fuckantastic

July 11th, 2010 » cineocchio, non commettete i miei stessi errori     

Total Eclipse of the Heart

Ha senso scrivere una recensione su Eclipse, terzo capitolo della Twilight Saga, per dire che, esattamente come chiunque si aspettava, il terzo capitolo della Twilight Saga fa schifo al cazzo?
In questo caso sì, perché Eclipse fa schifo al cazzo in una maniera completamente inedita, inaspettata, sconcertante.

Non farò il finto ingenuo o lo spettatore tradito, non sono andato a vedere Eclipsce perché “costretto da amici”, né per motivi di interesse sociologico, né tantomeno per dare a Twilight una seconda possibilità. Mi prendo le mie responsabilità: non so perché cazzo ci sono andato, forse il cinema costava poco, forse pensavo sarebbe stata un’esperienza tutta da ridere, forse speravo di incontrare una Twilight mom e innamorarmi. Quello che invece è successo è che mi sono sfregato gli occhi per 124 minuti aspettando che uscisse fuori qualcuno a dirmi “ah ah ci sei cascato!” indicandomi la posizione delle telecamere. Eclipse è una schifezza difficile da credere, e lo dico tenendo per me qualsiasi giudizio etico/morale sul pur notoriamente indifendibile apparato ideologico che sta alla base della storia: Eclipse è un prodotto ignobile prima di tutto cinematograficamente.

Qualcuno, senza averlo visto e con un problema di fondo col cinema “commerciale” e di intrattenimento, vorrà liquidare la faccenda col mantra che le megaproduzioni americane per adolescenti sono tutte uguali. Non è vero. In vita mia non ho mai visto niente di lontanamente simile ad Eclipse.

Prendiamo un Pirati dei Caraibi a caso o il più recente Prince of Persia: messi da parte i gusti personali, tutto si può dire meno che non sia un prodotto a regola d’arte per il pubblico a cui si rivolge, ragazzini in età scolastica che se ne sbattono il cazzo di chi è Orson Welles e vogliono passare un sabato pomeriggio in un edificio con l’aria condizionata — e dà loro esattamente quello che vogliono: azione, effetti speciali, un generico scontro tra “il bene” e “il male”, magari persino una storia d’amore, via, purché costantemente bilanciata da battute sciocche e abbondanti dosi di autoironia.
Eclipse non ha niente di tutto questo. Si prende totalmente e dannatamente sul serio dall’inizio alla fine pur senza sviluppare (e senza neanche provarci) un filo di tensione drammatica, non c’è un’idea che sia una, l’impianto narrativo non esiste, i personaggi ciondolano per due ore come lobotomizzati privi di uno scopo da raggiungere o di ostacoli da superare. La trama vorrebbe che un esercito di vampiri neonati minacci il quieto vivere degli abitanti di Forks, costringendo vampiri vecchia scuola e lupi mannari ad allearsi per arrestarne l’avanzata, ma anche questa battaglia “epica” continuamente vagheggiata e relegata, ovviamente, agli ultimissimi minuti della pellicola non intacca che marginalmente le vite dei personaggi principali, tant’è che tutto o quasi avviene fuori città e fuori dallo schermo.

L’azione è aggirata sistematicamente, dal sangue dosato col contagocce (scelta ardita in un film sui vampiri) ai vampiri che si spaccano come vasi di coccio, dai flashback farlocchi (in cui vengono mostrati per un attimo due personaggi sfilare con il costume dell’epoca per poi tornare al primo piano del personaggio, nel presente, che ti racconta cosa gli è successo nel passato) fino ad arrivare alla battaglia finale in cui sulla zuffa vera e propria (una sequela di placcaggi che fanno pensare più che altro a una partita di football, con la differenza che qualcuno ha fatto entrare in campo dei FOTTUTI LUPI GIGANTI) prevale la telecronaca di Edward, rimasto nascosto assieme a Bella a decine di chilometri di distanza.

Ma la stessa storia d’amore, l’elemento evidentemente preponderante del film e della saga, è assolutamente inconsistente. Edward e Bella si amano. E allora? Allora niente, continuano ad amarsi. C’è un ostacolo? No, perché Jackob rompe un po’ il cazzo esibendo in continuazione gli addominali, ma non costituisce una vera minaccia per la stabilità della coppia nemmeno per mezzo secondo. C’è un “passo avanti”? No, perché Edward e Bella continuano ad amarsi in maniera casta e pura come nel primo film — e anzi, qualsiasi tentativo di passare alla seconda base da parte di Bella viene sistematicamente stroncato da Edward che cerca di mascherare il proprio disgusto per il sesso tirando in ballo gli antichi valori e la salvezza dell’anima.

Eclipse non è un film che ti annoi perché non te ne frega niente, o che non ti piace perché è fatto male. Eclipse è guardare per due ore le crepe nel muro.

Io non so che adolescenti conosciate voi, ma questa non è “la solita cagata per adolescenti”, Eclipse è l’anti-intrattenimento che nulla ha a che fare coi Johnny Depp o Jake Gyllenhaal con l’eyeliner che piacciono tanto e fanno i record d’incassi. Ha anzi del paranormale che gli stessi ragazze e ragazzi (e sì, in sala c’erano più maschi di quanti credereste) a cui piacciono quelle cose là possano pagare dei soldi per vedere 124 minuti di campi e controcampi di tre tizi che si ripetono quanto si amano.

La Twilight Saga avrebbe potuto essere, coi dovuti distinguo, quello che i superhero movie sono per i nerd: palese e ostentata marchetta ai fan del prodotto cartaceo ma anche qualcosa di perfettamente vendibile pure a chi passava di lì per caso. Ma dove Twilight cercava (e non credo che l’avrei mai pensato, ma questo terzo capitolo fa sembrare il primo, firmato dall’odiata Catherine Hardwicke, un luminoso esempio di estro autoriale), giustamente, di tirare a bordo anche chi i libri non li avesse ancora letti, Eclipse soffre di una dipendenza dal romanzo così totale da risultare incomprensibile per chiunque sia fuori dal circuito delle fanfiction su Robert Pattinson.
Un esempio, come se ne potrebbero fare tanti altri: Forks dovrebbe essere una cittadina tetra, buia e piovosa dove il sole non batte quasi mai, nascondiglio ideale per una famiglia di vampiri che, come ormai sanno anche i sassi, se esposta al sole GLITTERA (e il genere umano non è ancora pronto ad accettare che esiste e cammina in mezzo a loro una razza superiore disegnata da Mariah Carey); un posto che comunque la si veda fa atmosfera, un invito a nozze per qualsiasi direttore della fotografia, unico membro della troupe, in un simile mortorio, a potersi sbizzarrire almeno un po’. E invece, in Eclipse, a Forks splende il sole per tutto il tempo. Non una sola goccia di pioggia, non una nuvola, un filtro verde-bluastro nelle scene ambientate nei boschi e niente di più; le luci sono piatte, forti, uniformi, smarmellate, e sembra che nessuno senta il bisogno di fare altrimenti perché “tanto lo sanno già, hanno letto il libro”. Diventa una sospensione dell’incredulità all’interno della sospensione dell’incredulità.

In questo trionfo della sciatteria e dello zero sbatti c’è poco da accanirsi sulle pur povere interpretazioni del trio Pattz/Stewart/Lautner: non è che la mediocrità del materiale di partenza li trasformi in tre marlonbrandi, ma in vittime delle circostanze sì. Qualche genuino calcio nel culo se lo meriterebbe invece Cosa Lì Howard, fondamentalmente perché non puoi essere la figlia di Richie e avere Fonzie come padrino e fare comunque così schifo — ma tutto è compensato dall’interpretazione delirante e altamente sopra le righe di Dakota Fanning.
Altra palese vittima masticata e rigurgitata dagli ingranaggi del sistema è il regista David Slade, passato da Ellen Page serial killer di pedofili a questo: chiaro, sei un autore di videoclip con solo due film all’attivo e ti propongono una roba così grossa, devi essere idiota per non accettare. E’ abbastanza evidente che avevano in ostaggio la sua famiglia e gli hanno fatto firmare qualcosa tipo che si faceva venire una sola idea si impegnava a ingerire una scatola di chiodi.

Il risultato finale è una cosa talmente brutta, noiosa, sciocca, vacua, (inspiegabimente) dilettantesca e impersonale che non riesci né a ridere né a incazzarti. Se ogni capitolo di Twilight fosse un piatto diverso, Eclipse sarebbe tua mamma quando ti dice “ah, ma non avevo capito che venivi a pranzo, guarda che io non ho praparato niente”.

July 6th, 2010 » club del libro     

I COME FROM A WORLD YOU MAY NOT UNDERSTAND

Oggi in biblioteca c’erano un ragazzo e una ragazza, liceali, immagino. Avevano una lista di libri tipo compiti per le vacanze e non sembravano molto, come dire, del luogo. Lei girava per gli scaffali parlando al cellulare con un’amica a un volume di pochi decibel superiore a un concerto di Springsteen, ma il meglio lo dava lui, che si agitava come un maiale che ha visto cosa succede all’interno del mattatoio e continuava a ripetere “quando ce ne andiamo?”, come se sentisse che i libri lo stavano giudicando. Cercavano Il processo di Kafka. Hanno passato cinque minuti buoni a chiedersi se Kafka era con la C o la K. Poi hanno chiesto all’amica al telefono, ma mi pare di aver capito che non lo sapeva neanche lei.

June 25th, 2010 » club del libro     

Libri letti nei mesi di Aprile/Maggio, o anche i pro e i contro di disegnare un Devil sul retro del tuo agriturismo

Capitani Oltraggiosi (Captains Outrageous) — Joe R. Lansdale, 2005, Einaudi

Per la rubrica il Lansdale del mese, il sesto capitolo della serie ad Hap e Leonard gliene succedono di ogni: c’è poco da dire, al sesto romanzo con lo stesso schema e gli stessi personaggi è difficile tirare fuori roba veramente originale o varia o elettrizzante o. Chi se lo piglia deve anche aspettarselo e c’è poco da scuotere la testa e fare la faccia meravigliata.

Rocambolesca successione di disavventure ad ambientazione balneare legate assieme dal filo conduttore della randomness, qualche sparutissimo sprazzo di atmosfere noir e una storia di ritorsioni e vendetta che entra “nel vivo” più o meno a tre quarti, trasformando tutto quello che è successo prima in un interminabile, superfluo e inspiegabile prologo. A salvare la baracca è la fidelizzazione del lettore (presente), che ormai sente Hap e Leonard come amici suoi (ma che non frequenterebbe mai perché, ok, siamo seri, questi due portano veramente sfiga), lo spolvero di un mucchio di personaggi secondari dai romanzi precedenti e la penna di Lansadale, che quando c’è da far parlare due scaricatori di porto non lo fotte nessuno.


Tutti gli intellettuali giovani e tristi (All the sad young literary men) — Keith Gessen, 2009, Einaudi

Se non altro sono contento di aver letto questo libro in un momento della mia vita in cui riesco a riconoscere una simile marea di cazzate: mi fosse capitato al liceo credo che l’avrei divorato, adorato, sognato di diventare come uno dei protagonisti. L’ho preso in mano adesso solo perché dopo aver letto quaranta recensioni ero sicuro al 100% che il libro era brillante, spiritoso e ironico. Ma una sconcertante verità si è fatta strada in me man mano che lo leggevo: la gente non ha idea di cosa voglia dire “ironico”.

Una noia mortale, sterile, sfinente. Gessen descrive tre inutili teste di cazzo, un po’ patetici un po’ titanici, impelagati in dottorati senza fine, esordi letterari immaginati, rapporti disfunzionali con le donne e lagnarsi perché il governo Bush bla bla bla — gente da caricare di botte dalla mattina alla sera, prima che lo faccia Feltri e si prenda il merito di aver sconfitto la lobby radical-chic. Uno di loro, Keith, si chiama persino come l’autore, ma del resto Gessen non fa molto per nascondere quanto tutti e tre i protagonisti siano sfacciatamente autobiografici: alcuni direbbero “guardarsi l’ombelico”, ma l’espressione più corretta in questo caso è “venire risucchiati dal proprio buco del culo”.

Genssen comunque scrive molto bene, di questo bisogna dargliene atto, ma ci tiene veramente troppo a farcelo sapere. Questo a discapito della comunicabilità di fondo: c’è un messaggio, un senso in questo mare di pippe? Io non l’ho trovato ma forse è perché non sono un democratico ebreo americano di discendenza russa abbonato alla sua rivista — perché sì, Gessen ha anche una rivista. Interessante nota finale, pare che lui e Dave Eggers siano nemici giurati: non sembra anche a voi la più triste guerra tra poveri EVER?


Sono io che me ne vado — Violetta Bellocchio, 2009, Mondadori

Un bel giorno Layla Nistri si stanca di distruggere vite e come logica conseguenza fa i bagagli e apre un agriturismo in una Toscana che sembra l’Arkansas. Qui incontra Sean Martinelli, grafico, tuttofare ed ex tossicodipendente che la coinvolge suo malgrado nel cammino per la redenzione.

Sono io che me ne vado è il primo romanzo di Violetta Bellocchio e la cosa più divertente che abbia letto quest’anno. E’ stato, per quel che ne capisco, un caso letterario per tutta una serie di motivi — menate sul cognome dell’autrice, polemica sul prezzo*, una campagna di marketing rimasta incompresa e la gente su anobii che rosica — che con la letterarietà c’entrano molto alla lontana e che rischiano di distogliere l’attenzione da cosa è veramente importante, ciò per cui un romanzo come questo merita rispetto: innanzitrutto la protagonista è sulla soglia della trentina, eppure, straordinariamente, non caga il cazzo col fatto di essere single o con parallelismi tra lei e un personaggio di Sex & The City (niente Sex & The City: ecco perché la Bellocchio è stata tacciata di avere uno “stile maschile”); secondo, Layla e Sean sono dei nerd gigantoscopici; terzo, vi si spiega con dovizia di particolari come mettere in scena un finto fatto di sangue e farci i soldi; quarto, c’è un rapporto genuinamente disfunzionale con la religione; quinti, ci sono i vampiri.

E il motivo per cui spoilero con tanta leggerezza il cosa è che il fascino del libro sta soprattutto nel come. Nella forma, nello stile tagliente, nella scrittura semplice e rapidissima con cui la Bellocchio ti tiene letteralmente incollato al libro per quasi 350 pagine, nel linguaggio che va oltre il sapere cosa sono un torrent o la regola 34 (o perché le gif animate e il comic sans fanno schifo — e la critica a strabuzzare gli occhi e parlare di “popolo di internet” e “generazione dei blog”, geez) per connotarsi come qualcosa di estremamente fresco e contemporaneo, nel gusto per la citazione mai gratuita, nello humor nero, nel tratteggiare personaggi che non potrebbero ergersi a emblemi di una “generazione smarrita” neanche con una pistola puntata e in cui, tuttavia, è impossibile non ritrovarsi (io vado per “Ciotola”, il ragazzo del videonoleggio col complesso di edipo e l’ossessione per i complotti), nei toni distaccati e antimelodrammatici con cui riesce a parlare di cose come stupro, vendetta, fede e dipendenza.

A costo di diventare emotivo (e dare un vantaggio ai bracconieri che mi sono alle costole), mi sbilancio fino a dare un giudizio estremamente personale: Sono io che me ne vado è il libro che aspettavo di leggere da tantissimo.

*polemica che non sono sicuro di aver afferrato: 18 euri sono troppi per un esordiente? 18 euri sono troppi per un libro! ma che la Mondadori si crede che la mia famiglia di mestiere contrabbanda zanne di elefante?


Mr Paradise — Elmore Leonard, 2005, Einaudi

Elmore Leonard è, assieme a Lansadale, un altro tra i più grossi crime novelist americani viventi; ottantenne, estremamente prolifico, sorprendentemente attento alle mode, è lo scrittore preferito di Quentin Tarantino, Stephen King ne elogia la bravura nei dialoghi, il cinema se potesse adatterebbe anche la sua lista della spesa, e da quest’anno grazie a un suo racconto breve Timothy Olyphant indossa un cappello da cowboy e dà vita a Justified, la serie televisiva più figa del momento. Mi verrebbe da dire che Mr Paradise è uno dei suoi ultimi romanzi, ma nel momento in cui avrò finito questa frase lui ne avrà già pubblicati altri otto.

Un vecchio miliardario viene freddato in casa sua mentre è in compagnia di una puttana, un poliziotto indaga su questo e altri due o tre casi contemporaneamente ma pensa ad altro, i due killer che hanno eseguito il lavoro su commissione non riescono a farsi pagare e una modella finita sul luogo del delitto praticamente per caso cerca di trarne qualche profitto. Mr paradise è un libriccino molto gustoso, un hard boiled con tutti i crismi e tutti i chiodi fissi di Leonard: i negri, la città di Detroit, la femme fatale che tiene il piede in due scarpe e cerca di fottere tutti, il sottosuolo criminale fatto di imbecilli e gangster improvvisati (ricorre spesso la considerazione che la polizia dovrebbe solo ringraziare Dio per quanto sono stupidi o fatti o entrambe le cose), la trama intricata, la prosa essenziale quasi da partitura teatrale (o script cinemtaografico, che dir si voglia), il racconto nel racconto, i dialoghi fittissimi e oziosi (geniale la divagazione sul marito della nipote della vittima che vende sperma di toro e tutti gli chiedono come si fa a “raccoglierla”). Semplice, spassoso, senza una sbavatura.

Da segnalare, nell’edizione italiana, traduzione e postfazione a cura di di Wu Ming 1, che riempie le pagine di trivia e note esplicative costantemente in bilico tra il futile e la pedanteria del guardate quante ne so — cosa che, siamo onesti, è esattamente quello che farebbe chiunque altro al posto suo.

June 16th, 2010 » troppa tv fa bene     

Pretty Little Liars – Series Premiere

Pretty Little Liars
Episodio 1×01, Pilot
The lord giveth and the lord taketh away (the most awesome pilot ever).

June 14th, 2010 » ciccionerd gentemanga, cineocchio     

Iron Man 2 — batti il ferro finché è caldo

(ho trovato questo post nelle bozze della dashboard. l’avevo scritto circa un mese fa, approfittando dell’essere fresco di visione per piazzare al volo un vigliacchissimo post per punti. la scusa non regge più, l’elenco rimane.)

– assolutamente non all’altezza del primo

– la morale è che Iron Man è l’incarnazione dell’american dream e i cattivi sono quelli che rosicano

– OH NOES un cattivo con dei… nastrini laser? SRSLY?

– il pizzetto di RDJR mi suscita sentimenti ambivalenti

– ci sono almeno due scene che si vedono nei trailer e che nel film non ci sono. credevo che cose di questo genere succedessero solo con film tipo Highlander dal quarto in poi.

– Si potrebbe parlare per ore di come l’essersi rifatto i connotati a suon di cazzotti sembrava aver messo la parola fine sulla carriera di Mickey Rourke e invece lo guardi adesso e sembra che sia nato per ruoli come questi — limitiamoci a dire che come cattivo è spaventosamente in parte e i tatuaggi “da prigione russa” sono fichissimi.

– Tò, c’era Sam Rockwell. Faceva il cattivo coglione. Peccato.

– Scarlett Johansson era un altro film. Bellissima, snodata, fappabilissima, ma chiaramente aggiunta in postproduzione e attaccata a tutto il resto con lo scotch di carta. Recitativamente inesistente, la sua presenza in scena non ha il minimo senso, è una meravigliosa bambola gonfiabile che qualcuno ha dimenticato sul set.

– l’armatura nella valigetta merita da sola tutto il film.

– bla bla bla la faccenda del negro sostituito senza motivo.

– si delinea sempre più nettamente l’atmosfera fumettosa da megacrossover che culminerà nel 2012 con Avengers, e a me piace assai: oltre al martello di Thor che si vede nella canonica scenetta dopo i titoli di coda (in sala avevano acceso le luci, figli di puttana), nel corso del film tra le cianfrusaglie del padre Tony trova lo scudo di Capitan America (e nel film di Capitan America il padre di Tony comparirà tra i personaggi secondari).

– Tutte le scene con Happy, l’autista di Tony. Parliamone. Già così uno le vede e pensa “ma che cazzo” e “ma ce n’era bisogno?”, sapere poi che a interpretare il personaggio è lo stesso tizio che dirige il film, ti mette di fronte alla consapevolezza che Jon Favreau si è rimboccato le maniche e ha detto “bella lì, ora giriamo un po’ di scene in cui io sono buffo e simpatico ma so anche dare due cazzotti quando è il momento”. Io questo me lo aspetto da comparsa-seduta-al-tavolo-sullo-sfondo-#7, che gli dicono “sta seduto” e lui capisce “secondo me è meglio se faccio un po’ di break-dance”, non da quello che dirige la baracca. Shame on you! Jon Favreau tra l’altro faceva il fidanzato di Monica in Friends, quello ricchissimo che poi la lasciava per diventare il campione di “lotta estrema“, quindi quando lo vedi che fa a botte passi tutto il tempo a chiederti se l’inside-joke era volontario o meno.

– durante la battaglia finale ho avuto un blackout, ho perso i sensi per mezzora e quando mi sono svagliato stavano ancora sprarando.

– Salvare la giornata e inventare un nuovo elemento della tavola periodica WTF

– Samuel Jackson con la benda WTF.

– Tony/Pepper: CHEPPALLE. ma non potevano mettersi insieme e non rompere i coglioni, come del resto la fine del primo IM faceva sperare? certo, in quel caso avrebbe avuto ancora meno senso la presenza di Black Widow e — mioddio che razza di mostro può costringerti a scegliere tra Guyneth Paltrow e Scarlet Johansson? ve lo dico io chi, Jon Favreau, quello che ha detto “bella lì, ora giriamo un po’ di scene in cui sono buffo e simpatico ma so anche dare due cazzotti quando è il momento”.

Intendiamoci, il film sarebbe pure scritto bene, se durasse quattro ore. Invece ne dura due e manca fisicamente lo spazio per parlare in maniera esauriente di almeno una delle cinquecento cose che Justin Theroux (che in vita sua ha scritto solo questo e Tropic Thunder, e come Favreau pure lui è fondamentalmente un attore) ha voluto infilarci a tutti i costi. Il confronto col primo, che peraltro è il miglior superhero movie finora realizzato (non che ci sia sta gran gara: esclusi gli ultimi due Batman, che sono vere e proprie prove autoriali di Nolan, gli unici che non sono delle cagate sono questo e Spiderman), è ingeneroso, ma tolte le ingenuità e le superficialità dello script quello che rimane è comunque quello per cui si aveva pagato fin dall’inizio: una simpatica fracassonata con gli effetti speciali e le armature fighe, impreziosita dagli one-man-show di Rourke e Jackson che badassano e RDJR che cialtroneggia.

June 12th, 2010 » ciccionerd gentemanga, troppa tv fa bene     

i’m in my country doing animu from your series

E’ ufficiale, me l’ha detto l’internet, i giapponesi stanno facendo l’animu di Supernatural e anche se per ora l’unica immagine che gira è questa, è già la cosa più AWESOME di sempre.

Oh, chiariamoci, nulla di sorprendente. Una scelta più che ragionata, considerando che Supernatural è praticamente Fullmetal Alchemist e che Fullmetal Alchemist l’hanno già fatto. Due volte.

L’uscita è prevista per gennaio 2011, lo staff tecnico è quello della Madhouse, quindi da quel punto di vista davvero nulla da eccepire. La serie sarà composta da 22 episodi straight-to-dvd che dovrebbero coprire le prime due stagioni del telefilm: sarà — inquietante vedere i giappi alle prese con una storia che trabocca americanità da ogni parte (l’avventura on the road, il culto della macchina d’epoca, il protagonista eterosessuale), ma soprattutto sarà impagabile assistere all’inevitabile rielaborazione grafica che subiranno i personaggi più anziani, sporchi e sudati (Bobby, Papachester…) trasformandosi in attraenti 25enni dai capelli lucenti secondo il canone nipponico dell’uomo di mezza età.

O magari verrà una cosa tipo Heroman. Dio, fa che venga una cosa tipo Heroman.