ladri” e, senza entrare nello specifico di come sia giunto a questa conclusione, “stupratori”, li accusa di essere dei rammolliti viziati coi loro iPhne e i loro iPad che danno fastidio ALLA GENTE CHE LAVORA e suggerisce loro di arruolarsi, dato che l’unico vero nemico che l’America abbia mai avuto è al-Qaida e la guerra è ancora in corso.
Wake up, pond scum. America is at war against a ruthless enemy.
Maybe, between bouts of self-pity and all the other tasty tidbits of narcissism you’ve been served up in your sheltered, comfy little worlds, you’ve heard terms like al-Qaeda and Islamicism.
And this enemy of mine — not of yours, apparently – must be getting a dark chuckle, if not an outright horselaugh – out of your vain, childish, self-destructive spectacle.
In the name of decency, go home to your parents, you losers. Go back to your mommas’ basements and play with your Lords Of Warcraft.
Or better yet, enlist for the real thing. Maybe our military could whip some of you into shape.
Inutile commentare ulteriormente, stiamo pensando tutti la stessa cosa: Lords Of Warcraft, Frank? Veramente?
Miller farnetica, e non ha la minima idea di cosa stia succedendo nel mondo reale. Ignora completamente cosa sia il movimento Occupy, chi na faccia parte (non solo studenti e fan di Star Trek, ma anche ex soldati, per esempio), cosa sostenga, o, per dire, che la guerra al terrore è finita (ha vinto il terrore). Dopo l’11 settembre qualcosa in lui si è rotto, e ha deciso che la cosa più sicura da fare era infilare la testa nel proprio buco del culo tirandola fuori nei successivi dieci anni solo per andare alla radio e rilasciare dichiarazioni come
Let’s finally talk about the enemy. Somebody — for some reason, nobody seems to be talking about who we’re up against, and the sixth-century barbarism they actually represent. These people saw peoples’ heads off. They enslave women, they genetically mutilate their daughters. Um, they, they, they do not behave by any cultural norms that are sensible to us.
A questo punto, non credo leggerò mai Holy Terror. Miller è stato un fumettista eccezionale e voglio ricordarmelo così, fingendo che questa parentesi della sua vita e della sua carriera non sia mai esistita. Il problema è che Holy Terror pare essere così brutto e così fuori di testa, così clamorosamente sbilanciato a destra da legittimare riletture di tutta l’opera milleriana alla luce di un fascismo sempre latente che fan adoranti (o conniventi) avrebbero fatto finta di non notare.
Il problema è che adesso internet è pieno di gente che gongola — perché avere ragione è molto più importante del fatto che negli anni 80 Miller abbia cambiato il modo di leggere e di scrivere i fumetti — come se avesse capito con 3 stagioni di anticipo come andava a finire Lost; dicono “io l’avevo detto che era un fascista” tutti soddisfatti. Sono gli stessi che quarant’anni fa volevano proibire i film di John Wayne perché i western erano fascisti, e non sono invecchiati di un giorno.
Poco importa se la stragrande maggioranza delle storie di Miller parlano di un eroe solitario e di solidi principi che combatte un sistema corrotto in una lotta che è destinato a perdere, o se quasi ogni volta si ripete lo schema in cui personaggi palesemente sgradevoli (gli eugenetisti spartani, lo psicopatico Marv, il Batman severo e paranoico…) risolvono una situazione che solo loro potevano risolvere E POI MUOIONO (o si ritirano) perché il mondo è diventato un po’ meno sgradevole e non c’è più bisogno di loro. Ma no. Batman chiama Robin “soldato” e i guerrieri di Sparta cercano la bella morte, tutto ciò DEVE essere di destra.
C’è una tavola in Batman: Year One — lo dico a beneficio di chi non l’avesse mai letto perché, vi assicuro, è la prima cosa che è venuta in mente a tutti gli altri — scritta nel 1987 che è praticamente il manifesto del movimento Occupy: politici corrotti e capi della malavita, quello che oggi per comodità chiamiamo “1%” o “governo del fare”, cenano assieme amabilmente a casa del sindaco; salta la luce, la stanza è inondata di fumo, Batman irrompe sfondando un muro e annuncia che la sua personale guerra al crimine comincia da loro. “Avete finito di banchettare. Nessuno di voi è più al sicuro”.
Tutto si può dire di Miller tranne che la sue matefore siano criptiche. C’è un’altra scena, in DK2 (il seguito, scritto a 15 anni di distanza, del Ritorno del Cavaliere Oscuro), in cui Batman guida un attacco contro Lex Luthor, presidente degli Stati Uniti e simbolo di tutto quello che non va di una classe politica che è ormai tutt’uno col mondo criminale: i suoi sgherri si chiamano Ruger-Exxon e Starbucks.
Potrei fare molti altri esempi, da Sin City (i cattivi sono ancora politici corrotti, poliziotti che abusano del loro potere e persino preti cannibali) a Daredevil (in Born Again Devil affronta “Nuke“, un soldato imbottito di steroidi e con la bandiera degli Stati Uniti tatuata in faccia, che spara sulla folla e parla come se fosse ancora in Vietnam): non mi sembrano questi indicatori di reazionarismo e xenofobia, quanto la dimostrazione che l’11 settembre ha spazzato via una serie di idee ben diverse, lasciandolo con un paesaggio emozionale che sembra un episodio in loop di Ken il guerriero, in cui l’unica cosa che conta è difendersi dai culturisti sui chopper con le creste viola.
Boicottare Miller, in questo momento, è cosa buona e giusta. Non voler dare un centesimo ad un autore artisticamente bollito e sceso al livello culturale di Borghezio, che sostiene tesi indifendibili e no nsa come si chiama World of Warcraft mi sembra la reazione più normale, ma gettare fango suoi lavori precedenti e farne un rogo — pur metaforico — ecco, quello è qualcosa farebbero dei fascisti.
Una nota a margine — Cosa penserebbe il Frank Miller pre-9/11 di un fumetto come Holy Terror? Questo è quello che nel 1998 scriveva in risposta a un lettore che dopo aver letto 300 lo accusava di essere omofobo: “If I allowed my characters to express only my own attitudes and beliefs, my work would be pretty darn boring. If I wrote to please grievance groups, my work would be propaganda.” Pazzesco, vero?
Ottantaquattresimo adattamento cinematografico negli ultimi 50 anni del romanzo omonimo di Alexandre Dumas padre, tutto quello che I Tre Moschettieri (2011) di Paul W. S. Anderson difetta in sceneggiatura — e, fidatevi, è davvero tanto — lo recupera con un a messa in scena magnifica, spettacolare, spaccona e coloratissima, un’autentica gioia per gli occhi condita alla consapevolezza che chi l’ha fatto si è divertito esattamente come chi lo sta vedendo.
Non ero al corrente del pregiudizio che perseguita Anderson — e qui mi riallaccio a un ottimo articolo dei 400 Calci — ma questo spiega in gran parte perché la critica si sia divertita tanto a MASSACRARE un onesto, innocuo swashbuckler (cappa e spada) fracassone che nulla ha da invidiare ad altri mille swashbuckler fracassoni. Il flop al botteghino, d’altra parte (costato 90 milioni, il film ne ha incassati solamente 80), si deve a una campagna pubblicitaria poco azzeccata (si sarebbe potuto fare di più, si sarebbe potuto fare meglio), nomi non abbastanza di grido (vedi più avanti) e, soprattutto, il fatto che troppa gente senza Johnny Depp a fare le smorfie non capisce quando bisogna ridere, prende tutto dannatamente sul serio e tra quello che si indispettisce perché nel libro i galeoni volanti non c’erano e quello che ti spiega perché è impossibile che Leonardo abbia inventato i galeoni volanti, arriva il sapientone che dice “americanata” con aria di sufficienza.
Non vedo veramente quale sia il problema. I Tre Moschettieri è un cugino povero e un po’ più etero degli Sherlock Holmes di Ritchie o dei Pirati di Verbinski/Bruckheimer. Stesso principio, fotografia più satura: period e action movie (che qui aspira alla spy story internazionale — LOL) legati assieme con compiaciuta cazzoneria, umorismo tongue-in-cheek e un anacronismo esibito orgogliosamente. Se non ti piace il genere stai semplicemente abbaiando all’albero sbagliato (e parliamone: come fa a non piacerti il genere?), ma se non hai problemi col cinema di intrattenimento più sguaiato hai davvero poco da fare il fighetto scontento: Anderson coreografa da dio i suoi moschettieri-ninja, fa combattere in cielo fottuti galeoni volanti e distrugge mezza Notre Dame per il puro gusto di farlo (a quel punto il livello di assurdità era tale che ero straconvinto che a metà del duello fra D’Artagnan e Rochefort sarebbe venuto fuori Quasimodo a dare il cambio a uno dei due).
L’unico rammarico è che per tenersi aperte tutte le strade, non ne imbocca nessuna. Nella speranza di tirarne fuori un film — o, più realisticamente, un franchise — per famiglie l’asticella della violenza è stata abbassata drasticamente (l’intero film scorre tra esplosioni, sparatorie e duelli mortali senza quasi una sola goccia di sangue), ma a differenza dei film per famiglie manca di qualsiasi cosa possa fare presa sul grande pubblico — tipo una storia o dei personaggi: monodimensionali, a dir poco, questi ultimi (come spesso accade si salvano solo i cattivi, e qui più per le facce di chi li interpreta che per altro) e imbarazzante la prima, ipersemplice eppure zeppa di spiegoni verbosissimi, sciocca e di una ingenuità che l’aderenza, se non alla trama allo spirito dell’opera di Dumas, giustifica solo fino a un certo punto.
E ancora, il cast, che in film come questi è nove volte su dieci l’ancora di salvezza, pare indovinato solo a metà. Bene i cattivi, pescati praticamente a caso i buoni (si salva forse Porthos, il Titus Pullo di RomeRay Stevenson). Mads Mikkelsen (cattivo in Casino Royale, vichingo di Valhalla Rising e qui capo della guardie con una benda alla Nick Fury: ormai fa solo personaggi con qualcosa di strano all’occhio sinistro) poteva essere usato meglio, Orlando Bloom se la sciala a fare il Bond villain perché ha capito che a questo giro è nel gruppo dei meno cani, e Christoph Waltz, un Cardinale Richelieu che più Cardinale Richelieu non si può, ha la faccia di chi sta decidendo se il ruolo più ridicolo che ha fatto quest’anno è questo o la roba con Pattz e con gli elefanti.
Rimane la signora W. S. Anderson, Milla Jovovich, padrona incontrastata della pellicola, che salta, corre, spara, scivola, si butta mezza nuda dai parapetti, schiva trappole alla Indiana Jones, guarda in macchina e respira forte, con quel paio di tette che sarà il corpetto, sarà lo schermo del cinema, ma– WOW. Nella gara delle bambole gonfiabili inestressive si mangia la Scarlett Johansson di Iron Man 2 in un solo boccone.
Quindi bella Paul W. S., bella Milla, bella i galeoni volanti.
Si poteva fare meglio di così, non c’è dubbio, ma anche chi se ne fotte. Dumas padre era un autore tuttaltro che perfetto e per nulla estraneo al concetto di “commerciale”, un cinque alto a un film come questo non lo avrebbe negato.
Il mambo degli orsi (Two Bear Mambo) — Joe R. Lansdale USA: 1995 / Ita: 2004, einaudi
Quando arrivai da Leonard, la sera della vigiglia di Natale, sullo stereo di casa sua c’erano i Kentucky Headhunters a tutto volume che cantavano The Ballad of Davy Crockett, e Leonard, come per una sorta di celebrazione natalizia, stava appiccando il fuoco ancora una volta alla casa accanto.
Mi auguravo che avesse smesso di farlo. La prima volta l’avevo aiutato, la seconda l’aveva fatto per conto suop, e ora eccomi presente alla terza, in macchina. Il tutto avrebbe avuto un’aria dannatamente sospetta, quando fossero arrivati gli sbirri. Qualcuno aveva già telefonato. Molto probabilmente erano stati gli stronzi da dentro la casa.
Poche cose mi mettono di buon umore come un bel racconto di Hap e Leonard, e questo è quanto.
Il cimitero senza lapidi e altre storie nere (M Is for Magic) — Neil Gaiman USA: 2007 / Ita: 2007, mondadori
Messe da parte le solite penose questioni di packaging — una brutta copertina ammiccante all’insopportabile estetica “burtoniana”, un titolo demmerda che non ce lo dobbiamo mai far mancare — quello che abbiamo qui è un Gaiman in formissima, che coniuga splendidamente il raro dono della sintesi a quello sterminato immaginario mitologico-folkloristico che è il suo marchio di fabbrica. Una raccolta di racconti brevi, tutti uniti dal filo conduttore del reale che entra in contatto col fantastico (e viceversa), che si apre con un estratto dal suo ultimo romanzo (un’anteprima all’epoca in cui usciva questo libro, praticamente un teaser trailer) e si chiude con un’esilarante parodia di Raymond Chandler, un hard boiled ambientato nel mondo delle filastrocche; in mezzo fantasy, horror e persino un po’ di sci-fy — genere poco frequentato da Gaiman e infatti sviluppato in modo alquanto particolare –, streghe, morti che parlano, un troll sensibile ai problemi dell’urbanistica, degustatori di animali leggendari, una vecchina importunata da ser Galahad alla ricerca del Sacro Graal e un racconto autobiografico su un gatto che combatte il diavolo.
Il libro si finisce in un attimo, ma quello che ti lascia, per fortuna, te lo porti dietro a lungo.
I Traditori — Giancarlo De Cataldo 2010, einaudi
Dalla fallimentare spedizione in Calabria del 1844 alla Breccia di Porta Pia nel ’70, Giancarlo De Cataldo ripercorre le tappe del Risorgimento italiano attraverso le vicende di una moltitudine di personaggi — alcuni veri, altri inventati, tutti o quasi estremamente probabili — le cui “piccole” storie, come già in Romanzo Criminale, definiscono la Storia.
Un’epopea lunghissima, ambiziosa e certo imperfetta, ma che ha il merito di levare un bel po’ di polvere da personaggi e circostanze che l’agiografia, più che la storiografia, ci ha abituati a immaginare molto migliori di quanto non fossero. C’è spazio per i veri patrioti, gli idealisti e i puri di spirito, anzi, le pagine dedicate a loro sono le più belle e toccanti di tutto il libro — ma quello che preme raccontare a De Cataldo è che se l’Italia è diventata qualcosa di più di “una mera espresisone geografica” come diceva il Metternich, è perché opportunisti e uomini senza scrupoli hanno fiutato l’affare e ci si sono buttati a capofitto. I “traditori” del titolo sono spie, voltagabbana, speculatori, mercenari, mafiosi e camorristi, nei confronti dei quali l’Italia unita ha un debito più grande di quanto sia piacevole ammettere e che, a 150 di distanza, stanno ancora riscuotendo gli interessi.
Dracula Cha Cha Cha (Dracula Cha Cha Cha/Judgment of Tears) — Kim Newman GB: 1998 / Ita: 2008, urania
Kim Newman non è pazzo come Alan Moore (anche se è sulla buona strada per iniziare a vestirsi uguale), misurato come Neil Gaiman e “commerciale” come Quentin Tarantino, eppure, per sua e nostra fortuna, ha un po’ del talento di tutti e tre. Anno Dracula è il suo lavoro più celebre nel campo della fiction (Newman è attivissimo anche come saggista e critico cinematografico; scrive, tra le altre cose, per Empire e Rotten Tomatoes), una saga iniziata nel 1992 che mischia horror, fantasy e ucronia, e racconta di un mondo in cui Dracula ha sconfitto Van Helsing e il vampirismo si è diffuso a macchia d’olio in Europa, diventando il tratto caratterizzante di una socità dove crossoverano amenamente personaggi storici (o, spesso, le loro controparti vampirizzate), della letteratura, del cinema e dei fumetti. Dracula Cha Cha Cha è il terzo e per ora ultimo romanzo della serie (in mezzo però ci sono stati una decina di racconti pubblicati un po’ dappertutto, compresa la rete, ma inediti in Italia), ambientato nella Roma dei primi anni 60, dove Dracula trascorre il suo esilio dorato dopo aver aiutato gli alleati a sconfiggere i nazisti, e segue i preparativi per il matrimonio del secolo tra il Conte e una principessa moldava e le indagini di una spia inglese di nome Bond, mentre sullo sfondo un serial killer mascherato fa strage di Antichi.
Di Newman mi ha sempre deliziato la fantasia sfrenata, il gusto per la strizzata d’occhio e la conoscenza enciclopedica, che lo portano a popolare i suoi romanzi con i personaggi più disparati, creando un pantheon della cultura pop da fare invida a Neil Gaiman (per la cronaca, i due sono SuperMiglioriAmici); in questo romanzo emerge poi tutto il suo amore per il cinema, che trasuda dalle suggestioni Felliniane e Pasoliniane, dalle citazioni a Godard, a Dario Argento e tutta la produzione italiana di genere degli anni 60-70, ma il vero colpo di genio è la sua riflessione sulla figura del vampiro: poco interessato alla sua psicologia, Newman ne analizza, in modo interessantissimo e originale, l’impatto sul piano politico (il primo ministro britannico è un vampiro che essendo immortale continua a ricandidarsi e vincere le elezioni da più di un secolo — riuscite a immaginere una cosa del genere? se sì è perché siete italiani e state pensando ad Andreotti), sociale e persino artistico.
Chiudendo con una nota di costume, ci tenevo a sottolineare che in un periodo in cui quello dei vampiri è stato il genere più inflazionato di tutta la fottuta industria libraria, l’unico libro sui vampiri che interessava a me era assolutamente introvabile, tanto che ho finito per prenderlo su ebay dopo averlo cercato inutilmente per librerie e bancarelle per due anni; è il destino degli Urania, assieme alle copertine di merda (no sul serio, cos’è quella roba, un’astronave..? perché c’è un’astronave in copertina?!) l’impaginazione a cazzo di cane e gli errori di battitura: stanno in edicola una settimana e poi scompaiono NEL NULLA.
La lunga strada della vendetta (Batman: Captured by the Engines) — Joe R. Lansdale USA: 1991 / Ita: 2007, edizioni BD
Altro libro virtualmente introvabile, altro giro dell’oca conclusosi fortuitamente in una libreria dell’usato di Novara, ma siamo onesti, con una premessa come “Lansadale scrive Batman” sarei andato a cercarlo anche in Indocina. E ne sarebbe valsa la pena. Niente Pulitzer all’orizzonte, purtroppo, ma un giochetto divertentissimo che dimostra ancora una volta come Lansdale sia capace di scrivere veramente su tutto — se gli permetti di andare a parare dove vuole lui: due mondi che si incontrano, quello dei suoi personaggi sempre a un passo dall’essere inghiottiti dall’oscurità e quello di un vigilante tormentato che l’oscurità l’ha scelta come proprio habitat; una linea immaginaria che collega il Texas a Gotham City e un’auto indemoniata che la percorre a tutta velocità.
Un divertissment per stessa ammissione dell’autore, splatteroso e ricco di colpi di scena come esige la letteratura pulp, folle come solo i romanzi di Lansadale sanno essere, e tenero e psicotico come ogni buona storia su Batman.
Tanto per cambiare, kudos per il titolo italiano e la copertina da galera.
Nell’anno in cui escono due film e una serie tv sullo stesso fottuto tema degli scopamici è legittimo approcciarsi al prodotto — uno qualunque dei tre — con un po’ di scazzo, scetticismo e, considerato il tema trattato, pretese molto basse. Friends with Benefits (2011) di Will Gluck è il migliore del mazzo, il che non ne fa automaticamente La Miglior Commedia Che Vedrete Quest’Anno, ma è quello dei tre che promette 110 minuti di divertimento e ne maniene più della metà, il che è già qualcosa.
Motivi per preferirlo sulla carta alle altre due robe sono che questo l’ha fatto il regista di Easy A (che è stata, quella sì, una delle migliori commedie del 2010), che ci sono Mila Kunis e JUSTIN BRING SEXY BACK (sono al corrente che nell’altro c’è Natalie Portman ma, andiamo, il suo partner è Ashton Kutcher — praticamente è come vedere un film in cui la tua attrice preferita viene stuprata da un cinghiale, e, no, non voglio vedere la mia attrice preferita stuprata da un cinghiale!), e un confortante 71% di pomodorometro (contro il 49 dell’altro film e la cancellazione della serie dopo 12 episodi che nessuno ha visto). Non è un film perfetto, anzi, da metà in poi prende una piega incongrua e abbastanza disastrosa, ma azzecca nella prima parte quelle due-tre cose che bastano a dire “beh si ok”.
Innanzitutto, ci troviamo di fronte alla storia di due persone implausibilmente belle che fanno lavori che non esistono (art director? head hunter? oh, Hollywood, me l’hai fatta ancora una volta!) e che li rendono ricchi pur non tenendoli occupati più di quattro ore al giorno in modo da poter passare il resto del loro tempo a bere, scopare e giocare con la wii: come faccia Gluck (che scrive e dirige) a non rendere questa cosa sgradevolissima è un mistero, ma ci riesce. Tutto è così scintillante e naturale e spontaneo che anche lo spettatore più menoso (io) non ha problemi ad accettarlo: non è semplice trasporto, è la consapevolezza di stare vedendo un film di fantascienza. Secondo, e questo davvero non è da poco, senza mostrare un solo capezzolo (qui subentra il solito gioco improbabile di lenzuola disposte nella maniere più assurde) riesce a parlare di sesso in modo piuttosto esplicito, cosa per niente scontata e che arriva come un’autentica liberazione — per non parlare del sollievo nello scoprire che Mila Kunis ingoia.
Sull’altra metà, onestamente, non voglio neanche infierire, infilare il DRAMA FAMIGLIARE in un contesto che già di suo non è dei più emozionanti — siamo all’inevitabile parte in cui i protagonisti si rendono conto di avere sentimenti l’uno per l’altra e sentono il bisogno di parlarne –, è una scelta audace che viene prontamente punita con il generale “embeh?!” del pubblico, e con tutto l’affetto per chi decide di cambiare genere e registro in media res, il risultato è che sembra di stare guardando un altro film, infinitamente meno interessante, con un finale che si rimangia tutte le promesse di originalità fatte all’inizio mentre infila uno dietro l’altro tutti i cliché possibili (con tanto che prendere in giro i cliché ormai è un cliché anche quello).
Si ride, eh, non è uno di quei casi che esci in strada urlando UN’ORA DELLA MIA VITA CHE NON RIAVRO’ MAI — ma mi sa che se il film finiva al minuto 51, quando Bryan Greenberg scarica Mila (frocio), mi divertivo uguale.
Rediming quality da non sottovalutare è il casting, azzeccatissimo come in Easy A, e forse vero marchio di fabbrica di Gluck, che ancora una volta imbastisce una parata di facce note che gigioneggiano sullo schermo per il sollazzo di noi deficienti fissati coi telefilm: dalla sequenza iniziale in cui i due protagonisti vengono piantati rispettivamente da Emma Stone e Andy Samberg (dei Lonely Island, amicissimi con Justin Timberlake), al film nel film con Jason Segel e Rashida Jones, passando per Patricia Clarkson (che in Easy A era la madre di Emma Stone, mentre nei video dei Lonely Island fa la madre di Justin Timberlake), Bryan Greenberg, il bambino di Modern Family (quello magro) e giusto per non farci mancare niente Hiro di Heroes e Shaun White nel ruolo di sé stesso. C’è anche Woody Harrelson (a proposito, ma Zombieland 2?) che ha fatto ridere tutti perché qui fa il gay: a me ha fatto molto più ridere il fatto che il suo personaggio è fissato coi font, ma dev’essere quello che succede quando i tuoi amici sono tutti grafici o Ted Mosby.
Sull’home page del Fatto Quotidiano c’è un articolo che si intitola Il Male vs Il Male, credevo parlassero pure loro di Vasco Rossi e Nonciclopedia.
L’aspetto più tragico dello scontro tra Vasco Rossi e Nonciclopedia è che ci ha costretti subdolamente a prendere le parti di uno dei due. Grazie, ma stavamo benissimo prima, quando potevamo disprezzarli entrambi.
Vasco Rossi che denuncia Nonciclopedia è talmente assurdo che è come se Vasco Rossi avesse denunciato Nonciclopedia.
Vasco Rossi ha decisamente cagato fuori dal vaso. E, una quindicina d’anni dopo, ha denunciato Nonciclopedia.
Nessuno fa il tifo per Non ciclopedia, quella tra loro e Vasco è la più classica delle guerre tra poveri — solo che uno dei due è ricco sfondato.
Se Vasco Rossi non fosse completamente andato, se non avesse delle carenze affettive enormi, se fosse in grado di dare il giusto peso alle cose e avesse una vaga idea di cosa è internet (sono davvero un sacco di se), di fronte agli insulti di Nonciclopedia reagirebbe come reagiscono tutte le persone che non sono più in seconda liceo: sarebbe molto sorpreso nello scoprire che Nonciclopedia esiste ancora.
Con questa mossa Vasco Rossi si è fatto così tanta pubblicità negativa da far passare Nonciclopedia dalla parte del giusto. Prego che non se la prenda mai col nazismo o con quelli che fumano in una stanza dove c’è un neonato.
Se chiedete a lui, Vasco Rossi è convinto di stare facendo causa a Zuckerberg.
Se chiedete a quelli di Nonciclopedia, loro sono convinti di essere la Politkovskaja.
Dove finisce il diritto ad esprimersi e inizia l’insulto puro e semplice? Mi riferisco al testo di Eh… Già, la parte che fa “più su, più giù / più su, più giù /più su, più giù / più su”.
Grazie a Vasco Rossi adesso là fuori è pieno di gente che dice che Nonciclopedia fa satira. Satira, vi rendete conto?